Di Michele Fumagallo
Prima parte
I giovani redattori di questo sito mi hanno chiesto di concludere la mia collaborazione con una riflessione sul primo anno di vita di Sonar, e, quindi, un dialogo con loro.
Dopo un primo tempo di partenza entusiasta del blog, l’esperienza si è alquanto inceppata. Qualcuno pensa che io possa dare una mano a trovare la matassa di questo inghippo. E’ molto difficile che io possa farlo. Ma tant’è.
Provo almeno a produrre una discussione che in ogni caso servirà innanzitutto a me per capire un pezzo di realtà, intendo la gioventù in questo periodo storico, da cui sono in genere estraneo per cultura e posizioni politico-sociali.
Appartengo a una generazione che considera la gioventù (se esiste come categoria sociale, e in parte sì che esiste) per definizione ribelle. Non riesco a considerare socialmente la gioventù che sotto questo aspetto. Al di fuori, è un po’ come se per me non esistesse socialmente. Fatti salvi ovviamente i rapporti umani che invece, grazie a dio, esistono indipendentemente dall’intervento nel sociale.
In questa breve riflessione spero però di evitare di elencare minuziosamente i difetti del blog e delle persone che ne fanno parte. Sarebbe non solo ridicolo ma fuorviante perché cancella la questione centrale del passaggio d’epoca che è fondamentale per capire anche le incongruenze personali.
In questi mesi di collaborazione con Sonar ho cercato di discutere del blocco sociale e politico in cui viviamo (ovunque, non solo nella nostra Alta Irpinia). Un blocco pericoloso perché produce una stagnazione sociale. E lo stagno, com’è noto, inquina l’acqua
Ma da cosa è stato prodotto questo blocco?
Da tante cose che qui è difficile raggruppare per motivi di spazio (però se ne può parlare nel corso del dibattito). Mi limito a segnalarne una, la principale.
Il progresso messo in atto nel dopoguerra è venuto in crisi già da alcuni anni, ma, mentre tutti pronunciano spesso la parola crisi a vanvera, perché rinchiusa nel recinto asfittico della cosiddetta economia, pochi sono consapevoli che viviamo una crisi sociale di non ritorno.
Senza un nuovo progresso, che nasce solo dal protagonismo delle masse popolari e povere (la gioventù è spesso dentro questa povertà fino al collo), sarà difficile riprendere a vivere con speranza, la stessa che ha vissuto la generazione che ha dato vita, appunto, al progresso post-seconda guerra mondiale.
Invece assistiamo alle ipocrisie e alle sirene della “crescita” dentro il vecchio progresso che, invece di essere smantellato, selezionando ovviamente il buono che ha prodotto ma correggendo altrettanto ovviamente i danni, viene addirittura rinforzato. Direi disperatamente rinforzato.
Tutte le classi dirigenti (politiche, economiche, religiose) sono invecchiate e resistono nei loro fortilizi, nelle istituzioni che vengono ulteriormente svuotate delle loro finalità positive (quelle che ce l’hanno, perché alcune istituzioni sono da abolire) e ridotte a scatole vuote.
Per questo viviamo la situazione tipica delle crisi di passaggio quando nessuno è più capace di vivere nella storia e inventare un futuro e si abbarbica al passato producendo discorsi antichi, afasie, linguaggi morti, insomma persone malate che non sanno produrre più speranza.
Purtroppo non ci sono forze organizzate (se non persone singole, o gruppi sconosciuti, che operano nell’underground) in grado di sferrare l’attacco al passato (tutto, da quello remoto a quello più recente). E di sferrarlo nel modo più intelligente, cioè recuperando tutto il buono della vecchia storia.
Per questo sguazziamo nello stagno ammalandoci ogni giorno di più.
Fuori dalla storia, cioè fuori dai processi che preparano il futuro e la sua speranza, si muore.
Per questo le parole della politica (ufficiale) sono false.
Per questo le parole dell’economia (ufficiale) sono false.
Per questo le parole della religione (ufficiale) sono false.
E aggiungo, scusandomi per le ripetizioni:
Per questo le parole dei “militanti” della politica ufficiale sono stantie: come potrebbe essere altrimenti per seguaci di tali classi dirigenti?
