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		<title>RSW RadioSonarWeb, un “manifesto ideologico”</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 18:25:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oltre il muro del suono: linguaggi e realtà]]></category>
		<category><![CDATA[Gianpaolo Faia]]></category>
		<category><![CDATA[Radiosonarweb]]></category>
		<category><![CDATA[RSW]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianpaolo Faia La società contemporanea è una “creatura” davvero particolare: generalmente viene caratterizzata da una liquidità di baumaniana memoria, dove l’omologazione e la spersonalizzazione riescono spesso a prendere il...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gianpaolo Faia</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/04/Gerard_Rancinan_Naitre_et_mourir_2009.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1458" title="Gerard_Rancinan,_Naitre_et_mourir,_2009" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/04/Gerard_Rancinan_Naitre_et_mourir_2009-300x189.jpg" alt="" width="300" height="189" /></a>La società contemporanea è una “creatura” davvero particolare: generalmente viene caratterizzata da una liquidità di baumaniana memoria, dove l’omologazione e la spersonalizzazione riescono spesso a prendere il sopravvento sulle particolarità sia di soggetti individuali che collettivi. Questa è l’era dei concetti esasperati e troppo spesso vacui, della spettacolarizzazione di un immaginario collettivo che rischia di mostrarsi povero di idee futuribili e al contempo avaro di retaggi e ancoraggi solidi che possano fungere da base su cui piantare l’architrave di un’idea di progresso sostenibile e condivisa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il continuo dimenarsi fra i poli della modernità, porta la nostra società a divenire da un lato un soggetto amorfo e quasi indefinibile, dall’altro un crogiuolo di frammentarietà talmente esasperate da foraggiare quella spersonalizzazione che la suddetta segmentazione cerca proprio di fuggire: una frammentarietà su base talmente individuale da minare le fondamenta delle comunità locali che pian piano assistono impotenti ed inermi allo sgretolamento delle proprie radici ed unicità.<span id="more-1457"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In un tale quadro, per non naufragare nel mare magno della spersonalizzazione e dell’omologazione, risulta sì fondamentale preservare il retaggio individuale e collettivo, ma non bisogna assolutamente cadere in una degenerazione che troppo spesso rischia di portare alla fossilizzazione e all’immobilismo sancendo così la definitiva “morte intellettuale” dell’individuo e della comunità locale di riferimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente tale ragionamento può e dovrebbe applicarsi a realtà sempre maggiori, in quanto l’aggregazione di tessuti connettivi sociali e comunitari limitrofi dovrebbe tendere proprio a favorire l’incontro fra questi micro-soggetti in modo da creare reti sempre più grandi e sempre più interconnesse fra loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Aprirsi al mondo e al progresso risulta dunque un atto vitale per qualsiasi individuo e/o comunità; ma altrettanto vitale è la preservazione delle irripetibili singolarità ed unicità che rappresentano gli unici reali ancoraggi per evitare il naufragio nel e del mondo globalizzato.</p>
<p style="text-align: justify;">UNA NUOVA OPPORTUNITA’: LE “ICT”</p>
<p style="text-align: justify;">Il contesto in cui tale teatro viene a svilupparsi è totalmente diverso da quelli del passato, anche di quello relativamente recente. Un contesto fatto da nuove opportunità inimmaginabili anche solo pochi anni fa. Il roboante ingresso delle nuove tecnologie della comunicazione nel vissuto quotidiano degli individui ha letteralmente cambiato modi e forme di interrelazione. E questo è un dato di fatto assolutamente non trascurabile. La buona o cattiva influenza delle ICT (tecnologie della comunicazione) sulle relazioni individuali e sulla formazione di una coscienza collettiva è dato ovviamente dai modi d’uso e dai contenuti “trasportati” da tali media, tuttavia la vastissima gamma di scelta e di opportunità da essi fornite, nonché il sistema di reti e di interscambio che caratterizza queste tecnologie avallano sempre più un modello cognitivo semiotico-relazionale a discapito di un asettico modello matematico-informazionale. L’informazione viene così filtrata e decodificata secondo parametri soggettivi e può essere facilmente condivisa e dibattuta: anche avversata, se necessario. Tutto ciò, rigorosamente a vantaggio della pluralità di idee e di espressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la crisi dei media generalisti (TV e radio “nazionali” e “monotematiche”), la frammentazione dell’audience prende il sopravvento. Il proliferare di TV e radio locali non è altro che la naturale risposta alle nuove e diverse esigenze dell’audience stessa e delle maggiori competenze tecnologiche di larghi strati della società (in primis le nuove generazioni). Ed è proprio il passaggio da una tecnologia analogica ad una digitale a permettere tale pluralità di possibilità: basta un “click” su una piattaforma digitale e/o satellitare per rendersi conto di come l’offerta di programmi e prodotti, ma soprattutto di contenuti, sia esponenzialmente aumentata e contemporaneamente si sia specializzata e settorializzata viste le crescenti competenze sia del comunicatore che del destinatario del “messaggio”.</p>
<p style="text-align: justify;">La spallata definitiva ad un vecchio modo di comunicare e di carpire informazioni, tuttavia e palesemente, è stata data da internet. La rivoluzione che tale “rete” ha portato nel vissuto degli individui è deflagrante e sotto gli occhi di tutti. La facilità di accesso e l’universalità del linguaggio on-line ha dato il “la” ad un effetto domino che si è riversato su qualsiasi settore della società (anche se spesso le fasce di popolazione meno abbienti e  tecnologicamente non alfabetizzate vengono tagliate fuori, in primis nei Paesi in via di sviluppo, aumentando la forbice del “digital divide”). Oggi le informazioni si prendono sì da radio e TV classiche, ma in maniera nettamente minore rispetto al passato: il vero “portale della conoscenza” è divenuto internet. Le persone connesse alla rete sono ormai la maggioranza (ovviamente riferendosi ai Paesi sviluppati) e basano una parte delle loro relazioni e della loro formazione personale proprio sulle informazioni in rete: enciclopedie on-line, social network, posta elettronica… sono miriadi gli esempi. Basti pensare che anche tutte le Istituzioni statali hanno dei propri siti di riferimento. Insomma, non vi è lembo della società che non abbia, per così dire, una proiezione digitale di sé in rete.</p>
<p style="text-align: justify;">L’opportunità fornita da internet non poteva non essere colta da quelli che generalmente vengono catalogati come media “tradizionali”, ovvero la TV e la radio, ma anche la carta stampata. La convergenza digitale ha permesso l’adattamento del linguaggio audio-visivo di tali media alle forme e ai modi caratteristici di internet. La fruibilità ai contenuti di tali piattaforme è aumentata esponenzialmente grazie alle nuove interfacce digitali; l’accessibilità è divenuta pressoché totale e “mobile” (smartphone, tablet, notebook, iphone ecc.) e proprio questa “despazializzazione” sia dei contenuti che dei modi di accesso è diventata il motore propulsore di una crescita esponenziale del settore tecnologico e contenutistico ad essa legato.</p>
<p style="text-align: justify;">La crisi dei media tradizionali, dunque, può essere attribuita alla capillarità con cui internet ha “invaso” le nostre case sostituendosi ad essi, tuttavia la sopravvivenza di tali media può essere irrimediabilmente legata alla loro capacità di interfacciarsi con il mondo della rete digitale (problema che si ripercuote maggiormente per la carta stampata): ecco il paradosso, dove la salvezza può essere trovata in ciò che contribuisce alla distruzione… ma questa è solo una delle tante contraddizioni della modernità.</p>
<p style="text-align: justify;">LA RADIO E IL MONDO NUOVO</p>
<p style="text-align: justify;">Come tutte le cose in questo universo, anche un medium come la radio ha subito e subisce continue evoluzioni. Tale mezzo è stato il primo a permettere una comunicazione in tempo reale e a stabilire rapporti empatici col pubblico di riferimento. Dopo la stampa (cronologicamente), è stato il primo mezzo che realmente ha potuto fregiarsi dell’appellativo di “massa”, in quanto è stato per decenni la primaria fonte di informazione e socializzazione per così dire “mediatica” ed onnicomprensiva, tale da poter raggiungere anche il più lontano e sperduto ascoltatore in possesso, appunto, di una radio, travalicando i confini spaziali e temporali che fino ad allora avevano rappresentato un grosso limite alla diffusione delle informazioni e della conoscenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Le nuove tecnologie stanno determinando e caratterizzando le modalità di diffusione della radio stessa, strumento molto apprezzato in Italia. Nonostante le alterne fortune che si sono susseguite nel tempo (età dell’oro degli anni ’50, la crisi RAI e le radio libere degli anni ‘70, dal “libero” al “privato” degli anni ‘80, la crisi di ascolti degli anni ’90), attualmente tale mezzo di comunicazione assiste ad una vera e propria seconda giovinezza; ed è proprio internet il nuovo motore propulsore della rinascita della radio. Molte emittenti iniziano a dotarsi di un sito web per divenire dei veri e propri portali multimediali; addirittura nascono le cosiddette web radio, destinate ad incidere significativamente sull’evoluzione di questo medium. Molti critici di fine millennio avevano una visione molto pessimista sull’evoluzione e sul destino della radio in quanto la ritenevano un mezzo desueto surclassato dalla televisione: nessuna previsione si è rivelata più fallace di questa, soprattutto se rapportata al contesto italiano. Il calo dei telespettatori registratosi tra gli anni ’90 e 2000 non a caso è concomitante con un aumento esponenziale dei radioascoltatori e degli internauti; addirittura un sondaggio del 2004 (6 ottobre) dimostrerebbe come ben il 45% degli italiani preferirebbe la radio alla televisione. Come già accennato, è proprio il web 2.0 a determinare le fortune odierne della radio, di cui diviene parte integrante e fondamentale. La sintesi di tutto ciò è rappresentata proprio dalle web radio, ovvero emittenti che trasmettono il loro palinsesto attraverso internet e che risultano accessibili, sia dal punto di vista del comunicatore che da quello del fruitore del servizio, con qualsivoglia strumento tecnologico in grado di accedere alla rete. Basta, ad esempio, un pc, un tablet, uno smartphone (sempre però dotati di connessione alla rete), ed il gioco è fatto. Oltre all’elevatissima accessibilità, i vantaggi forniti da tale servizio sono svariati; i più significativi vanno da una grande economicità della realizzazione del progetto, alla possibilità di fornire una programmazione altamente specializzata, oltre ovviamente alla capacità di raggiungere con irrisoria facilità ogni angolo del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale fenomeno tecnologico non può prescindere da un altro fenomeno sociologico, ovvero quello della glocalizzazione. E’ proprio la rete web il luogo idoneo dove sviluppare