ESTATE AL BIVIO

“Le persone non fanno i viaggi,

sono i viaggi che fanno le persone”

John Steinbeck

carlo mollinodi Luigi Capone

Vorrei sprofondare su un letto o su una strada. L’estate non la sopporto. Diventa tutto come in discoteca. Sei costretto a divertirti. Sei costretto ad essere allegro. Anche mentre hai la morte nel cuore. Il tempo è poco. L’imperativo è  correre al mare a sciacquarsi le palle. Rimanere bloccati per ore in coda sulla Salerno- Reggio Calabria o morire come mosche sulle autostrade.  Correre in Spagna. Correre alle feste e alle sagre, sempre più squallide e insignificanti. Comprare e correre, andare a farsi una lampada. Spendere soldi in vestiti. Farsi vedere dai turisti che vengono una settimana all’anno, figli di emigrati a Roma e in Svizzera, o paesani trapiantati a Napoli.

L’estate a Nusco. Ogni estate riscopro quanto odio questo paese di merda.

I vecchi ballano il latino americano di fronte a due casse e a un dj improvvisato pagato dal comune. Sembra che in estate aprano gli ospizi e il paese diventi proprietà degli anziani. Accorrono 90enni anche dalle città per rinfrescarsi le natiche.  I pochi giovani, spauriti, organizzano feste pacchiane da discoteca cercando di emulare lo stile metropolitano di Milano marittima, in questo clima rurale, e diventano a dir poco patetici agli occhi di chi per sbaglio o per caso viene da fuori e assiste a tutto questo. Credono di essere “metropolitani” ma in realtà arriveranno per ultimi come per tutto il resto. Qui infatti per molti la castità è ancora un valore. Se guardi una bella ragazza puoi trovarti a dover litigare con il fratello o col cugino. Si vestono come le oche in tv, ma il loro cervello è ancorato a una mentalità antica. Alcuni ragazzi, annoiati, vanno a farsi una canna dietro la villa e così raggiungono l’apice della serata. Sono dei coglioni e si credono moderni e migliori degli altri.

Ma le feste che vanno per la maggiore in irpinia sono le sagre della pizza e della birra, alla faccia della novità. Feste che mettono depressione, uno dei paradossi di questa terra.

Certe sere mi viene da svenire. Penso che non voglio finire così. Mi sento osservato, voglio sparire.

Odio l’estate. Non riesco a trovarvi pace. Io sono per l’inverno. Non amo il giorno, amo la notte.

Stasera c’è un gruppo folk in piazza che fa balli di gruppo. Tutti i pensionati, gli emigrati tornati in vacanza, si mettono in fila e ballano scuotendo le loro pance. L’età media è settant’anni. Il paese è pieno di macchine e non si riesce a parcheggiare da nessuna parte, alcuni dalle loro finestre osservano e non vedono l’ora che vadano tutti via e si torni nel mortorio dell’inverno per poi lamentarsi del fatto che non c’è nessuno. Il fatto è che qui, quando il paese si riempie, si riempie solo di gente di merda. Dal pomeriggio sono arrivati camion di napoletani e vecchie mercedes scassate con a bordo nordafricani per allestire la festa. Arriva la sera e si aprono i camion della pizza, le bancarelle delle salsicce alla brace, e le bancarelle dei marocchini, affiancate da motorini rumorosi a nafta per illuminare le lampadine poste sulla sommità, che vendono cassette e cd falsi di Gigi d’Alessio. I miei vecchi prima di perdersi in questo trambusto di pensionati, sono andati alla processione, e come tanti rettili seguono la Madonna dell’Assunta in alto sul trattore addobbato di carta colorata. Le vecchie in prima fila lamentano dei canti religiosi, la più cattolica di tutte col megafono le fa da guida, come nei cori allo stadio, solo che qui l’aria è funebre e assomiglia a una lunga nenia pietosa.