Per questo le parole degli intellettuali delle scuole economiche sono ipocritamente ridicole: e come potrebbe essere altrimenti per i servi delle “scienze” astratte?
Per questo le parole dei “fedeli” delle chiese sono bugiarde: e come potrebbe essere altrimenti per seguaci di tali decrepite organizzazioni?
Il progresso del dopoguerra ha avuto molte crisi ma nessuna uguale a quella che stiamo vivendo. E’ la differenza che passa tra la crisi di crescita e la crisi di passaggio d’epoca.
La crescita, cioè il continuo e anarchico accumulo economico e sociale di beni, per quanto mi riguarda, penso sia terminata. C’è la strada di una “nuova” crescita, o meglio di un nuovo progresso, che può però venire soltanto dalla critica e dall’attacco al vecchio.
Questo è il punto decisivo che fa da discrimine con tutte le ideologie progressiste (malate) che circolano nel mondo attuale.
Non è un caso che, per stare alla nostra Italia, tutti i governi falliscono miseramente i loro obiettivi. Proprio perché non capiscono la natura della crisi che è di sistema, non contingente.
Che fare nel nostro mondo, o almeno nella nostra Europa, non è semplice dirlo, né tanto meno cominciare a metterlo in pratica.
Però si può, anzi si deve, ricominciare. Con la saggezza di capire che non si inizia mai d’accapo.
Si tratta di ripensare ai principi cardine della nostra vita associata, partendo dal buono che la vecchia storia ci ha lasciato.
A partire dai principi antiautoritari della lotta al nazifascismo da cui sono scaturite anche carte costituzionali in questi 65 anni di dopoguerra.
Per proseguire sulla strada della partecipazione di massa all’elaborazione democratica, quindi con una nuova centralità sociale, base di ogni agire politico autentico e progressivo.
Per continuare con l’elaborazione di una nuova concezione del conflitto che ritorni ad essere il sale della democrazia. Governare le contraddizioni in cui viviamo non è facile ma dobbiamo farlo perché è l’unica vita che abbiamo e si fonda (sempre) sulle contraddizioni.
Esempio: guerra e pace stanno insieme e non è possibile cancellare né l’una né l’altra, anzi le persone sagge e sensibili sanno che l’una è in funzione dell’altra.
La pace, cioè la scelta positiva, è preparata dalla guerra, sempre, persino in senso lato e metaforico.
Altro esempio: merda e bellezza stanno insieme e non è possibile cancellare né l’una né l’altra, anzi l’una sta in funzione dell’altra.
E si potrebbe continuare con tantissimi altri esempi di “contraddizione” positiva.
Ritornare alle masse popolari, che reggono sulle loro spalle il sistema, è l’altro principio categorico, senza cui nulla, cioè nulla di buono, è possibile.
Senza la classe operaia diffusa e senza le masse femminili (i due soggetti forti del cambiamento, come ho ripetuto fino alla noia nei miei scritti su Sonar) è vano ogni ragionamento, nel senso che è ragionamento di privilegiati e di oppressori. E non mi riguarda.
Nella nostra Europa, poi, viviamo la crisi tipica del blocco e della difesa “disperata” (privilegiata, d’accordo, ma senza futuro, quindi disperata) delle vecchie classi dirigenti che stanno lì essenzialmente “a guardia del passato”. Ma qui rimando a cosa ho scritto su questo sito nei mesi scorsi.
Ma come si riflette la crisi nel nostro territorio, parlo della nostra Alta Irpinia e di Nusco?
Forse peggio che altrove.
Per tante ragioni. Ne elenco alcune.
1) La dispersione delle vecchie municipalità in tanti rivoli (i vecchi Comuni dei vecchi paesi che da tempo hanno perso la loro identità e la loro ragione di esistenza come istituzione) non fa capire nulla del presente e del futuro. Restare abbarbicati ai vecchi Comuni diventa sempre più una tragedia. Non capirlo, cioè non capire l’urgenza del Nuovo Municipio (la larga fascia dei paesi delle nostre montagne unificati e governati da una nuova istituzione, vedere anche su questo ciò che ho scritto nei post di questo blog) espone non solo alle assurdità e ai problemi del presente ma anche a tragedie del futuro ben più grandi.