la sintesi tra il localismo e la globalizzazione. Il cyberspazio diviene il terreno fertile in cui piantare il seme di tale sintesi. Il termine “glocalizzazione” nasce proprio per adeguare il panorama della globalizzazione alle realtà locali. Il glocalismo ritiene come fondamento della società le comunità locali che, unendosi man mano alle altre, divengono dei sottosistemi di una rete sempre più grande. Il centro diviene così l’individuo, il patrimonio locale della persona e della comunità d’appartenenza in relazione con gruppi sempre più complessi fino ad arrivare ad una dimensione globale. In tutto ciò, assume valore fondamentale la comunicazione e le nuove tecnologie che permettono di accelerare le relazioni e i processi di trasformazione. Quale strumento, meglio della rete internet, può rappresentare lo sbocco naturale di tale evoluzione sociale e tecnologica? Questa è la congiuntura fenomenologica che sfuma l’eterna diatriba tra determinismo tecnologico e tecnologia determinata, ponendo l’accento sull’interscambio e la connettività, oltre ovviamente all’accessibilità e alla convergenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Capacità delle web radio è quella di restare fortemente radicate al territorio e alla comunità locale pur riuscendo ad affrontare con sempre maggiore successo il mercato globale: assistiamo dunque ad una globalizzazione della fruibilità della radio (un qualsiasi dispositivo connesso al web in qualsiasi zona del mondo) e una grande localizzazione dell’ascoltatore (audience anche lontane geograficamente ma vicine come luogo d’interessi). Tale modello tende proprio alla fidelizzazione dell’audience, cosa che molto spesso arriva ad ottenere risultati che vanno oltre le più rosee aspettative. La presenza in rete, dunque, dà la possibilità di varcare i confini territoriali e promulgare una diffusione della trasmissione su scala planetaria. Ulteriore vantaggio rispetto ai media generalisti, che per definizione tendono a “generalizzare” i propri contenuti, è la capacità delle tecnologie on-line di individualizzare tale contenuti, sfruttando la frammentazione dell’audience a proprio vantaggio tramite la costruzione di palinsesti a misura di utente e, in ambito commerciale, la possibilità di promulgare campagne pubblicitarie altamente selezionate riguardanti target specifici di prodotti mirati (oltre ad una garanzia del rispetto del prodotto locale nel momento in cui affronta il mercato globale).</p>
<p style="text-align: justify;">La nascita di una web radio libera, aperta agli input della società cui si riferisce, è senza dubbio una garanzia di pluralismo e di attualizzazione. La possibilità che ogni utente possa diventare teoricamente a sua volta un emittente, è un surplus fondamentale rispetto agli altri media (come ad esempio la stampa, mezzo molto gerarchizzato per definizione e che non permette un’interscambiabilità dei ruoli tra emittente e ricevente). Una web radio legata al territorio e che si confronta e relazione col mondo, facendosi portavoce delle unicità della comunità locale cui si rapporta quotidianamente; una voce plurale che diviene “un megafono glocale per una comunità locale in un mondo globalizzato”: questa è la grande opportunità che l’interconnessione tra territorio, ICT e mondo globale può offrire alla società. Cosa non da poco.</p>
<p style="text-align: justify;"> In copertina foto di Gerard_Rancinan,_</p>
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		<title>Che Bbar!</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 18:21:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Capone]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Capone Avevamo appena assistito a un concerto col Teremin e le frequenze ascoltate avevano allargato i nostri cervelli. Quello strumento ti faceva passare da attimi di panico e...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Luigi Capone</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/04/Foto-di-Dave-Hill.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-1455" title="Foto di Dave Hill" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/04/Foto-di-Dave-Hill-300x200.png" alt="" width="300" height="200" /></a>Avevamo appena assistito a un concerto col Teremin e le frequenze ascoltate avevano allargato i nostri cervelli. Quello strumento ti faceva passare da attimi di panico e rabbia a momenti di ilarità e di gioia.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ragazze avevano fumato un po’ troppo e non si trattenevano dal ridere, noi avevamo bevuto troppo e non potevamo trattenerci ugualmente. Era che quella forma di musica ti tirava veramente fuori qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Come Vincenzo suonava il Teremin così dirottava i nostri pensieri : la casa dei fantasmi, sensazioni di una scimmia nello spazio, Dj BAU.<span id="more-1454"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Le onde elettromagnetiche ci condussero poco dopo nel solito bar, lontano dalla movida del centro.</p>
<p style="text-align: justify;">Michele esordì così : in questa città ci sono rimasti soltanto due BBar, di quelli col raddoppiamento fono sintattico e con la lettera maiuscola. Questo è uno dei due.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un bar perfetto, potevi sentirti a casa anche di notte fino all’alba. Vendevano sigarette, tabacco, cartine, una certa gamma di alcolici, pizzette, arancini, crocchè fritti nell’olio di capodanno che gli dava un certo retrogusto di pesce, panuozzi. Trovavi scommesse sportive, internet point, gioco d’azzardo, slot, se cercavi bene c’era anche il modo di venderti un rene o di comprarlo da un bambino thailandese.</p>
<p style="text-align: justify;">Che bar stupendo.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra ordinazione consisteva sempre in vari bottiglioni giganti di Peroni a un euro e cinquanta. Prezzo onesto. Contorno di schifezze da mangiare per cena per farla andare giu meglio e sala fumatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella sera pioveva tanto che si sentivano le gocce battere violentemente sul soffitto di pannelli di ferro , plastica e compensato.</p>
<p style="text-align: justify;">Una baracca. Ne trovi di identiche anche a Londra, a Berlino, a Parigi, a Tokyo, a Los Angeles. Ogni città, per quanto bella e ricca possa essere, ha i posti dove vengono relegati i poveri, gli stranieri e le mezze seghe.</p>
<p style="text-align: justify;">I tavolini a colori forti consumati, le mura di cemento scoperto, le sedie, le luci, erano tutte accostate rigorosamente a caso. Una casualità così forte da sembrare quasi bella.</p>
<p style="text-align: justify;">Eravamo gli angeli danzanti forniti di un forte calamitaggio verso i propri simili. Alicia e Carmencita poi con la loro scosciatura contribuivano ad attirare verso di noi i falchi da bar.</p>
<p style="text-align: justify;">La gente del bar di solito è sempre avvezza al confronto, può diventare invadente da fare schifo e presenta un notevole livello di socievolezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivarono tutti insieme. Il primo però fu Habib Amrouche. Un tunisino alto e robusto intorno ai quarant’anni. Si presentò in occhiali da sole, levandoseli e rimettendoseli continuamente e nervosamente, e mostrando una carta d’identità quasi illeggibile per dimostrarci di non essere clandestino. Ci parlava della protesi che aveva al braccio destro e della sua forte e sentita salernitanità. Doveva ringraziare l’Italia nonostante fosse quasi morto sul lavoro, infondo prendeva una bella pensione d’invalidità, nonostante sbraitasse di continuo contro l’INPS, che gli permetteva di fare vita da bar notturna a tempo pieno.</p>
<p style="text-align: justify;">Habib era uno di quelli che rientravano nella categoria “falchi da bar invadenti”.</p>
<p style="text-align: justify;">A seguirlo arrivò Tommaso. Calabrese D.O.C. Diceva di essere anche lui uno straniero in Italia, perché la Calabria non era Italia. Mestiere : muratore a cottimo. Non poteva farsi vanto di molto, allora sfoggiava continuamente il suo cellulare da 900 euro che probabilmente pagava a rate.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine Katrina, di patria ucraina, sui 25 anni già con tre figli e abbandonata dal fidanzato. Mestiere : cercatrice di marito per farsi mantenere. L’Italia agli occhi di un’europea dell’est era anche questo. Di solito le polacche, dopo l’ingresso della Polonia nell’Unione Europea, minacciavano sempre qualcuno e finivano per essere portate via dai carabinieri e dai servizi sociali. Le ucraine invece si sentivano ancora ospiti di una terra straniera e rimanevano più servili e riverenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Giravano gli stuzzichini e giravano pure le loro facce. Intorno al tavolo. Arrivò Michele con altre quattro Peroni, ormai non si contavano più.</p>
<p style="text-align: justify;">Habib continuava a cacciare la carta d’identità, Tommaso raccontava le carognate dello stato italiano contro gli operai con forti aspirazioni regionali nei momenti salienti, Katrina faceva già il filo a Michele. Pare che gli sussurrò all’orecchio : “tu non sei come gli altri…”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma le birre finivano sempre troppo presto e Habib iniziava a dire : “Un’altra birrage, un’altra birrage…”.</p>
<p style="text-align: justify;">Alicia rideva e mi gridava di andarle a prendere. Io gridavo a Giggino, il barista, di servircele; infine si alzava Eugenio e andava a prenderle lui. Il sistema della catena di montaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Fumavamo tabacco, nessuno aveva una canna.</p>
<p style="text-align: justify;">“Se eravamo buoni avremmo avuto la cocaina”, aggiunse Tommaso.</p>
<p style="text-align: justify;">Giggino era un buon barista tutto sommato, il giusto compromesso tra la brava persona e l’uomo di merda, ma alle cinque di mattina era stanco anche lui e voleva andare a letto.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ucraina si fiondò su Michele. Io mi fiondai su Alicia, Carmencita aveva sonno e se ne tornò a casa masticando la sua gomma.</p>
<p style="text-align: justify;">Tommaso si defilò educatamente.</p>
<p style="text-align: justify;">“Senti Habib, è l’ora di andarsene a casa”</p>
<p style="text-align: justify;">“Un’altra birrage, un’altra birrage!”. La sua parlata era un misto di tunisino, francese e dialetto salernitano.</p>
<p style="text-align: justify;">“Va bene, prendiamo un’altra birrage, Giggì, ma mettila nella plasticage così ce n’andiamo!”</p>
<p style="text-align: justify;">E ognuno per conto suo.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrollato di dosso Habib, c’era solo la macchina di Michele. Le coppie erano fatte.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ora andiamo in un posto romantico a goderci un po’ il panorama” furono le ultime parole di Michele prima di arrivare in uno spiazzale tra un cantiere e una centrale elettrica in disuso coi fili scoperti.</p>
<p style="text-align: justify;">“Eccoci arrivati”. Dissi, beviamo la birrage.</p>
<p style="text-align: justify;">Io e Alicia eravamo nella zona posteriore, la nostra aspirante mogliettina di un italiano nella zona anteriore con Michele.</p>
<p style="text-align: justify;">Certe cose si fanno con calma. Michele sapeva benissimo che a volte le straniere si fanno mettere incinta apposta per cercare di avere la cittadinanza, ma questo non era il caso, stavolta la ragazza voleva farsi mettere incinta per trovare un marito da spennare.</p>