Odio la morale cattolica di questo cazzo di paese. A volte vorrei salire sul campanile con un megafono e lanciare una gigantesca bestemmia.

Per dieci giorni all’anno, il paese si riempie di queste pagliacciate e di questi spettacoli penosi, che mi fanno rimpiangere l’inverno e la solitudine e il freddo, e le lunghe serate al bar in tre o al massimo in quattro.

Io mi isolo più che posso, evito di stare con i parenti, che fanno grandi pranzi e grandi cene che durano ore ed ore tutti i giorni. Si mettono a tavola e non si alzano più, questo è il festeggiamento pagano dei cattolici. Io da laico, mi sento finanche più spirituale. Evito di salutare tutti. Salutare e farsi salutare dai parenti diventa un’ossessione, ma che ormai riesco ad evitare benissimo.

Ogni sera prendo la macchina e vado via da qualche altra parte, non voglio vedere queste scene che hanno rovinato fin troppo la mia adolescenza.

Depressione. Un giorno scriverò una guida turistica : “Guida ai luoghi della depressione”.

Vorrei perdermi in un letto, o su una strada che non esiste. L’importante è stare lontano dagli esseri umani.  Mai come ora non si può stare in pace. Voglio l’inverno, i tuoni, i lampi, i fulmini!

Ogni estate ti separa da qualcuno, ogni estate ti fa perdere e ti fa poi raccogliere i pezzi di quello che hai perso.

La mia vacanza è stare in un luogo dove non mi conoscono, frequentare un bar senza rompi coglioni, svegliarmi alle due,  dormendo in una stanzetta abbastanza grande per dormire e per avere un cartone di birra fredda.

Invece sto qui.

Quando mi capita di uscire per strada in questo posto, si cala un velo davanti agli occhi, la testa mi diventa pesante. Vedo i soliti vecchi, le solite facce, le solite stronzate sulle loro bocche, che portano sonno. Un sonno pesante, che tende alla depressione. E’ proprio il paese a dormire un sonno profondo. Su di esso,  cala normalmente una cappa di noia, fiacchezza, fatica, lentezza.

La vita che si fa qui è una vita da bar. I giovani, i vecchi, buttati davanti a un bar si lamentano. Dicono che c’è poca gente, dicono che prima si stava meglio e ci si divertiva, dicono che domani mattina devono andare a lavorare, dicono che non hanno soldi. Questi ultimi tuttavia, che si lamentano, è molto facile vederli in giro a bordo di una mercedes o di una spider da 30 000 euro. Per sentirsi V.I.P. in mezzo ai pezzenti. Per analogia, chi parla di cultura o dice di essere un artista, lo fa per sentirsi V.I.P. in mezzo agli ignoranti.

Si riuniscono giocando sui tavoli di plastica del paese per giocare a carte, e tra una giocata e l’altra urlano bestemmie contro i santi, la madonna e il padre eterno. Bestemmiano  per le regole del gioco e per maledire la propria vita e il proprio paese.

Le sere d’estate del paese si riempiono anche di un altro tipo di palloni gonfiati. Mi riferisco alla così detta elites nuscana ( così detta per auto proclamazione ). I fantomatici-patetici-sgradevoli  nobili del paese nonché  filosofimenti illuminate,  esseri superiori, e continuatori naturali dell’illuminata(?) politica di Ciriaco De Mita, presidente del consiglio nel 1988, ex segretario della gloriosa(?) D.C.

Queste più che patetiche casate nobiliari, si intrecciano tra di loro coi matrimoni, si dividono posti di lavoro e cariche amministrative, cercando di feudalizzare il territorio e i suoi abitanti. Camminano per le vie del paese così come Gesù Cristo camminava sulle acque. Portano rancore e reale disprezzo verso tutti. Sono nobilmente distaccati, e hanno sempre ragione. Li ammazzerei tutti.

E’ così tutti insieme camminano accidiosi e sentenziosi per le vie diafane del paese.