2) L’identità è un fattore di progresso indispensabile. E’ come l’alfabeto per parlare, o l’affetto per aver fiducia nella vita. Senza non si può vivere, al massimo si può vegetare. L’identità del paese, di Nusco, nel nostro caso (ma vale anche per gli altri ovviamente), è finita da molti anni. Non è una tragedia (se il grano non muore non porta frutto, diceva un tale), se uno ne prende atto per sostituire la vecchia identità con una nuova (in questo caso, per quanto mi riguarda, quella dell’Alta Irpinia). E’ invece una tragedia quando non si prende atto di questo e si rimugina sempre sulle stesse cose producendo persone malate di ripetitività, come i depressi che parlano da soli o i nevrotici che non riescono a dare un senso alle cose, eccetera. La storia di Nusco, per come l’abbiamo conosciuta, è terminata, e da tempo. Non solo non possiamo farci niente ma, per quanto mi riguarda, va benissimo così. Tocca a noi portare nel futuro il pezzo buono della memoria del passato: il senso del lavoro delle masse popolari in anni lontani e non la tragedia della dipendenza e del clientelismo in anni più vicini a noi; la lotta per i diritti messa in pratica da minoranze e non l’acquiescenza al padrone (sociale) o al padrino politico di turno; l’estetica povera di un tempo e non i rimaneggiamenti e i disastri di una modernità ignorante e malata; e si potrebbe continuare.
Ribadisco: la nuova cosa che deve nascere sarebbe mostruosa se la vecchia identità venisse del tutto cancellata.
3) Quello che vale per l’identità municipale vale per l’identità nazionale che è andata in frantumi da molto tempo, e non solo per responsabilità della Lega Nord che ha magari qualche punto a suo favore sul piano dell’onestà intellettuale, ma per responsabilità di tutti che non hanno saputo opporre alla globalizzazione (capitalistica) montante una visione diversa della nazione mantenuta in piedi ma nello stesso tempo ridimensionata a Regione di un nuovo Stato Europeo federale (nuova identità anche qui).
Per Nusco mi limito a dire, anche qui rimandando ai primi post scritti sulla rubrica di Sonar, due cose.
La prima è che le tragedie del paese hanno una radice nelle classi dirigenti che l’hanno governata da ormai 50 anni. E’ lì l’origine di tante cose: il cambiamento urbanistico non all’altezza di quello che Nusco poteva fare per salvaguardare il passato e proiettarsi nel futuro (vedo vecchie fotografie sui muri del paese che sono, magari involontariamente, uno schiaffo a classi dirigenti incapaci a dispetto del potere eccessivo che hanno avuto); il cambiamento civile in funzione di autonomia in gran parte fallito (la probabile chiusura dell’ospedale di Bisaccia e il ridimensionamento di quello di Sant’Angelo dei Lombardi, ma si potrebbero elencare tante altre cose, è la spia del fallimento di quella classe dirigente); la ripresa dell’emigrazione anch’essa figlia della mancanza di autonomia del territorio e delle persone; e si potrebbe continuare.
In sintesi il fallimento del gruppo che ha guidato i destini del paese (Ciriaco De Mita, per intenderci) sta nel non aver liberato le persone dalla dipendenza ma al contrario averla ulteriormente alimentata. Oggi (ma già da molto tempo per la verità) se ne vedono i frutti amari.
Tra i frutti amari c’è nell’ultimo anno anche la barzelletta dei nuovi amministratori. Una cosa penosa. Su cui non c’è altro da aggiungere a quello che ho detto alcune volte anche sulla rubrica di Sonar.
Si può soltanto sintetizzare ulteriormente la cosa così: nel tempo (parlo sempre degli ultimi 40/50 anni), gruppi interni alla vecchi DC (finti oppositori di Ciriaco De Mita) e gruppi esterni (oggi il Pd e altri sparsi di partiti opposti) non hanno mai prodotto che culture o sottoculture subalterne alla vecchia classe dirigente democristiana demitiana. Una certa autonomia a Nusco la si può soltanto cercare in anni lontani in pezzi minoritari o isolati della sinistra.
Tuttavia occorre interrogarsi non solo sulle misere classi dirigenti ma sul perché la società civile è così inesistente, così supina, insomma così colpevole. E qui, io non posso che ricordare, in una società cattolica e mutuando quindi dal linguaggio biblico, che il cambiamento marcia insieme al riconoscimento dei propri errori (dei propri “peccati”, sempre secondo quel linguaggio).