<p style="text-align: justify;">Io mi abbassai completamente i pantaloni (Alicia con me era già collaudata) ma avanti succedeva qualcosa di strano. Per quanto la giornata che stava iniziando fosse grigia vidi un barlume di luce quando mi disse all’orecchio “mettimelo nel culo”. Deo Gratias.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’altra parte Michele recitava la parte dell’uomo innamorato e ricco, due menzogne in una. Ci guardammo per un attimo. Dovevamo solo stare attenti a non eiacularci erroneamente addosso! Infondo eravamo a circa 50 cm di distanza soltanto e qualche schizzo poteva volare.</p>
<p style="text-align: justify;">E dopo di noi venne anche l’alba. Non era uscito il sole ma una Peroni da 66.</p>
<p style="text-align: justify;">Accompagnando le signorine nelle loro case sentii dire “Tu non sei come gli altri”, “Certo, si, come no!”.</p>
<p style="text-align: justify;">E rimanemmo lì a contemplare la luce della birra.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In copertina foto di Dave Hill</p>
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		<title>Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 18:18:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[SuccedE (A Distanza di Sicurezza)]]></category>
		<category><![CDATA[Johann Wolfgang Goethe]]></category>
		<category><![CDATA[Tanja Contino]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tanja Contino “Questa è l’Italia che lasciai. Sempre polverose le strade, sempre spennato lo straniero, qualunque cosa faccia. Cerchi invano la probità tedesca; qui c’è vita e animazione, non...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tanja Contino</p>
<p><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/04/Steve-Mc-Curry-2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1451" title="Steve Mc Curry 2" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/04/Steve-Mc-Curry-2-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a>“Questa è l’Italia che lasciai. Sempre polverose le strade, sempre spennato lo straniero, qualunque cosa faccia. Cerchi invano la probità tedesca; qui c’è vita e animazione, non ordine e disciplina; ciascuno pensa solo a sé e diffida degli altri, e i reggitori dello stato, anche loro, pensano a sé soli.”</p>
<p>Questa è la citazione di Johann Wolfgang Goethe con cui Sabino Cassese introduce il suo libro “L’Italia: una società senza stato?” pubblicato da il Mulino. Cassese, giudice della Corte costituzionale e professore universitario, affronta un’analisi della debolezza dello stato italiano, dei motivi per cui la nostra è una nazione che ha caratteristiche e problemi diversi da quelli degli altri principali stati europei.<span id="more-1450"></span></p>
<p>E le ragioni individuate sono queste: Costituzionalizzazione debole, l’Italia del popolo italiano?, manca l’anima della nazione, la giuridicità debole, il centro vuoto, la mancata emancipazione dello stato, l’assenza di una “noblesse d’Etat”, la fuga dallo stato, dislivelli di statalità. Sembra difficile ma non lo è. Nel prossimo articolo andrò più nello specifico. Per ora vi lascio sempre con Cassese e una frase che, secondo me, può dare qualche spunto:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Lo stato di diritto non è solo lo stato soggetto a regole predeterminate a mezzo di leggi; è anche governo di un corpo professionale di funzionari, scelti secondo il criterio del merito e sottoposti solo alla legge. Attraverso questi lo stato non assicura solo il rispetto delle norme ma svolge una attività educativa”.</p>
<p>In copertina foto di: Steve Mc Curry</p>
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		<title>Satyricon : una visione umana, magnificamente troppo umana.</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 18:14:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Facciamone un dramma]]></category>
		<category><![CDATA[Corte di Cassazione.]]></category>
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		<category><![CDATA[Teatro Vascello]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mariangela Imbrenda La prima domanda che si potrebbe porre ai realizzatori dello spettacolo Satyricon: una visione contemporanea (in scena presso il Teatro Vascello in Roma, fino al 29 aprile)...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mariangela Imbrenda</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/04/satyricon_verdastro.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1447" title="satyricon_verdastro" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/04/satyricon_verdastro-300x180.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a>La prima domanda che si potrebbe porre ai realizzatori dello spettacolo Satyricon: una visione contemporanea (in scena presso il Teatro Vascello in Roma, fino al 29 aprile) è incentrata sul grado di “incoscienza” impiegata come ingrediente, se non principale, quantomeno determinante, nella rielaborazione, in chiave drammaturgica, di una pietra miliare della letteratura latina come il Satyricon di Petronio.</p>
<p style="text-align: justify;">Una buona dose di freschezza e, come recita il titolo, di autentica contemporaneità ha infatti consentito di superare il temibile ostacolo di un confronto con l&#8217;illustre precedente cinematografico felliniano del 1969 e con versioni odierne, in costume, al limite dell&#8217;imitazione pedissequa dell&#8217;originale romanzo.<span id="more-1446"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La seconda questione, figlia della precedente, verterebbe sullo iato tra l&#8217;assenza di una definizione certa della parola “satira” in latino e l&#8217;esistenza di una precisazione giuridica fornita (addirittura!) dalla Corte di Cassazione (Prima sezione penale) e sulla maniera più corretta di viverlo teatralmente: se infatti sono ancora forti le perplessità intorno alla natura e all&#8217;origine del genere che sembrerebbe non derivare da un diretto corrispondente del mondo greco, come dimostra la legittima fierezza di Quintiliano: «satura quidem tota nostra est» («certo la satira è del tutto nostra»), la sentenza n. 9246 del 2006 nasce da un&#8217;improrogabile urgenza di chiarificazione: «È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il</p>
<p style="text-align: justify;">compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene. ».</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla satira al capolavoro dell&#8217; arbiter elegantiae il passo è breve perché fortemente “realistico” e evidenziandosi per il recupero della satira menippea come tipico tratto distintivo, e prendendo le mosse da un romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si dimentichi che nelle letterature classiche il “romanzo” moderno conosce un suo corrispettivo parziale poiché con questo nome si tende a descrivere una caratteristica dell&#8217;atto narrativo incentrato su vicende complesse ed avventurose, in genere accadute durante un viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella trasposizione delle vicende dei protagonisti all&#8217;altezza del XXI secolo, la fusione dei due elementi citati consente di preservare, come nel modello originario, il perpetuo stato di creazione di “un romanzo in forma di satira menippea” in cui peripezie, persecuzioni, pericoli, travestimenti ed agnizioni si moltiplicano adattandosi a nuovi codici visivi, linguistici, gestuali ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma secolo che vai Satyricon che trovi: i primi tre capitoli apprezzati ( essi erano gli unici previsti dal 13 al 19 aprile), preceduti dal monologo La guardiana, si intitolano nell&#8217;ordine: La pinacoteca di Eumolpo, Tra scuola e bordello e Quartilla.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di libere e raffinate rielaborazioni pregne di intelligenza, o meglio del dubbio che come altro nome di quest&#8217;ultima alimenta la sete di conoscenza, di ricerca, scatenando l&#8217;azione dei protagonisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Proverò a focalizzare gli elementi e le di loro configurazioni più salienti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fermarsi rappresenta il primo accadimento del lavoro visto lo scorso venerdì e deriva dal moto ovvero dalla sua interruzione, come accade al giovane studente Encolpio ed al proprio pedagogo, il poeta Eumolpo che in un museo odierno con tanto di installazioni multimediali alla maniera dei quadri viventi di Bill Viola (su tre pareti della “scatola” teatrale campeggiano sette schermi con impressi i volti semoventi ed in bianco e nero degli altri attori dello spettacolo) trovano pace rifuggendo da esistenze disordinate e controcorrenti. L&#8217;antica pinacoteca catapultata tra generazioni nate dopo duemila anni dagli eventi narrati nel Satyricon assume il sinistro, quanto ambiguo compito di conservare storie ed immagini destinate all&#8217;oblio se non “raccontate”: il mondo fuori coincide con</p>
<p style="text-align: justify;">l&#8217; Impero in decadente agonia; dentro (r)esistono arte e struggente melanconia sulla scia del fascino un po&#8217; necrofilo nato dal sentire leggende e verità sulla guerra di Troia e «su quelle troie di tutte le guerre».</p>
<p style="text-align: justify;">La scenografia scarna e postmoderna sembra quasi fare da pendant alle poco edificanti tematiche su cui tra poco verteranno i discorsi di Encolpio ed Eumolpo: si parlerà infatti di “buchi” ovvero spazi “penetrabili” atti ad un piacere per pederasti e le panche bianchissime su cui i visitatori possono sedersi somigliano ad un assemblaggio di cubi privi delle facce anteriori e posteriori&#8230; nient&#8217;altro (forse) che orifizi esperiti dal corpo pieno di vita ed agilità di Encolpio in evidente opposizione alla “passività” del proprio mentore in sovrappeso. Ad evidenziare in maniera ilare la virilità del ragazzo è impossibile non notare all&#8217;altezza del pube un enorme rigonfiamento: niente di volgare, giacché l&#8217;ironia, l&#8217;umorismo, la presa in giro della fragile ed effimera creatura umana, dei suoi bisogni e delle convenzioni volte a quantificare ogni tipo di efficienza (soprattutto sessuale) sono il sale di una trattazione satirica del quotidiano! L&#8217;opera d&#8217;arte perde l&#8217;antico ruolo di oggetto di contemplazione perché può nascere sotto lo sguardo diretto del pubblico ( in scena un pittore crea ovvero dipinge un quadro con pennello e colori su una tela bianca) oppure presentarsi come Venere di Milo in versione fetish/bondage cantando con modulazioni alterate della voce tra il sublime lirico e lo stonato. Nei confronti di tale bizzarra umanità provano invidia gli stessi dei che cercano, travestendosi, le gioie ed i piaceri mancanti nell &#8216;Olimpo : chissà quante volte il lubrico Giove avrà saggiato le nudità di ignari ragazzini …che dopo duemila anni dalla lussuriosa Roma ai tempi di Petronio continuano a far “marchette” nei pressi della Stazione Termini o di altri loci descritti giunti alla ribalta grazie ai romanzi di Pier Paolo Pasolini.</p>
<p style="text-align: justify;">(Più avanti vi è un riferimento all&#8217;autore di Mamma Roma sia attraverso la citata opera cinematografica, sia tramite la citazione del teorema inerente alla “mutazione antropologica” professata con ardore «da quer poeta morto ammazzato»).</p>
