nusco, quella fontana

di Michele Fumagallo

marilyn-monroeQualche tempo fa, l’architetto Peppino Delli Gatti mi ha fatto da cicerone per un suo lavoro di restauro e ripristino della vecchia Fontana Grande di Nusco. Ora qui io non voglio parlare ai lettori della qualità del lavoro e della mia opinione, lo faremo magari un’altra volta.

Voglio invece accennare a due cose che si sono accavallate nella mia mente, due ricordi del passato: l’uno di un passato recente, l’altro di un passato che si perde nella notte dei tempi (dell’infanzia).  E quindi farò anche due considerazioni (ho il vizio della politica, come si vede).

RICORDO RECENTE

Il ricordo recente è quello della messa in moto della progettualità degli anni 1996-1997 a Nusco (vedere le mie rubriche precedenti nell’archivio di questo blog).

Avvenne questo: quando partì quella progettualità, un po’ prima della festa dei falò del 1996 che diede il via a una fase nuova nel paese, una delle amarezze, mia e di alcuni amici che collaboravano a quella esperienza, era proprio legata al sentiero che sale dalla Fontana al paese.

Quel sentiero, la parte che va dalla Fontana alla strada che porta alle Coste, fu distrutto alcuni mesi prima stupidamente dalla comunità montana, che aveva redatto il progetto di asfalto del vecchio sito, e dall’amministrazione municipale che non bloccò lo scempio. Un’amministrazione appena eletta ma che non aveva ancora nessun senso della progettualità nuova che si sarebbe messa in moto poco tempo dopo.

Perché amarezza? Ma perché capii allora, anzi toccai con mano perché magari lo avevo già capito da tempo, che se soltanto qualcuno di noi si fosse fatto vivo, se uno qualsiasi dei cittadini del paese avesse protestato, quel sentiero non sarebbe stato distrutto. Era così, allora: bastava davvero poco per avere dei risultati (forse è così ancora adesso).

E’ un discorso serio che ci riporta all’assenza dell’opinione pubblica, della società civile, dello spirito pubblico: una delle cause profonde della crisi del paese e, in generale, di tutta l’Alta Irpinia.

E’ per questa assenza che le classi dirigenti amministrative hanno potuto fare quel che volevano senza trovare nessun ostacolo.

Lo stesso discorso, in un clima però mutato (mi riferisco al periodo storico, non alla nuova amministrazione), si potrebbe fare per il risanamento di quel sentiero, il ripristino della vecchia strada in pietra. Chi porterà all’attenzione dei nuovi amministratori questo problema? E, se non ripristineranno il vecchio sentiero (e tante altre cose), chi protesterà?

Riportare alla memoria collettiva una cosa (positiva) distrutta non è semplice. Perché non si tratta di ricostruire pari pari quel che c’era (anche questo, naturalmente, e bisogna farlo con criterio), ma di ricostruire una doppia memoria: quella dell’opera distrutta e quella delle “motivazioni” del suo ripristino.

RICORDO PASSATO

Il ricordo lontano, un vero salto nel passato più remoto della mia infanzia e adolescenza, riguarda l’uso che di quella Fontana fecero gli abitanti del paese, soprattutto le donne. “Andare a lavare i panni alla fontana” è un’espressione che ciascuno di noi, naturalmente quelli che hanno l’età sufficiente, ricorda con un tuffo al cuore.

Non so quante (infinite) volte ho accompagnato mia madre a lavare i panni alla fontana! Non so quante (infinite) volte mi sono annoiato per l’odio (o forse odio-amore) che avevo per il paese, per il mondo che mi circondava, con un’ansia terribile di fuggire.

Allora non avevo la possibilità di “soffermarmi” (l’ansia di fuggire è forse utile per la libertà, ma atroce quando non si riesce a metterla in pratica) sul paese, sulla fontana, sulle donne che lavavano e parlavano di tutto. Lo avrei fatto e soltanto per un motivo, qualche anno dopo al risveglio della sessualità, quando andare alla fontana era soprattutto una scusa per spiare i corpi delle donne chine a lavare i panni.

Ricordo l’abilità di alcune donne che riuscivano a mettersi da sole in testa una cesta enorme di panni bagnati, quindi molto pesanti. E risalire, con la cesta in testa, il sentiero fino alla piazza o ai vicoli del paese è una cosa oggi inimmaginabile.

Mi è capitato già allora, ma anche prima nel periodo dell’infanzia, di pensare al lavoro davvero massacrante che facevano le nostre donne. E tantissime volte mi sono chiesto cosa sarebbe stato il paese e il territorio se quella energia fosse stata incanalata in versanti non solo privati ma sociali.

Fu probabilmente allora, nella mia coltivazione dei sogni di riscatto collettivo forse anche per sfuggire a una solitudine insopportabile, che mi fissai sul pensiero che le donne avrebbero cambiato il mondo appena si sarebbe fatta strada un’idea di lavoro non privato. Quella che poi avrei conosciuto con il termine di emancipazione femminile.

Naturalmente le cose non sono andate come io immaginavo nella mia infanzia.

Tuttavia l’attrazione, non solo erotica, ma culturale per le donne, ha sempre resistito a ogni verifica, a ogni “delusione”, a ogni miseria femminile.

E continuo sempre a chiedermi in ogni occasione, e tanto più in periodi di crisi e di trapasso storico come l’attuale, come sarebbe stato il paese (il territorio) se le donne non avessero subìto le cose così passivamente, e diciamo pure così “colpevolmente”.

Continuo a chiedermi come sarebbe stato il nostro mondo se le donne non fossero state, in definitiva, così educate.

Foto di Sam Shaw