Seconda parte
E’ dentro questo quadro che si opera, e che quindi opera anche un piccolo blog come quello di Sonarweb e i giovani che l’hanno messo in piedi.
Prescindere dal tempo storico che viviamo nel mondo e nella nostra Europa, così come prescindere dal tempo storico di crisi che vive la nostra nazione (ex) e la nostra Alta Irpinia, non è possibile.
Per questo ho sempre detto ai giovani di Sonar che le crisi che li attraversano anche in questo piccolo gioco mediatico sono senz’altro anche soggettive e di capacità soggettiva, ma sono dentro una crisi più generale da cui non si può prescindere.
Come ricostituire la speranza a Nusco (cioè in un piccolo pezzo del Nuovo Municipio) è l’imperativo categorico che deve accompagnare tutti, ovunque essi siano collocati, quindi anche i redattori di Sonar.
Senza questo imperativo non c’è futuro per nessuno.
Dipendesse da me, mi batterei per il massimo di discussione possibile, per il massimo di conflitto possibile, per il massimo di democrazia possibile. E partendo, ovviamente, dagli “ultimi” (i giovani sono spesso gli “ultimi”).
E mi sforzerei di produrre qualche idea grande giacché senza le cose grandi, le piccole non camminano né hanno senso alcuno.
Ne ho già parlato ma la ricapitolo: la lotta per una nuova identità altirpina che porti nel futuro il pezzo buono della vecchia identità nuscana del passato è la stella polare che dovrebbe guidare tutti (avrebbe già dovuto guidare tutti da tempo, i ritardi si pagano).
Il Nuovo Comune non è difficile come vogliono farci credere i soliti reazionari “nonsipuotisti”. Produrre una piccola costituzione (o statuto che dir si voglia) che crei una nuova istituzione democratica (salvaguardando quindi in parte il passato dei vecchi municipi) è fattibilissimo e bisognava farlo già da alcuni anni.
Se si svilupperà il dibattito potremo discuterne meglio e scendere nel concreto.
Intanto, che fare a Nusco, “quartiere” del nuovo municipio dell’Alta Irpinia?
Alcune cose essenziali, per esempio queste:
1) un riordino dell’urbanistica, con particolare riferimento al centro storico. A Nusco, vedere anche su questo i miei primi scritti su Sonar, si è persa una grandissima occasione quindici anni fa, quando si iniziò davvero a progettare il futuro del suo centro storico e di tutto il resto (“centro storico-sentieri”, con tutti i contenuti dentro, era la parola d’ordine del nuovo assetto del paese in un territorio più vasto di appartenenza). Manipolare quel progetto ha fatto perdere al paese la sua bussola e in più ha ulteriormente distrutto alcuni pezzi del suo centro storico (l’ex edificio scolastico, i lavori assurdi e inutili, l’allontanamento ulteriore del vecchio centro dal nuovo nel lavoro incredibile che ha sostituito il ponte. E si potrebbe continuare ricordando l’indifferenza, o peggio, per alcuni lavori artigianali rinati (pietre, ecc.).
2) il rilancio turistico (e non) della ferrovia Rocchetta-Avellino, con i rapporti assolutamente essenziali con la Puglia e la Basilicata, spia dell’autonomia del territorio e all’inverso dell’oppressione di classi dirigenti conformiste, subalterne all’area napoletana, e ormai pericolose.
3) la concentrazione (ossessiva, direi) sul nuovo artigianato e la nuova agricoltura. Due punti oggi principali e irrinunciabili per il futuro: la misura del nuovo (e vero) progresso passa da lì.
4) la messa in ordine dell’area industriale in tutti i sensi, produttivo e di controllo della salute. Senza ricatti e senza piagnistei sul lavoro che si perde. Meglio perdere un lavoro già segnato dalla sua morte e investire in altri lavori che stare lì a logorarsi o a farsi sfruttare.
Che dire infine ai giovani redattori di Sonar?
Liberarsi, alcuni ne sono prigionieri, dall’impersonalità e dai retaggi scolastici. Affrontare il mondo partendo da sé, dalle proprie esperienze, senza farsi ingabbiare nell’ “oggettività scientifica” che non esiste e produce soltanto persone senza autonomia, senza senso di sé e quindi degli altri.