<p style="text-align: justify;">I loro nomi formano un triangolo di bugie, tradimenti e sofferenze: Encolpio, Ascilto, Gitone, i protagonisti del secondo capitolo catapultati in un un nuovo sistema linguistico a metà strada tra il romanesco poetico dei sonetti del Belli e quello scarnificato negli sms da coatti di Ostia lido, provano a districarsi in una società dove i corpi si vendono ad ore con tanto di ricevuta fiscale e prezzario aggiornato in euro per ogni organo sessuale impiegato durante una prestazione. Chi si prostituisce si “presenta” non a caso accompagnato da giganteschi segnali stradali dove sono, con dovizia di particolari, esposti i tipi di servizio effettuati mettendo a disposizione “fica, tette, culo, cazzo ecc&#8230;”: sembrano dunque tornare ad interrogare l&#8217;uditorio ed i tre protagonisti le parole ascoltate dalla bocca di Eumolpo a proposito del rapporto di sorellanza tra l&#8217;intelligenza e la povertà. Il “bunga bunga” potrebbe essere un modo arguto di sbarcare il lunario per chi non ha avuto fortuna nella vita, insomma un sistema “legittimo” per «svorta&#8217;» ovvero svoltare, come sostiene Encolpio. È il passato più remoto tuttavia che pare approdare nello stanco ed inerte presente per insegnar qualcosa: il momento più intenso del secondo capitolo concerne la plasticità dei corpi maschili “offerti” ad ogni sguardo “pubblico” (voyeuristico o meno) in nudi integrali. I tre giovani uniti in una relazione omoerotica si toccano, si accarezzano, si avvicinano, si abbracciano, si spogliano e rivestono con una tale eleganza innocente e straziante da reprimere interventi censori preventivi. In questa circostanza la tecnica di presentazione dei corpi nudi e bellissimi non mira ad infastidire imponendosi, mediante un inevitabile trauma oculare bensì a mostrarsi amorevolmente come pura normalità accanto alla più dilagante “ tradizione” degli individui vestiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Encolpio sembra essere però l&#8217;anello più debole della catena e prossimo a soccombere , dopo aver tentato di lavorare onestamente in una clinica glottologica non accenna a placare il suo impetuoso carattere “ginnico” palesato nel primo capitolo tanto da trasformarlo poi, quando vive in solitudine, senza Eumolpo, emarginato e tradito dall&#8217;uomo che ama, nella dilagante logorrea di domande senza risposta. Il corpo passa dal moto perpetuo di una muscolatura elastica a quello della lingua usata per parlare senza posa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il terzo capitolo appare la naturale evoluzione del mondo odierno ossessionato dal sesso e da qualsiasi forma di perversione con riferimenti espliciti alla vergogna nazionale rappresentata dall&#8217;ex premier Berlusconi e da “certe notti” ad Arcore in compagnia di minorenni all&#8217;anagrafe e maggiorenni sotto le lenzuola : quale dio può presentarsi in scena per celebrare il suo lunghissimo membro che tutto governa se non Priapo? Quartilla, sua fedele sacerdotessa, giungendo in epoca moderna insieme a comici assistenti come la vecchia Psiche, la bimba Pannuchis e il toy boy Boy George, decide di porre fine all&#8217;immonda profanazione dei riti orgiastici di cui è responsabile per conto del venerato unico “padrone”. I primi malcapitati sottoposti a torture ( pleonastico sarebbe dire quali organi e come vengono colpiti!) sono i tre giovanotti “guardones” Encolpio, Ascilto e Gitone. La definizione latineggiante è sintomo del linguaggio di Quartilla: benché il suo abito di scena preveda reggicalze, corpetto, guanti e frustino rigorosamente neri con qualche punta di rosso acquistati senza dubbio direttamente in un sexyshop, la sacerdotessa parla in latino, un po&#8217; maccheronico perché attraversa i secoli portando con sé un sistema linguistico ed anche di pensiero le cui radici affondano intorno all&#8217;anno zero.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora Pasolini, questa volta del film Salò o le 120 giornate di Sodoma in una scena di matrimonio tra la minorenne Pannuchis ( giunta in età di “sverginatio”) e Boy George, ma anche Fellini con la sfilata finale del capolavoro 8 e ½ ripresa nella fiera delle vanità con cui lo spettacolo si conclude a colpi di frusta volti a scandire il ritmo di marcia ed esposizione delle proprie mercanzie con tanto di balletto didascalico.</p>
<p style="text-align: justify;">«Il progetto Satyricon è nato lontano da logiche di potere o da spartizioni di torte più o meno appetibili ; è il risultato di uno sforzo produttivo, non privo di difficoltà[...] Ma soprattutto il nostro Progetto è stato , è possibile grazie all&#8217;entusiasmo e alla generosità del numeroso e infaticabile gruppo di lavoro: gli attori e i collaboratori tutti, all&#8217;insegna di una spericolata e appassionante avventura. Il nostro viaggio continua » dichiara Massimo Verdastro elogiando una pluralità, una polifonia di intenti conferma che solamente la Voluntas di realizzare i sogni può trascinare il Fatum nella medesima direzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla credenza del contrario occorre intervenire facendone un dramma (anche teatrale).</p>
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		<title>Radio Sonar Web</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 21:04:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Redazione Sonar]]></category>
		<category><![CDATA[RSW]]></category>

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		<description><![CDATA[Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le Nazioni perchè la crisi...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sonarweb.it/2012/03/diretta-radiofonica-italia-wave-band/london37/" rel="attachment wp-att-1320"><img class="alignleft size-medium wp-image-1320" title="london37" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/03/london37-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a>Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le Nazioni perchè la crisi porta progressi.</p>
<p>La creatività nasce dall&#8217;angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.</p>
<p>E&#8217; nella crisi che sorge l&#8217;inventiva,  le scoperte e le grandi strategie.<span id="more-1319"></span></p>
<p>Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi  attribuisce alla crisi i sui fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e da più valore ai problemi che alle soluzioni.</p>
<p>(A.EISTEIN,1930)</p>
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		<title>Polifemo</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 21:02:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fermate in Hotel]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Capone Brutte zoccole le donne: lo sanno che vuoi scopartele e ti girano intorno apposta per non dartela e divertirsi aumentando la propria autostima. Allora il consiglio del...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Luigi Capone</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2012/03/polifemo/artwork_images_423787643_236587_david-lachapelle/" rel="attachment wp-att-1344"><img class="alignleft size-medium wp-image-1344" title="Foto di David Lachapelle" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/03/artwork_images_423787643_236587_david-lachapelle-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a>Brutte zoccole le donne: lo sanno che vuoi scopartele e ti girano intorno apposta per non dartela e divertirsi aumentando la propria autostima.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora il consiglio del Vecchio è che se vuoi avere un buon rapporto con le donne devi assolutamente far precipitare la loro autostima. Devi fare sempre il contrario di quello che si dovrebbe fare. Non fargli capire in nessun modo che sono importanti per qualunque cosa. Se sei onesto e dichiari apertamente che il tuo arnese ha bisogno del loro buco fica  passi per uno sfigato o un fallito. Molte volte devi scrivere  interi romanzi per ricreare tutta una situazione idilliaca libresca o hollywoodiana per convincerle che tu sia l’uomo giusto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ti ronzano intorno come falene, di notte, mezze ubriache, e tornano nelle loro case a spararsi i ditalini. Si appoggiano ora su un fallo ora su un altro ma rimangono delle maledette falene, che volteggiano cieche e impazzite, febbricitanti, senza rotta. Brancolano nel buio. Quando trovano il fallo giusto dove appoggiarsi lo contagiono con la loro febbre e lo costringono ad assimilare il loro colore. Finchè anche un insetto riesce ad avere la meglio su un bue.</p>
<p style="text-align: justify;">E le stronzate diventano l’unica cosa importante.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che conta realmente è trovare un buco, che sia fatto a forma di falena o di criceto non importa. Questo è il senso ultimo della vita. E’ questo che fa andare avanti il mondo che infatti sta marcendo, che infatti sta andando a puttane.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cose più mirabili si fanno per entrare in un buco.</p>
<p style="text-align: justify;">Se su Marte ci fosse una gran fica a cosce aperte gli uomini ci sarebbero gia arrivati e ci avrebbero portato anche la cocaina per fare i rave.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che sorprende è che in genere l’uomo, dopo aver posseduto la donna, si rende conto di non averne più bisogno. Non appena muore lo scopata prova una sensazione di rifiuto verso quel corpo estraneo che gli giace ancora affianco, inerte,  sul letto a gambe aperte. Glì serve il tabacco per far sfumare quella sensazione di vuoto e ipotizzare una continuazione dell’amplesso. Il sesso è un tappabuchi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando dopo un certo numero di scopate, più o meno fisso a seconda dei casi, si instaura una relazione riconosciuta dalla società civile accade la stessa cosa. Una volta ottenuto il rapporto stabile e basato sulla fedeltà che prima ci faceva andare in ansia, riacquistiamo la vista scopriamo che è tutta una grande fregatura e che non ne avevamo  bisogno. Anche lì bisogna correre ai ripari ma non basta il tabacco. In quel caso le scelte sono due: puoi farti un’amante o due o inventarti un vizio come l’alcool, il calcio, il gioco d’azzardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso sempre più frequente in cui si resta senza una donna, si è considerati degli  esseri inutili, delle mezze seghe inette e disadattate. In parole povere la società ti dice: “Non è colpa tua ma devi morire perche sei una merda”.</p>