Il paese – barzelletta, che a volte quando dici di essere di lì’ ti guardi attorno e lo dici a bassa voce, per non farti sentire.

Ecco perché quando cammino per le vie del paese in estate, non posso fare altro che bere e vomitare, e poi farmi dire da loro che sono uno sbandato, un barbone destinato al manicomio. Comunque, vomitiamo e passiamo avanti, parafrasando Dante : “Non ti curar di loro ma guarda e passa”.

Nella canicola estiva ecco che d’improvviso compare una troupe del cinema, che vuole girare un film comico napoletano con  l’attore Biagio Izzo. Parcheggiano i loro camion, si riversano negli alberghi. Portano sopra Nusco il costoso culo di Alena Seredova. Mentre girano le scene  si staranno chiedendo in che razza di posto sono capitati e com’è strana la gente del luogo, nonché “come cazzo fanno a campare qua sopra?”.

Mi fermo a parlare con loro, mi guardano come un indigeno del luogo da studiare. I tecnici hanno accento romano, alcuni del cast sembrano filosofi napoletani con la puzza sotto al naso e con l’altarino di Massimo Troisi sopra al comodino. Già a pelle mi stanno sul cazzo, i napoletani. Mi chiedono se voglio fare la comparsa, gli dico – ok – , ma poi presto me ne vado e mando a cacare il film. Non perché ci siano altre cose più interessanti da vedere, ma per abitudine.

Le giornate non passano mai.

Sull’orlo del pomeriggio sono solito andare in un bar che si trova proprio sul bivio. Tra la valle del Calore e la valle dell’Ofanto. Da una parte i vigneti del Calore, dall’altra i campi di grano dell’Ofanto. Sospesi in mezzo prendendo un po’ da una parte e un po’ dall’altra, dove in realtà sei in mezzo e basta, sei dentro, ma sei fuori da un paese, osservi tutto da fuori.   Lì s’incontrano calorani e ofantani e gente dell’ufita, e si scontrano in teatrali battibecchi. La mia pausa non dura più di un’ora, ma mi basta per vedere queste scene nel frammezzo di un via vai di Peroni, di gratta e vinci e di Amaro Lucano.

Con me è presente sempre la stessa combriccola. Tra un tavolo e l’altro, tra mazzi di carte e giornali ci trovi Michele, che legge il giornale ed è in tutto e per tutto un’eccezione lì in mezzo. Una specie di oracolo in mezzo all’afa pomeridiana, tra due strade che scendono verso due mari diversi, una verso il tirreno, una verso l’adriatico. Ci tratteniamo volentieri a parlare. E’ l’oracolo del bivio. Si parla del blog, dell’Irpinia, dell’Ofanto e si arriva in Lucania. Il suo sguardo è più rivolto all’Ofanto, ovvero ad est. Verso un orizzonte che dice essere più aperto, più ampio.

In effetti basta prendere la macchina e decidersi di buttarsi nella valle per perdersi, ed è un piacere bruciare carburante da solo in mezzo al grano e al vento. Non sei tu a seguire la strada ma è lei a seguirti.

Io mi ci butto, senza la speranza di trovare qualcuno. Libero dalla speranza. Vento e polvere sulla mia faccia.

La base di partenza resta il bivio. L’angolo dove si snodano percorsi ipotetici.

A furia di andare lì, il bivio è  diventato a poco a poco una sorta di ufficio. Tutte le notizie delle due valli in un modo o nell’altro passano di lì, di modo che tutto si sa e nulla si racconta in giro.

Mentre beviamo un caffè e diamo un’occhiata al giornale, arrivano a frotte macchine, trattori e treruote e parcheggiare. Il faticoso trascorrere della vita, che passa velocemente tra una birra e l’altra.

Si sta lì in bilico, scegliendo la strada da percorrere. Est o ovest. L’importante per chi è nato qua è andarsene. Una scelta che ti può cambiare la vita. E’ già una fortuna che nel mezzo di questa scelta, nel bivio, ti servano anche un caffè.