Partire da sé significa mettersi in gioco davanti agli altri, non aver paura di dire la propria, non aver paura di mostrarsi fragili (lo siamo tutti, ed è la nostra forza).
Per questo l’impersonalità scolastica (parlare astrattamente, partire da cose “oggettive” che invece non esistono, sottomettersi alla logica “neutra” di una scienza inesistente) va liquidata come educazione sbagliata, “sottomessa” a cliché, quindi del tutto filo-”padronale” in senso lato.
Penso che per i redattori di Sonar valga quello che vale per tutti in questo periodo: riconquistare la prima autonomia che è quella del pensiero personale, per poi affrontare in modo del tutto nuovo il mondo.
Nel mio ultimo post scrivevo:
“Primo: spalancare i cervelli”.
“Secondo: fuggire dalla casa dei morti”.
Potrei aggiungere oggi in altro modo questo:
“Primo: attrezzarsi con armi adatte”.
“Secondo: cominciare a mettersi in posizione di tiro”.
“Terzo: prendere bene la mira”.
Ma per “sparare” su cosa?
Ma sul passato, remoto e recente, ovviamente!
Un abbraccio
Michele Fumagallo
p.s.: dovrebbero andare nei prossimi giorni, sotto l’intervista video a lato sul nuovo municipio, i sei brevi interventi che completano la cosa.
In copertina Marilyn Monroe

Grazie Michele per questo intervento dove oltre a delineare un profilo di sonar, hai perfettamente delineato anche il quadro politico che investe Nusco, l’Alta Irpinia e l’Europa.
Ma una domanda infondo ancora senza esito è : perchè Sonar si è inceppato? Forse non siamo nell’era giusta per atti volontaristici e disinteressati? Oppure tutto sommato non siamo in un’era di alta comunicazione ma di bassa comunicazione?
Rubo un termine di un tuo amico, “autismo corale”, infondo è qualcosa del genere il nostro male. Un autismo che tende ad escludere la vita sociale positiva e costruttiva sotto l’inganno di una vita gruppale distratta in massa.
Distratti prima di tutto noi, distratti da milioni di cazzate di cui sono saturi i nostri cervelli, distratta la popolazione nuscana che và a votare alla cieca, distratta la popolazione altirpina non cosciente del proprio territorio, distratta la popolazione italiana comandata da uno psiconano e da un branco di nani, puttane e ballerine. Distratta l’Europa che continua a legiferare a vuoto e a mandarci soldi che inevitabilmente, immancabilmente, naturalmente, spendiamo per infinite, inutili cazzate.
Lo spirito volontaristico non è remunerato. Forse da questo bisogna partire: dall’eliminare il concetto di convenienza, di quieto vivere, di coscienza.
Senza questo inevitabilmente non risciremo che a biascicare dei suoni, a far illuminare gli schermi di forme avulse dal contesto, più che esprimere un concetto.
E’ tempo anche di praticità e materialismo. Senza segni tangibili le parole su carta o su computer hanno perso di significato perch nessuno più ci fa caso. L’ammontare di stronzate in circolazione è troppo alto da pensare di avere il lusso di riuscire a comunicare qualcosa di senso compiuto attraverso uno scritto, un video o anche un’opera d’arte.
Bisognerebbe stare in silenzio e agire o se si preferisce limitarsi ad essere delle sbiadite comparse di quest’epoca.
Metto il link di questo video che seppur oramai “passatista” e da più intellettuali travisato o etichettato come fascista potrebbe far riflettere ancora in senso positivo.
“…perchè vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori di archeologi, di ciceroni, di antiquari…”.
Mi auguro che si apra la discussione, in tal caso sarà la dimostrazione che ci si sta sforzando di mettere da parte le parole e fare spazio ad altro.
MANIFESTO DEL FUTURISMO DI FILIPPO TOMMASO MARINETTI (1876-1944)
http://www.youtube.com/watch?v=F_9PxfqLxWc
Caro Luigi,
perché Sonar si è inceppato dopo un inizio mica male è una bella domanda, anzi è “la” domanda.
Sì, certamente non siamo nell’era dei gesti disinteressati (viviamo in una società del benessere, quindi egoistica per definizione) ed è una grande tragedia, anzi “la” tragedia del nostro tempo.