<p style="text-align: justify;">Valgono solo quelli accoppiati, quelli non accoppiati erano fuori dall’arca di Noè!</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro caro Franco era un amante di mignotte. Per tutta la  vita non aveva preferito altro che andare con loro. Anime facili. Ogni notte una diversa, ogni tanto capitava la stessa.    Ma i rapporti erano sempre fumosi ed evanescenti, sempre ridotti al sesso, alla chiavata, alla sbronza e poi si chiudevano le porte.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro Franco credeva di aver trovato così la stabilità, la serenità. Ma le donne non puoi prenderle esattamente cosi come se fossero usa e getta. Sono delle lamette difettose, prima o poi ti tagliano e ti fanno male. E possono succedere tutti i tipi di casini possibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Una mattina il nostro Franco tornando a casa dal nuovo centro scommesse trovò una lettera sul tavolo. Una bella ingiunzione di pagamento. Era stato condannato da un tribunale a versare mensilmente un’ingente somma di denaro in contanti a una donna, una delle sue signore, rimasta incinta.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima cosa che pensò fu di scappare in Brasile ma prima ancora si ricordò di essere  sul lastrico. Poi si sistemò sul letto e sdraiato, si aprì una birra e iniziò a pensare.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse la birra gli fece male perché ebbe la fantastica idea di chiamare il suo avvocato che gli spillò fino all’ultimo centesimo per poi fargli perdere la causa.   Il buon vecchio Franco dovette sganciare tutti i soldi mensilmente a quella donna in carriera con un bimbo. Il nostro puttaniere alla fine era di animo buono e iniziò anche ad avere sensi di colpa per essere un pessimo padre, praticamente inesistente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritrovò Gloria (così si chiamava la professionista) qualche anno dopo per caso che usciva da un ristorante mano nella mano con un tipo alto e moro, tipo ballerino di flamenco, e con un bambino a fianco. Per un attimo provò anche una forte emozione credendo di aver visto per la prima volta sua figlio. Ma aveva fatto finta di non aver notato una fortissima somiglianza tra la faccia del bimbo e quella dell’uomo che era con lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto dopo scoprì di non aver mai procreato. Non era un cuor di leone e la sua rabbia e il suo disprezzo lo portarono ad andarsi ad ubriacare in tutte le bettole della zona. Prima di trovare un bar aperto pensava sempre di impiccarsi con la cinghia.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi tornò indietro sui suoi passi.</p>
<p style="text-align: justify;">Scoprì dove abitava la coppietta e si mise ad aspettare quell’uomo con una spranga di ferro in mano a lato della porta d’ingresso della casetta al piano terra. Ci rimase piu o meno sei ore, finchè si fece mattina. Il nostro stallone uscì di casa in mutande sbadigliando e grattandosi il cazzo per vedere la posta e Franco gli fracasso la testa con quattro, cinque, sei colpi secchi sulla tempia.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno dopo dissero che si era impiccato in prigione legato alla sua t-shirt attaccata a una grata bassa. A nessuno venne mai la voglia mai fare ulteriori indagini. Tantomeno al sottoscritto.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono così gli esseri umani, sono strani. Un attimo ci sono e l’attimo dopo non ci sono più.</p>
<p style="text-align: justify;">Consigli per vivere ce ne sono tanti ma nessuno mi ha mai convinto. Dio, lo sport, i soldi, l’amore, il sesso contino, la droga, l’idiozia, la libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando penso a un esempio da seguire penso solo a Polifemo. Il gigante ciclope.</p>
<p style="text-align: justify;">Polifemo se ne stava all’interno della sua mastodontica caverna da solo. Nessun rapporto con <em>nessuno</em>, si rinchiudeva lì dentro appostando un enorme masso all’entrata e di tanto in tanto usciva e si guardava attorno con il suo unico occhio. Certo, soffriva un po’ di solitudine forse ma non aveva troppe idee che gli saltavano in testa. Quello che faceva era mangiare, espletare i bisogni defecativi e dormire. Stava bene tutto sommato. Molto meglio degli uomini che si affannavano e si azzannavano giù nelle valli nelle città come in assurdi formicai. Ogni tanto li osservava sospettoso quando li vedeva avvicinarsi nei paraggi con la coda del suo unico grande occhio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma un giorno ci ebbe a che fare. Decise di mangiarseli. Quegli strani tesserini già gli avevano suscitato delle strane sensazioni di ira, rabbia , invidia e cupidigia. Era caduto già in trappola. Erano dei piccoli virus ma lui non lo sapeva. Pensava di essere piu furbo. Fino a quel momento era stato solo saggio  ma ignorava che avere a che fare con gli uomini voleva dire prendere parte a quel mondo di scelleratezze e di tentazioni e rimanerne inevitabilmente coinvolto.</p>
<p style="text-align: justify;">Venne accecato da uno di loro a tradimento. Con un palo infuocato. Era stato Nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il grande Polifemo, che era un buono, fu incattivito, tradito, accecato e lasciato morire da un piccolissimo uomo insignificante. Una nullità esempio di vigliaccheria.  Aveva commesso il primo e ultimo errore della sua vita : avere a che fare con gli esseri umani troppo da vicino.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo lasciarono così in preda al panico ad urlare il nome del suo feritore e a vagare cieco nella disperazione e nell’ira del suo inferno che qualcuno avrebbe dovuto prestargli soccorso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma quella caverna ormai era un mondo dove c’era soltanto lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si seppe più niente al riguardo di questa vicenda, cosa successe al gigante e se riuscì ad uscire da quel buco. Ma io sono pessimsta al riguardo,  spero soltanto che in quelle condizioni almeno non sia sopravvissuto a lungo.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina foto di David Lachapelle</p>
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		<title>UN MEGAFONO GLOCALE PER UNA COMUNITA’ LOCALE IN UN MONDO GLOBALIZZATO</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 20:59:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oltre il muro del suono: linguaggi e realtà]]></category>

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		<description><![CDATA[Gianpaolo Faia Le dicotomie hanno spesso caratterizzato i pensieri filosofici e le disquisizioni sociologiche fin dai primordi della storia dell’umanità. Una caratteristica sostanzialmente trasversale, che ha permeato le culture più...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Gianpaolo Faia</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2012/03/un-megafono-glocale-per-una-comunita%e2%80%99-locale-in-un-mondo-globalizzato/original_big_luigi_ghirri_600xfree/" rel="attachment wp-att-1340"><img class="alignleft size-medium wp-image-1340" title="In copertina : Lucio Dalla foto di Luigi Ghirri" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/03/original_big_luigi_ghirri_600xfree-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a>Le dicotomie hanno spesso caratterizzato i pensieri filosofici e le disquisizioni sociologiche fin dai primordi della storia dell’umanità. Una caratteristica sostanzialmente trasversale, che ha permeato le culture più disparate: da quelle indoeuropee a quelle orientali, da quelle proto-mediterranee a quelle precolombiane… Il Bene e il Male (come nelle grandi religioni monoteiste), la Luce e l’Oscurità (come personalizzazione di bene e male nello zoroastrismo), il Bello e il Brutto (intesi come “idee platoniche”), lo Yin e lo Yang, la natura maschile e quella femminile… di esempi ce ne sarebbero a iosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1339"></span>Queste “opposizioni” sono sempre servite per fare da “bussola”, per orientare i comportamenti, gli atteggiamenti e le opinioni, per permettere all’uomo quel “risparmio cognitivo” indispensabile riguardo l’elaborazione delle miriadi di input che genera il mondo contingente e non. Tuttavia, il gioco delle opposizioni da solo non ha retto più alle tante sollecitazioni provocate dalla crescente complessità del sistema-uomo. L’importanza del contesto assume così una sempre maggiore valenza, in cui individualità soggettive o collettive giocano ruoli differenti a seconda dei sistemi inerziali di riferimento. Con l’introduzione del relativismo cognitivo, dunque, anche l’universalismo assume sfumature nuove.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che è bene per uno può essere male per l’altro e viceversa; ciò che è bello può esserlo per tutti, ma anche per nessuno. In queste vacillanti pseudo-certezze, arriva tuttavia una consapevolezza: che ogni caratteristica fisica, sociale, scientifica, religiosa ecc. appartiene ad un macrosistema in cui sostanzialmente coabita con degli “opposti” fondamentali; una situazione in cui le “fazioni” non sono aprioristicamente separate ma sono indissolubilmente legate e dipendenti le une dalle altre. A farla breve, tali caratteristiche contrapposte divengono le facce di una stessa medaglia e non due medaglie separate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco che interviene così il concetto di sintesi, di punto di contatto, di interscambio, di interdipendenza. Non esiste una positività assolutà senza una negatività assoluta, ma in una soluzione di continuità in cui esistono dei punti intermedi, dei capillari osmotici pregni di ambedue le miscele polari.</p>
<p style="text-align: justify;">Rapportando tutto ciò con una disquisizione sulla modernità, prendiamo come esempio i dialoghi tanto in voga attualmente sulle caratteristiche del mondo moderno soffermandoci sui concetti di localismo e globalizzazione. Noto con grande rammarico che spesso ci si sofferma su ciò in termini retrogradi, polarizzando senza mezze misure il dibattito e attribuendo caratteristiche assolute ai due fenomeni: per alcuni la globalizzazione è un bene senza se e senza ma, per altri è il male assoluto da combattere; per alcuni, di contro, il localismo è la forma pura e bella delle virtù umane, per altri è l’arretratezza, l’ignoranza, la regressione alla stato brado della coscienza degli individui.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che la questione sia un’altra, ovvero considerare localismo e globalizzazione come due facce della stessa medaglia, parti inscindibili tipiche della storia e dell’evoluzione dell’umanità. Dire che queste sono solamente caratteristiche del mondo moderno credo sia errato. L’essere umano da sempre si è dapprima aggregato in comunità locali per poi globalizzare le proprie aspirazioni: ad esempio, i 3 più grandi imperi della Storia (quello di Alessandro magno, quello Romano e quello di Gengis Khan) tutto erano fuorchè regni locali, in quanto il crogiuolo di razze e di costumi che hanno inglobato in sé appartenevano ad etnie e culture varie e disparate. Ma questi imperi si sono sviluppati da comunità locali: il loro embrione è stata Roma, la Macedonia (o meglio le poleis), la Mongolia. Certo, hanno uniformato tantissime abitudini, leggi ecc. delle varie popolazioni, ma alcune diversità per forza di cose sono rimaste tali.</p>
<p style="text-align: justify;">Z. Bauman ha introdotto un concetto estremamente interessante, quello di “glocalizzazione”, proprio per adeguare il panorama della globalizzazione alle realtà locali. Il glocalismo ritiene come fondamento della società le comunità locali che, unendosi man mano alle altre, divengono dei sottosistemi di una rete sempre più grande. Il centro diviene così l’individuo, il patrimonio locale della persona e della comunità d’appartenenza in relazione con gruppi sempre più complessi fino ad arrivare ad una dimensione globale. In tutto ciò, assume valore fondamentale la comunicazione e le nuove tecnologie che permettono di accelerare le relazioni e i processi di trasformazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Glocalizzare vuole anche dire, dal punto di vista più “commerciale” del termine, rispettare il prodotto locale nel momento in cui si affronta il mercato globale e rispetto di esigenze locali da parte del mercato globale: è un modello che mira alla fidelizzazione…</p>
