Le parole che cercavo…

di Antonio Pignatiello

 

Gennaio è un mese da cantare, mese di memoria:

Fabrizio De André, Piero Ciampi, Luigi Tenco.

Tre poeti della vita e della sua sacralità, che hanno scelto un mese bianco per andarsene. Ma questa è un’altra storia che fa parte di un altro libro da scrivere.

Questa invece è una faccenda fatta di parole, libri e altri oggetti: forse la memoria ladra degli uomini perduti si nutre di giornali femminili e stanze spoglie.

E quando l’amore è andato, partito, puoi star certo che non lascerà traccia: ciò che resterà sarà solo il suo surrogato…“Per conoscere la solitudine bisogna essere stati in due”…e poi continuano ad arrivarmi lettere spedite da chissà chi, in questo posto che nulla chiede e tutto trattiene…ché poi non faccio in tempo a salutare, che vengo subito tirato dentro da qualcuno a bere un goccio, passando per il bar ‘da Mauro’, e ad assaggiare questo e quello, e quell’altro ancora, e poi finisci dentro la casa di altri amici, fisarmoniche, chitarra, armonica, tammorra, e ‘Zompa la Rondinella” tra la stazione di Rocchetta Sant’Antonio, Lacedonia…”eh!, sì, amore, io ti amo, ma ti lascio a Carbonara”, e altre tarantelle, e un altro giro di rosso, e un altro stornello ancora… e la tua solitudine è già andata a puttane! Vaffanculo amore mio, tu volevi una casa con quattordici stanze, come l’hanno “quei quattordici imbecilli che ci stanno davanti”, e certo hai un bel nasino, ‘non te l’ha fatto Dio, te l’ho fatto io!” e lascia perdere la faccenda dei soldi, perché “Io ti compro una sedia perché tu non ti muova più, perché quegli imbecilli non ti guardino mai più”.

Sarà per questo che, quando posso, ci torno.

Forse è l’unico posto dove passarci la notte sottocoperta, al riparo da sguardi indagatori, e lingue e orecchie interessate più al mio stomaco, che al resto della mia vita. E poi c’è quella lingua rocciosa, che se l’ascolti rischi di capire il contrario di quel che si sta dicendo…e si finisce in un lago fatto di parole…parole scelte in fretta, parole bloccate, parole sospese in gola, che bruciano, accendono e fanno male.

Parole che risuonano dentro stanze fatte di accendini, fotografie ingiallite attaccate ai muri: pugnalate di ricordi, e campanelli rotti, che non suonano, e resta solo una porta a cui bussare; e un’altra voce nella notte è rimasta impigliata nella rete della tua segreteria telefonica.

Occhi attaccati nei corridoi, e facce, e dischi che prendono parte alle faccende della vita, una vita scassinata dai libri, divorata dal vino e presa a calci dalla gioventù che non c’è più. E poi ci sono le strade e le case, e quella voce che chiama, chiama, e tu non rispondi, che sei già preso, perso, dietro altre gonne, altre lavatrici e bollette da pagare…ti guardi allo specchio, chiami…nessuno risponde…

“Affanculo amore mio, te e il tuo cazzo di ombrello che cerca invano la pioggia anche se è emozionato perché quella terra che lui preclude non è la sua, ma comunque c’è la memoria”.

Metti la tua vita nella borsa, prendi il primo treno dentro una carrozza che sa di piscio e muffa, e quando arrivi in stazione sei già in una sorta di limbo:

straniero nel tuo paese, forestiero in quella cazzo di città che non ti ha mai voluto adottare veramente.

Taci.

Le parole che cercavo non rimano più con te.

In copertina caspar_david_friedrich-viandante_in_un_mare_di_nebbia.