Come uscirne non è facile ma bisogna provarci.
Viviamo in un’epoca in cui c’è una doppia oppressione: quella della povertà nascosta sotto l’ideologia di un benessere non per tutti; e quella della ricchezza che si dimostra alla prova dei fatti, cioè del suo raggiungimento, una grande malattia.
Questa è la differenza con il passato, per esempio il passato dei nostri padri, figli della guerra, che conoscevano soltanto una oppressione, quella della povertà, e non avrebbero mai immaginato che la sua fuoriuscita li avrebbe condotti dalla padella alla brace.
La cosiddetta società dell’informazione in realtà ne è a volte la sua negazione. Più c’è bulimia di informazioni meno si capisce la realtà e anzi più aumenta la sua mistificazione. Anche qui è la ricchezza che mostra il suo volto demoniaco: invece di produrre progresso lo annulla e inizia la sua parabola decadente.
Sì, l’autismo corale è la cifra della nostra epoca. Più è società di massa più c’è solitudine.
Tuttavia occorre domandarsi il perché di questo.
Cioè perché la ricchezza, che è un fatto positivo, si tramuta nel suo contrario, in decadenza e senso di morte.
Perché il “coro”, la massa, che è cosa positiva, nasconde una terribile solitudine, senza speranza.
Io credo che la ricchezza è morte quando è coniugata al singolare, cioè quando è privilegio a danno di altri. La ricchezza collettiva ed egualitaria non può, invece, che produrre una moltiplicazione di fattori positivi.
Allo stesso modo penso che la massa o il gruppo democratico si ha soltanto quando c’è una esaltazione reale delle possibilità individuali e non il suo occultamento nella massificazione.
Non lo so se siamo tutti distratti. Forse siamo tutti colpevoli (meglio usare linguaggi duri, senza auto assoluzioni).
L’Europa non marcia per l’egoismo assurdo dei vecchi stati nazionali, incapaci di ridimensionarsi in positivo come Regioni di uno Stato nuovo.
L’Italia è bloccata (ma è peggio quando “cammina”, soprattutto guidata, com’è ora, dallo psiconano) perché non ha un orizzonte europeo autentico, e quindi non sa dare al vecchio stato un nuovo ruolo.
L’Alta Irpinia non conosce se stessa, prigioniera di classi dirigenti ridicole, legate a miseri municipi che arrancano senza produrre che il vuoto.
Nusco fa porcate continue. Abbiamo avuto generazioni che hanno passato il loro tempo a genuflettersi senza dignità di fronte a un politico, senza minimamente accennare a un cambiamento quando quel tempo è passato. Abbiamo visto quindi i frutti amari di quella generazione: necrosi sociali diffuse a dismisura, a partire dal fenomeno droga. Ero amareggiato (probabilmente ce l’avevo anche con la mia impotenza ad agire) e nello stesso tempo incazzato da morire nel vedere generazioni bruciarsi nel vuoto più assoluto e nello stesso tempo, vedere l’incapacità di accennare a un cambiamento da parte dei padri.
E lasciamo stare il votare alla cieca perché i nuscani l’hanno sempre fatto. Certo, col passare del tempo peggiorano (una cosa è votare De Mita il grande, un’altra De Mita il piccolo), ma sostanzialmente resta la logica della dipendenza comunque camuffata.
E’ un paese e un territorio che conosce pochissimo l’autonomia, l’unica cosa che ti permette di fondare una civiltà degna del nome.
Sì, caro Luigi, bisogna partire dal disinteresse. E’ vero che la storia degli uomini è segnata dalla lotta degli interessi, ma gli uomini liberi, quelli che fondano le nuove civiltà e i nuovi rapporti, sono portatori di disinteresse.
Il disinteresse, cioè l’interesse collettivo, è la strada che porta all’autonomia. E da lì si riparte.
Sulle cose tangibili, dall’inizio della collaborazione con Sonar ho cercato di dare il mio contributo per non limitarsi a un sito dove si discute soltanto, ma a un binomio discussione – operatività che è il segreto ormai di tutti i gruppi veramente vitali.
Ne potrei elencare tante: dal film sul nuovo municipio (una cosa che darebbe a Sonar uno spessore di tutto rispetto) ad altri video; dagli “incontri di Sonar” (cioè rassegne artistico-culturali periodiche) a manifestazioni annuali che rendono Sonar un luogo di incontro e insieme di impegno.