<p style="text-align: justify;">Avremo certamente modo di approfondire questa discussione, fondamentale per una piccola comunità immersa in una realtà che aspira ad essere più propositiva per non spegnersi nell’immobilismo che sembra avere sempre i propri alfieri e tornaconti: un immobilismo da smuovere con spirito di iniziativa, con idee, con cuore, con cultura, tutti insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">… benvenuta, RadioSonarWeb.</p>
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		<title>“K.”</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 20:55:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi in proprio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Martin Di Lucia Zero Eccolo, il maiale. Rannicchiato e tremante come una pecora. Lo colpisco con un calcio in faccia, forte, come se colpissi un pallone da far volare...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Martin Di Lucia</p>
<p><a href="http://www.sonarweb.it/2012/01/diabase-di-frigento-e-lamento-di-una-pietra/megafono-clip-art_427314/" rel="attachment wp-att-1237"><img class="alignleft size-medium wp-image-1237" title="megafono-clip-art_427314" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/01/megafono-clip-art_427314-300x265.jpg" alt="" width="300" height="265" /></a>Zero</p>
<p>Eccolo, il maiale.</p>
<p>Rannicchiato e tremante come una pecora.</p>
<p>Lo colpisco con un calcio in faccia, forte, come se colpissi un pallone da far volare lontano.</p>
<p>La sua testa va indietro con uno scatto e si riporta lentamente in avanti, come un meccanismo automatico.</p>
<p>La faccia è una maschera di sangue, il naso è aperto e diversi denti mancano all’appello.</p>
<p>Le mie dita sono avvinghiate al manico della vanga.</p>
<p>Uno</p>
<p>Incontro K. davanti al solito bar.</p>
<p>“Preso già il caffe?”.</p>
<p>Offre lui, come sempre.</p>
<p>Accenno un’espressione di protesta, come se il fatto che paghi sempre lui mi dia noia, ma in realtà non mi dispiace affatto.</p>
<p>Conosco K. da tutta la vita. È sempre stato un tipo. Non gliene è mai fregato niente di quello che pensa la gente ed è sempre riuscito ad avere tutto ciò che voleva.</p>
<p>Mi è capitato di trascorrere qualche sera con K. e il suo giro.</p>
<p>Non ricordo che stronzate a fiumi e io che me ne vado dopo un po’.</p>
<p>È quasi ora di pranzo e ci salutiamo; dice che mi chiama oggi, che ci vediamo.</p>
<p>Si, certo, perchè no.</p>
<p>E mentre ci allontaniamo sappiamo entrambi che non ci sentiremo né vedremo nel pomeriggio.</p>
<p><span id="more-1336"></span>Ma i rituali sono questo in fondo, no?</p>
<p>Due</p>
<p>Un messaggio sul cellulare.</p>
<p>“Stasera ti fai vedere? K.”</p>
<p>Esco che sono passate le 22.</p>
<p>Lui è già li con un whisky in una mano e una sigaretta nell’altra.</p>
<p>Poca gente stasera. È infrasettimanale. È normale.</p>
<p>K. parla al cellulare con un accento italiano tutto suo.</p>
<p>“Che dici, andiamo a fare un giro?”</p>
<p>“Non so… guarda… non vorrei fare tardi…” rispondo.</p>
<p>K. mi assicura che nemmeno lui vuol fare tardi e che quindi possiamo andare con una sola macchina. La mia.</p>
<p>Incontriamo i suoi amici fuori paese.</p>
<p>Per raggiungere il posto percorriamo una stradina secondaria.</p>
<p>Parcheggiamo in un vigneto, o qualcosa del genere.</p>
<p>Una nebbiolina spettrale avvolge gli alberi e sorvola i prati.</p>
<p>La luna è bianchissima e il suo bagliore illumina tutta la campagna intorno.</p>
<p>Dobbiamo camminare a piedi qualche decina di metri nell’erba umida</p>
<p>prima di arrivare all’ingresso posteriore di una cascina.</p>
<p>Bussiamo e la porta si apre come per magia.</p>
<p>Un ragazzo biondo ci invita ad entrare come se chiunque lì fosse il benvenuto.</p>
<p>C’è un’unica grande sala.</p>
<p>Qualcuno è in piedi, altri seduti su un piccolo divano davanti a un caminetto acceso.</p>
<p>Uno che non conosco mi dice che sul tavolo c’è una cassa di birra</p>
<p>da cui posso servirmi liberamente.</p>
<p>Mi servo.</p>
<p>Sulla cucina sono ammassate stoviglie sporche e incrostate.</p>
<p>Deve esserci stata una cena prima del nostro arrivo.</p>
<p>K. è già sparito chissà dove.</p>
<p>Mi parcheggio in un angolo, accendo una sigaretta</p>
<p>e attivo lo sguardo diffidente e scrutatore che penso mi dia un atteggiamento.</p>
<p>Ad un tratto noto un tipo in un angolo insieme a una ragazza bionda più alta di lui.</p>
<p>Lo riconosco. E’ M.</p>
<p>E’ un po’ che non lo vedo e quasi meccanicamente mi avvicino con l’intenzione di salutarlo, o forse solo per non restarmene lì appoggiato al muro.</p>
<p>Se la ridono tra loro e sembrano abbastanza fatti.</p>
<p>Lei oscilla ed è sul punto di cadere ogni volta che M. non la tiene a sé.</p>
<p>Non appena mi riconosce mi chiama per nome e mi saluta come fossimo grandi amici.</p>
<p>Mi presenta subito la sua amica.</p>
<p>“Piacere, S”.</p>
<p>S. ha la voce rauca, dura, di una che ne ha viste di cose, e fatte anche di più.</p>
<p>Senza che glielo chieda mi dice che prima di venire qui hanno trascorso l’intera serata in un locale a sbronzarsi.</p>
<p>Finalmente arriva K., si avvicina e saluta M. ignorando completamente la ragazza.</p>
<p>“Allora, come siamo messi?”</p>
<p>M. caccia una mano nel tascapane che ha a tracolla e tira fuori un grosso bossolo di carta stagnola.</p>
<p>Comincia a scartarla lasciando il braccio di S. che va giù come un sacco di patate.</p>
<p>Attonita e innervosita lancia uno sguardo di disappunto verso il vuoto,</p>
<p>si rialza aggrappandosi al piede di un tavolo, ci dice di fotterci e si allontana, entrando in una porta che prima non avevo notato.</p>
<p>L’eccitazione di M. per ciò che vuole mostrarci sostituisce immediatamente il divertito imbarazzo per aver provocato la caduta della sua amica.</p>
<p>Invita K. ad uscire fuori.</p>
<p>K. si gira verso di me e mi fa cenno di uscire con loro.</p>
<p>Tre</p>
<p>Andiamo dietro la cascina.</p>
<p>M. scarta il bossolo di carta argentata e un odore fortissimo si dipana nell’aria fredda e umida.</p>
<p>Tartufi!</p>
<p>“Ma che cazzo ci devi fare?” chiedo accennando un ghigno.</p>
<p>Tira fuori dalla tasca un coltellino svizzero  e ne intacca uno.</p>
<p>“Questi sai come si chiamano?”</p>
<p>“No, come si chiamano?” rispondo io serio.</p>
<p>“Queste sono Pietre Filosofali”.</p>
<p>“Come quella di Harry Potter, ti fa vedere le magie” fa M. ridendo e senza staccare gli occhi dalla pallina nera e porosa.</p>
<p>“Ho provato i tampanensis e gli atlantis e non mi sono piaciuti.</p>
<p>Cioè, gli effetti visivi erano pari a zero, ma il trip era abbastanza forte.</p>
<p>Molto da isolamento, non riesci a comunicare con gli altri, ad altra gente invece danno un effetto esilarante”.</p>
<p>“Secondo me sono molto più interessanti dei funghetti classici, tipo i messicani,</p>
<p>ma nemmeno lontanamente paragonabili agli hawaiiani. E nemmeno ai cartoni.” replica K.</p>
<p>Sono completamente estromesso dalla conversazione.</p>
<p>“….a basso contenuto di psilocina e psilocibina, mentre è più elevata la beocistina…….”</p>
<p>Trattengo la sorpresa e il timore, assumendo l’aria di capire di cosa si sta parlando.</p>
<p>L’odore terribile è conteso tra l’aria gelida che tenta di scacciarlo</p>
<p>e l’umidità che lo trattiene con forza.</p>
<p>M. frantuma col coltellino delle schegge dal tartufo portandosele alla bocca.</p>
<p>“Hanno un sapore di merda, ma mi piacciono!</p>
<p>La maggior parte della gente non li trova granchè.</p>
<p>Non capiscono un cazzo!”</p>
<p>M. passa a K. la sfera frantumata e maleodorante e il coltellino.</p>
<p>“Questi non sono legali nemmeno più in Olanda” continua M.</p>
<p>“Ma S. è riuscita a recuperarmi qualcosa. Tu, non assaggi?” rivolgendosi a me.</p>
<p>Declino con la testa e un sorriso  maldestro.</p>
<p>Mi accendo una sigaretta, per confermare il mio rifiuto a provare quei cosi.</p>
<p>K. insiste “Dai, assaggia!”</p>
<p>E io: “No, non mi interessa.”</p>
<p>Voglio andarmene. Sono già pentito di essere venuto.</p>
<p>D’altronde con K. finisce sempre cosi, non è certo la prima volta.</p>
<p>All’improvviso compare da dietro l’angolo S. insieme ad un altro ragazzo.</p>
<p>“State banchettando da soli?” esclama con tono cinico di chi non è stato invitato ad un party.</p>
<p>M. prende un altro tartufo dalla carta, e di nuovo l’odore nauseante invade l’aria fredda.</p>
<p>Ne stacca un grosso pezzo e lo dà al ragazzo che l’ha accompagnata.</p>
<p>“Dove li fate crescere?” chiede il ragazzo con buffo tono da intenditore.</p>
<p>“Ora vuoi sapere troppo” anticipa S., mandando giù la fetta che aveva in mano a mo’ di ostia.</p>
<p>“A me non sta facendo niente!” lamenta il ragazzo, “Non sarà mica una ‘sola’?”</p>
<p>“Aspetta….aspetta….” fa M. tra l’ironico e compiaciuto.</p>
<p>“Ci vuole tempo…..devi digerirlo prima…..” approfondisce K.</p>
<p>“A te sta facendo effetto?” mi chiede S., rivolgendomi la parola per la prima volta da quando siamo stati presentati.</p>
<p>“Veramente non l’ho preso” rispondo. “Non mi piace”.</p>
<p>“Ma lo hai mai provato?”</p>
<p>“No, mai”.</p>
<p>“E come fai a dire che non ti piace se non l’hai mai assaggiato?”</p>
<p>Scrollo le spalle senza rispondere e sorrido.</p>
<p>“Dai, sei con noi e devi mangiare con noi!” mi dice con tono apprensivo.</p>
<p>K. mi fa un occhiolino, che può significare qualsiasi cosa.</p>
<p>“No, guarda” rispondo “devo anche guidare, e poi non mi va….”</p>
<p>S. assume un’espressione contrariata che si trasforma in indifferenza in un battito di ciglia, si gira verso il suo amico, lo abbraccia e cominciano a dirsi qualcosa sottovoce.</p>
<p>Voglio andarmene. Dico a K. che sono stanco. Lui mi guarda con gli occhi appesi e comincia a parlare in un modo che mi stupisce. Farfuglia intere frasi senza senso e comincio a preoccuparmi di essere capitato lì con lui.</p>
<p>“Io voglio andare via…. Davvero…. sono un po’ scocciato….Se vuoi restare…..”</p>
<p>Mi interrompo perchè temo che non mi stia seguendo.</p>
<p>Lo prendo per le spalle e faccio in modo che mi guardi quando parlo.</p>
<p>“Io vado via. Fatti riaccompagnare da loro, ok?”</p>
<p>Esco dalla casa come se non ci fossi mai stato, ed effettivamente nessuno se lo ricorderà.</p>
<p>L’aria è fredda e l’umidità la si può quasi toccare.</p>
<p>Avevo dimenticato quanto fosse lontana la macchina e non vedevo l’ora di arrivarci.</p>
<p>Una fitta fortissima dietro la nuca.</p>
<p>Buio.</p>
<p>Quattro</p>
<p>Sono nel bosco.</p>
<p>Sto scappando ma loro sanno dove sono.</p>
<p>Mi inseguono feroci e spietati.</p>
<p>Vogliono me.</p>
<p>Mi nascondo ma loro sanno dove trovarmi.</p>
<p>Eccoli, arrivano.</p>
<p>I lupi dagli occhi infuocati.</p>
<p>Ovunque guardo ce ne sono.</p>
<p>Cinque</p>
<p>Apro gli occhi.</p>
<p>Vertigini.</p>
<p>Un odore penetrante da cui non c’è scampo.</p>
<p>Sento la tempia sinistra bagnata e pulsante.</p>
<p>Non capisco se i miei occhi siano aperti o chiusi.</p>
<p>L’odore è fortissimo e maledettamente riconoscibile.</p>
<p>Tartufi!</p>
<p>Sento una voce d’uomo indistinta, non riesco a capire da dove provenga.</p>
<p>Dei calcetti sulle gambe ridestano il mio senso d’orientamento e capisco di trovarmi seduto a terra appoggiato contro una parete, e un uomo con la giacca marrone chiaro è sopra di me.</p>
<p>“Li hai ammazzati tu???”</p>
<p>Tra lo stordimento e la forte vertigine accenno con voce incrostata: “Ma…cosa…..”.</p>
<p>“I cani brutto stronzo! Me li hai ammazzati tu!!!”</p>
<p>“Quali cani …..” non riesco a finire la frase che sento l’interno della guancia squarciarsi contro i denti e le ossa della cervicale scrocchiare sotto le nocche dell’uomo con la giacca marrone chiaro.</p>
<p>Riesco a metterlo meglio a fuoco ora.</p>
<p>Capelli neri, barba di qualche giorno, occhi chiari e tratti marcati. Non molto alto, ma con le spalle larghe.</p>
<p>Mi afferra il viso con una mano e mi parla da vicino.</p>
<p>Sento il suo alito marcio di tabacco talmente forte da stordirmi ancora di più.</p>
<p>Cerco di rimanere in apnea più che posso, pregando che si allontani da me prima possibile.</p>
<p>“Allora stronzo, si può sapere dove stanno gli altri amici tuoi?”</p>
<p>Lo stordimento sta passando e inizio ad avere paura.</p>
<p>“Quali amici?… io non c’entro niente… di cosa sta parlando?”</p>
<p>Ha tutta l’aria di non voler sentire balle e tira il fiato allontanandosi.</p>
<p>Il fatto è che non sto raccontando nessuna balla.</p>
<p>Cosa ci faccio qui? Come ci sono arrivato?</p>
<p>Chi sono questi uomini?</p>
<p>Sono due….. solo ora riesco a farci caso.</p>
<p>L’altro è appoggiato all’entrata. Ha una giacca di pelle nera.</p>
<p>C’è puzza di fieno e letame.</p>
<p>Sono in una stalla.</p>
<p>L’uomo dall’alito pestilenziale torna da me con una vanga.</p>
<p>“Adesso ti ammazzo!!!”</p>
<p>Mi colpisce di piatto sul braccio.</p>
<p>Emetto un urlo e comincio a mugolare “Vi prego! Non so di cosa state parlando! Avete sbagliato persona!”</p>
<p>Mi colpisce di nuovo nello stesso punto.</p>
<p>Mi rendo conto anche nel terrore che non è il tipo con cui poter ragionare.</p>
<p>“Sei finito!” mi urla, e si allontana verso l’altro uomo che fino a quel momento è rimasto in silenzio sull’entrata.</p>
<p>Parlano di qualcosa, ma non riesco a distinguere nessuna parola.</p>
<p>La porta si chiude sbattendo.</p>
<p>Buio.</p>
<p>Sei</p>
<p>Sono alla stazione degli autobus.</p>
<p>I lupi avanzano verso di me.</p>
<p>Mi circondano.</p>
<p>Voglio correre ma un’inerzia invisibile mi trattiene e mi muovo come a rallentatore.</p>
<p>Sono in una casa.</p>
<p>È abbandonata.</p>
<p>Giro per le stanze cercando un bagno.</p>
<p>Sto per pisciarmi addosso.</p>
<p>Una sirena in lontanza.</p>
<p>Si avvicina.</p>
<p>Sette</p>
<p>Apro gli occhi.</p>
<p>E’ tutto nero.</p>
<p>Muoio di freddo.</p>
<p>Comincio a piangere sperando che sia solo un brutto sogno.</p>
<p>Mi hanno lasciato qui.</p>
<p>Un mucchio di cani abbaiano poco lontano.</p>
<p>So che è notte.</p>
<p>L’abbaiare dei cani si fa sempre più vicino e intenso, come se in un concerto tutti i musicisti suonassero la stessa nota ma con tempi diversi.</p>
<p>Sono paralizzato e indebolito, a stento riesco ad alzare la testa dal pavimento.</p>
<p>Ho le braccia anestetizzate dal freddo e dall’immobilità.</p>
<p>E’ completamente buio.</p>
<p>Cerco di sollevarmi, ma una fitta violenta mi attraversa il braccio.</p>
<p>Urlo.</p>
<p>D’un tratto tornano alla mente le vangate e gli schiaffi.</p>
<p>Devo uscire da questa situazione. Devo tornare a casa mia.</p>
<p>Voglio tornare a casa.</p>
<p>Piango.</p>
<p>Otto</p>
<p>E’ l’alba.</p>
<p>Ho sete.</p>
<p>Sottili raggi di luce passano attraverso le fessure delle pareti illuminando appena il centro dell’ambiente.</p>
<p>Mi trascino pieno di dolori verso la porta, spingendomi con i piedi</p>
<p>e il braccio destro che riesco ancora a muovere.</p>
<p>Il pavimento è cosparso di fieno, lo sento strisciandoci sopra.</p>
<p>La puzza di tartufi è densa ed insopportabile.</p>
<p>Arrivo ai piedi di un tavolo di legno, mi alzo in piedi aggrappandomi al piano.</p>
<p>All’esterno un cane comincia ad abbaiare.</p>
<p>Mi guardo intorno, ma  la luce è ancora troppo poca.</p>
<p>Con l’udito seguo il rumore del cane per capire quanto possa essere vicino all’uscita.</p>
<p>Il motore di una macchina. No!</p>
<p>Una scossa di terrore mi attraversa per intero.</p>
<p>Sono tornati!</p>
<p>Non so cosa fare. Resto immobile come una statua e combatto contro il cuore che galoppa.</p>
<p>Una voce si rivolge ai cani.</p>
<p>Mi muovo lentamente all’indietro seguendo il contorno del tavolo con la mano.</p>
<p>Tocco qualcosa , un istante dopo il rumore di una mazza di scopa che cade a terra mi scarica</p>
<p>un brivido di terrore violento che mi soffoca.</p>
<p>Rumore di passi veloci.</p>
<p>Oh no!</p>
<p>Afferro qualcosa e nello stesso istante si spalanca la porta.</p>
<p>L’uomo con la giacca marrone chiaro mi guarda sorpreso.</p>
<p>“Che cazzo fa…” la domanda è interrotta dal rumore di un badile che gli batte in testa.</p>
<p>Arretra di qualche passo. Mi guarda più sorpreso che stordito e fa per avvicinarsi nervosamente.</p>
<p>Emette un urlo secco.</p>
<p>Il taglio della pala gli intacca una spalla.</p>
<p>Sento dolore alla mano che stringe forte il manico di un attrezzo.</p>
<p>Un terzo colpo di piatto dritto sulla faccia e va a terra.</p>
<p>Il badile mi scivola dal palmo dolorante della mano che non riesce più a tenerlo.</p>
<p>Eccolo, il maiale…</p>
<p>Nove</p>
<p>Mugula dolorante, non riesce a parlare.</p>
<p>Gli occhi bianchi, rivolti all’indietro.</p>
<p>Tenta di alzare un braccio ma non ne ha la forza.</p>
<p>Comincio a colpirgli forte la testa, come una noce di cocco che non vuole rompersi.</p>
<p>Non si muove più.</p>
<p>Il corpo immobile sul pavimento impedisce l’apertura della porta.</p>
<p>Tento di farlo rotolare spingendolo con i piedi, come un sacco di castagne.</p>
<p>E’ pesantissimo.</p>
<p>Esco fuori alla luce coprendomi gli occhi.</p>
<p>La mia macchina! Lì accanto un cane a chiazze bianche e marroni dal respiro affannoso.</p>
<p>Eri tu che facevi il gradasso eh? Penso rivolgendomi al cane.</p>
<p>Non fai più il cattivo?</p>
<p>Ѐ la metà di come l’avevo immaginato, con uno sguardo stupido da bastardello.</p>
<p>Mi avvicino all’auto senza alcun timore.</p>
<p>Una puzza tremenda di tartufo mista a fumo e pelo di cane.</p>
<p>Metto in moto. Vado in retromarcia e dallo specchietto retrovisore vedo tre, quattro cani correre verso di me.</p>
<p>Alcuni si fiondano sui lati abbaiando, altri si avvicinano  alla baracca.</p>
<p>A costo di investirli accelero. Devo andare via.</p>
<p>La strada è poco lontana.</p>
<p>Dieci</p>
<p>Solo ora comincio a realizzare del tempo trascorso.</p>
<p>In realtà solo una notte, ma è sembrato molto di più.</p>
<p>Scendo per qualche chilometro. Guido stremato con un solo braccio.</p>
<p>Il paesaggio non mi è familiare, ma non posso essere lontano.</p>
<p>Finalmente un ristorante sulla strada.</p>
<p>Macchine parcheggiate fuori già a quest’ora.</p>
<p>Sono di alcuni pastori a giudicare da come sono sporche.</p>
<p>In auto ci sono il mio cellulare, il portafogli e le chiavi di casa.</p>
<p>I coglioni non li hanno visti.</p>
<p>Entro nel bar chiedendo del bagno. I pastori mi fissano.</p>
<p>Entro nel bagno. Mi guardo allo specchio.</p>
<p>Pensavo peggio.</p>
<p>Un livido sotto l’occhio, e la maglia tutta sporca di terra.</p>
<p>Il braccio fa malissimo, non riesco a piegarlo.</p>
<p>Torno in sala chiedendo un cappuccino e dei cornetti.</p>
<p>I pastori parlano tra loro a voce alta e gesticolano;</p>
<p>qualcuno fa colazione con la birra, altri con un amaro.</p>
<p>Ascolto inevitabilmente le loro conversazioni.</p>
<p>“quattro cani avvelenati…………poi dicono che non fanno bene ad ammazzarli ‘sti farabutti………”</p>
<p>D’un tratto mi assale un’ansia terribile.</p>
<p>K.!…. I tartufi allucinogeni….i cani morti…..</p>
<p>Cerco di mettere insieme i pezzi.</p>
<p>Pago ed esco dal bar. Alcuni pastori seguono con lo sguardo la mia uscita.</p>
<p>Provo a chiamare K. ma non è raggiungibile.</p>
<p>Testa di cazzo!</p>
<p>Guido pianissimo.</p>
<p>Adesso voglio solo arrivare a casa.</p>
<p align="center"><strong>Racconto Breve vincitore 3°Premio del Concorso Letterario Nazionale “Tartufo d’Oro”</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Julius Caesar must live</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 20:52:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Facciamone un dramma]]></category>
		<category><![CDATA[esare deve morire]]></category>
		<category><![CDATA[Fratelli Taviani]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[Orso d'Oro Festival di Berlino]]></category>
		<category><![CDATA[William Shakespeare]]></category>

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		<description><![CDATA[ di Mariangela Imbrenda Era da tempo che  non si vedeva un bianco e nero così&#8230; tragicamente  eloquente, malgrado, da poche settimane, il film The Artist diretto da Michel Hazanavicius, interpretato...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"> di Mariangela Imbrenda</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2012/03/julius-caesar-must-live/5_mar1/" rel="attachment wp-att-1333"><img class="alignleft size-medium wp-image-1333" title="In copertina foto di Renè Burrì" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/03/5_MAR1-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a>Era da tempo che  non si vedeva un bianco e nero così&#8230; tragicamente  eloquente, malgrado, da poche settimane, il film <em>The Artist</em> diretto da Michel Hazanavicius, interpretato da Jean Dujardin e Bérénice Bejo, per di più muto, abbia confermato, vincendo ogni premio conferibile, l&#8217;urgenza  di una netta reinvenzione  del testo filmico a  partire, senza  dubbio, anche  dal colore.</p>
<p style="text-align: justify;">Meritatissimo è giunto, per i fratelli Paolo e  Vittorio Taviani, l&#8217;Orso d&#8217;Oro al festival di Berlino consacrando a capolavoro una docufiction che soltanto Nanni Moretti, in qualità di distributore, ha  avuto il coraggio, alla prima visione,  di tenere  a  battesimo presso il suo Cinema  Nuovo Sacher. Nel corso di un&#8217;intervista rilasciata alla trasmissione  Hollywood Party ha ricordato che la bellezza, quando la si incontra, va condivisa e resa visibile. La sua scelta coraggiosa  ha ridato bellezza al cinema italiano.<span id="more-1332"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Di <em>Cesare deve morire</em> tratto dalla tragedia <em>Julius Caesar</em> di William Shakespeare, non sarebbe onesto proporre una recensione nel senso classico dell&#8217;operazione: la poesia della disperazione di chi pur essendo carcerato combatte, da personaggio, per la  conquista della libertà, rischierebbe  di essere stereotipata  fino a divenire apprezzabile a  priori  a  causa,  o grazie, alle condizioni, oggettivamente, inusuali della sua messa in voce.</p>