Per uscire da un blocco pericoloso si può dar vita da subito a una manifestazione (da stabilizzare, arricchire e ripetere tutti gli anni) per il rilancio, turistico e non, della tratta ferroviaria Avellino-Rocchetta.
Una festa da fare nello spiazzale della stazione a Nusco. Povera ma ricca di contenuti sul piano della discussione, della musica, delle installazioni artistiche, dei prodotti tipici, dei progetti per il rilancio.
Su Marinetti ci sarebbe tanto da discutere, innanzitutto per liberare la sua arte dalle manipolazioni politiche di allora. Quello sul Futurismo è uno sberleffo salutare. Certo soltanto uno sberleffo, ma cosa si pretende di più dall’arte?
La rottura col passato in fondo è l’unico modo possibile per andare avanti…
Caro Luigi,
in alcuni film dell’orrore (per esempio quelli di Romero: “La notte dei morti viventi”, eccetera) è descritta bene, parliamo di metafora naturalmente, la “malattia del passato” che contagia tutti quelli che le stanno vicini.
Il passato è un metro di misura imbattibile per capire quale futuro si sta costruendo.
Chi non fa i conti col passato (in tutti i sensi: come autocritica sugli errori e come lascito positivo per il futuro) è fottuto, cioè per stare alla metafora di Romero sugli zombi, è un morto vivente che cammina e che non riesce a tollerare la vita (cioè il futuro) che trova davanti a sé. Per questo deve addentare il collo dei vivi, per farli diventare come lui, per portarli indietro, appunto, nel passato.
Pasolini descriveva il tutto nella metafora del piccolo borghese che non è contento fin quando, come un vampiro, non addenta la propria vittima. Fin quando non vede che la vita che gli sta di fronte non viene piegata alla morte (al passato).
Si potrebbe concretizzare il tutto con tanti esempi.
Prendiamo il caso di Nusco e prendiamo un paio di esempi.
Gli amministratori che stanno adesso in municipio ci hanno rotto le palle (usiamo anche un linguaggio così, fa bene), nelle prime settimane del loro mandato, quando per i rincoglioniti che li hanno votati sembravano vivi, con incontri di ogni tipo sui più diversi e curiosi argomenti. Soltanto, ecco il punto, mancavano gli argomenti veri per il paese. Mai che si sia parlato, ad esempio, della piaga del clientelismo, il macigno gigantesco che impedisce ogni rinnovamento da noi.
Ecco, quella è la spia (ma ci sarebbero tanti altri esempi) della falsità politica (e sociale) di quelle persone.
Altro esempio: la generazione di cui ho parlato nel mio pezzo introduttivo sopra, che è poi quella che in gran parte si è pasciuta e ha seguito i destini della vecchia Democrazia Cristiana demitiana, ha visto in qualche modo infranti i propri sogni (diciamo meglio “desideri”, sogni è una parola troppo grande e impegnativa per loro), con i figli in preda spesso a comportamenti autodistruttivi (droga, ma non solo). Ebbene la risposta è sempre stata di un cinismo sconvolgente (frutto anche di debolezza sconvolgente, d’accordo), con una pratica omertosa persino incredibile per chi, come me, è stato su sponde politiche e culturali opposte.
Sono due esempi di rapporto malato col passato, di incapacità a farvi i conti, a discuterne per separare l’aspetto positivo da quello negativo.
Continuiamo la discussione
Michele Fumagallo
Cari amici di Sonar,
la riflessione che ho prodotto è innanzitutto per voi.
E’ un’occasione per discutere (non ce ne sono tante, purtroppo).
Fatevi quindi avanti.
O siete in preda all’attacco del vampiro (del passato) che vi ha già affondato qualche dente nel collo?
Un abbraccio, cacasotto
Michele Fumagallo
Forse il sito è solo in sala rianimazione…speriamo non sia morto!
Caro Luigi,
già, speriamo…
Occorrerebbe approfittare di questa riflessione in chiusura della mia collaborazione da “ospite illustre” di Sonar per discutere.
Serve innanzitutto ai redattori di Sonar, se esistono.
Un abbraccio
Michele Fumagallo