<p style="text-align: justify;">Cinema  e teatro dialogano, magnificamente, servendosi innanzitutto della Parola e delle Idee che coincidendo con il progetto  drammaturgico pasoliniano  sono anche i personaggi infatti, nel dominio dell&#8217;amatorialità indirizzata da guide sapienti, non esiste  forse bacino migliore del carcere di Rebibbia, a Roma, set, tra le sbarre della pellicola, dove reperire un Bruto, un Cesare, un Cassio&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Il film si presenta come una Ringkomposition: il finale  ripropone l&#8217;inizio concludendolo, definitivamente  e si ammanta di una tensione così forte, vibrante, dolorosa da sospendere con gioia il tempo viaggiando sul doppio binario dello spettacolo da farsi in piena  regola sulle assi di un palcoscenico di una vera  sala teatrale di fronte al    pubblico assiso e sulla metafora essenziale della vita come finzione, prigione, perpetua vendetta  e  resa dei conti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sosteneva Federico Fellini che  la valutazione positiva o meno di un&#8217;opera cinematografica doveva cominciare  dall&#8217;osservazione  dei movimenti di macchina, giacché l&#8217;eccessivo ed insensato dinamismo indicava l&#8217;incapacità di espressione e, per assurdo, la trascrizione  di un&#8217;afasia patologica del  regista di turno: il garbo, la sensibilità, l&#8217;amore per esseri umani privati della libertà  onde  venir rieducati secondo le leggi della medesima società condannante si esplicano in magnifici primi   e primissimi piani dei volti degli attori spesso, per ironia della sorte, accomunati dal destino dei ruoli interpretati.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ascesa al potere di Cesare e, dopo la sua morte, di Bruto è filmata dal basso come a voler dire che ogni rappresentazione  del  Potere viene resa fede degna nello stesso identico modo a partire dalla notte dei tempi  di <em>Quarto Potere</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Arte e  vita si sovrappongono senza  soluzione  di continuità e quasi banale risulta tentare un paragone : i dialoghi  ed i monologhi sublimi  e perfetti di William Shakespeare sono reinventati e rinvigoriti dalla tecnica preliminare per la dizione  corretta (alias veritiera ed  autentica) di una battuta teatrale  o cinematografica ossia il passaggio dialettale al fine  di comprendere, sul serio, il significato delle frasi  restituendole così agli spettatori &#8230;nient&#8217;altro che altri personaggi in ascolto e contemplazione  della tragedia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tripudio di napoletano, siciliano e della  lingua senza  accento di un detenuto definitosi  cittadino del mondo  ergo impossibilitato ad esprimersi con  una propria cadenza dialettale  riporta all&#8217;universalità uno dei capitoli più noti della storia della Città Eterna toccando  i sentimenti primari che in quell&#8217;antica circostanza   trascinarono Cesare ed il figlio adottivo Bruto, nonché principale  congiurato,  ad interrompere  nel sangue la  gloria di un aspirante dittatore.</p>
<p style="text-align: justify;">I detenuti recitano dovunque, ripetendo a  memoria  le battute più volte per proporle nel modo ritenuto migliore: contagiati dal sacro fuoco dell&#8217;arte, anche  quando non convocati per le prove dal regista, ligi e, fervidamente, interessati  a lavorare bene come professionisti e non apatici dilettanti, Bruto, Cesare, Cassio, Decio e gli altri personaggi raggiungono le vite dei loro interpreti che  tornerebbero senza dubbio a  chiedere  nella realtà, quanto domandato oltre  duemila  anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il detenuto interprete di Bruto, tra  sé e  sé   pone  un quesito  ignorato o ignoto  purtroppo a tanti, troppi attori o sedicenti tali:<em>«Io ho capito quello che Shakespeare vuole dire, ma comme l&#8217;aggia fa&#8217; capì agli spettatori?»</em></p>
<p style="text-align: justify;">I primi suoni del film sono una richiesta farfugliata di aiuto a  morire o meglio di un braccio che compia l&#8217;ultima ardua impresa di un aspirante suicida :” Aiutem a murì, veloce”. È ancora Bruto che  prega fino ad implorare con gli occhi lucidi fuori dalle orbite e  quando, finalmente, trova un amico disposto a trafiggerlo con la sua spada di cartone, tutti i personaggi possono rientrare in  scena, aiutare l&#8217;ultimo morto a “risorgere” per decretare la fine dello spettacolo, conquistando gli applausi calorosi del pubblico in sala.</p>
<p style="text-align: justify;">In montaggio alternato, non si fa attendere il primo evento disturbante, ma ineluttabile facente parte della  quotidiana  tragedia dei reclusi: dopo la gioia, la festa, l&#8217;euforia dell&#8217;andata in  scena infatti mentre tutti gli spettatori tornano a vedere il mondo, a guardare il cielo ancora azzurro, i detenuti smessi i panni delle parti  rientrano nelle proprie celle riprendendo l&#8217; attività di “guardatori di soffitti” come uno di loro definisce  quell&#8217;abituale ed  atroce occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">A precedere  l&#8217;iterazione,  per  tre  volte, della sequenza di apertura e  chiusura rumorosa  delle porte delle stanzette in cui sono reclusi, appare in sovraimpressione  la scritta “Carcere di  Rebibbia. Sezione  di alta sicurezza” che insieme ad un&#8217;altra precisazione “Sei mesi prima” consente di entrare in <em>medias res</em> partecipando, attivamente, alle prove per  il futuro spettacolo.</p>
<p style="text-align: justify;">In assenza in effetti di quelle indicazioni i detenuti potrebbero essere confusi con i “membri normali” di una compagnia teatrale con al seguito le difficoltà di interpretazione, le inimicizie esplodenti attraverso le stesse battute da dire, le invidie, le autoesaltazioni o, al contrario, la dimostrazione  di profonda e sincera umiltà nel conoscere il proprio ruolo, pertanto, a  smentire  il pericolo di una esemplificazione “pietosa” della vicenda mostrata, si scolpiscono per ciascun carcerato gli anni e la motivazione  della condanna.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mancano i “fine  pena mai” mentre un&#8217;armonica inizia  a  costruire, gentile, senza risultare invasiva, la  colonna sonora dello spettacolo teatrale, cinematografico e  della vita tutta.</p>
<p style="text-align: justify;">Può dunque aver principio l&#8217;allestimento della congiura contro Giulio Cesare in una Roma senza vergogna  che, ben presto, nei frequenti lapsus degli attori diventa Napoli: qualcuno sostiene  una strana e  sinistra familiarità di Sir William Shakespeare con le strade, o meglio i bassi di quella città perché i codici della vera malavita si riscoprono nelle intenzioni della tragedia in cui non occorre giurare in modo solenne, bensì guardarsi, semplicemente,  negli occhi, in virtù della  nobile motivazione sottesa all&#8217;assassinio imminente  ovvero la sete di giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Bruto dice:<em> «La giustizia nun è nu scannatoio»</em>. Tanto basta per farne un dramma&#8230;perché almeno in Italia, malgrado il film  non inclini mai ad occuparsi, deviando dal soggetto principale, della condizione  carceraria, il sistema immutabile di rieducazione, ogni giorno, si presenta quale “scannatoio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcune scene (da annoverare anche l&#8217;orazione  di Antonio, in napoletano, ripresa frontalmente e dall&#8217;alto&#8230; un pezzo da antologia!)  sono anche  riservate alle guardie  carcerarie  e alla loro umanità <em>tout court</em>: alcune   sono disposte a  tollerare il mancato rientro all&#8217;orario stabilito dei detenuti impegnati in maniera rigorosa e  disciplinata nelle prove generali, mentre altri forse per minore sensibilità di fronte ad un impegno  lodevole, premono affinché le regole non vengano eluse&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Il teatro a Rebibbia rimescola le  consuete categorie dell&#8217;esistenza annullando le distinzioni manichee tra buoni e  cattivi, nemici ed  amici essendo tutti dentro una realtà infernale a  cui adattarsi, per  non morire, imparando nuovi codici, definizioni, valori.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la messinscena, quando Bruto è aiutato da Cesare a  rialzarsi per ringraziare il pubblico, la voce di un detenuto dice una sua verità, da poco, acquisita:<em>«Da quando ho conosciuto l&#8217;arte &#8216;sta cella è diventata &#8216;na prigione»</em> e Bruto artefice dell&#8217;assassinio del padre adottivo  è l&#8217;unico autorizzato a  domandarsi  per  quante altre volte Cesare dovrà sanguinare su scene di teatro come anche nel “suo” carcere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il finale  del film, riprendendo le vesti di documentario, lungi dal cadere nel pericolo di un&#8217;inclinazione alla speranza di un riscatto mostra la vita dei detenuti tornati in libertà che grazie  all&#8217; “arte” hanno riconcepito la loro esistenza: molti hanno pubblicato libri dai titoli autobiografici, mentre altri sono diventati attori professionisti di teatro e  cinema.</p>
<p style="text-align: justify;">Pleonastico appare  il consiglio personale a vedere <em>Cesare deve morire</em>, ma inevitabile vi giunga anche  la  proposta, volutamente, polemica a disertare i teatri ufficiali per recarsi <em> </em>nella saletta di Rebibbia dove  l&#8217;arte drammatica non conosce le catene della prigionia e sa vivere, giorno dopo giorno, libera.</p>
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		<title>Era solo l’inizio…</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 20:46:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Redazione Sonar]]></category>

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		<description><![CDATA[ di Antonio Pignatiello Nella stanza c’era solo il rumore di un cuore scalzo. Il suo. Luigi continuava a parlare, mentre Francesca non ne poteva più. Ancora una volta quella discussione...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"> di Antonio Pignatiello</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2012/03/era-solo-l%e2%80%99inizio%e2%80%a6/rene-magritte-infinite-gratitude-19631/" rel="attachment wp-att-1328"><img class="alignleft size-medium wp-image-1328" title="rene-magritte-infinite-gratitude-19631" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/03/rene-magritte-infinite-gratitude-19631-300x250.jpg" alt="" width="300" height="250" /></a>Nella stanza c’era solo il rumore di un cuore scalzo. Il suo.</p>
<p style="text-align: justify;">Luigi continuava a parlare, mentre Francesca non ne poteva più.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta quella discussione sul loro difficile rapporto le aveva messo in corpo voglia d’amore.</p>
<p style="text-align: justify;">Luigi guardava fuori dalla finestra, o forse guardava il suo riflesso, ad ogni modo, continuava a parlare, ad emettere suoni che si confondevano con il rumore della ferrovia che passava a due passi da quella vecchia casa di periferia.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesca cominciò a spogliarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">La gonna cadde a terra e gli occhi erano già oltre quelle spalle, oltre quelle parole e quelle paure.<span id="more-1327"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Luigi continuava il suo discorso, che aveva preso la forma di un monologo e:</p>
<p style="text-align: justify;">-         Che uomo ti sei scelto? – continuava a dire, &#8211; Vattene via! Prendi le tue cose, e scappa finché sei in tempo!</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Lei intanto avanzava e riduceva i centimetri che li separavano, ma Luigi era troppo ubriaco per accorgersene e troppo preso dai suoi stessi pensieri allucinati, dalle bollette da pagare, dai soldi che non bastavano mai neppure per arrivare alla seconda settimana del mese. Era stanco di continuare a chiederli a lei; e poi quella faccenda dell’amore <em>perpetuo</em>, che secondo Luigi non coincideva con la vita, o quantomeno non coincideva con la sua, di vita. Che vada a farsi fottere anche il <em>‘moto perpetuo’</em>! Adesso Luigi nemmeno si rendeva conto della presenza di Francesca,  pur avendola dentro i pensieri stessi, e si rese conto che i ricordi erano pugnali, come le canzoni che si ritrovava a cantare, e poi si ritrovò dentro un bicchiere pieno dei notturni di Chopen, e si fissò sull’assenza delle parole. Le parole. Ancora le parole, quelle fottutissime parole! Si rigirò le dita sulla labbra, butto giù un sorso dal suo bicchiere di rosso, e si fermò per un istante a riflettere; e si convinse, una volta per tutte, che le parole altro non sono che la vita quando è stanca; e la vita, quando è stanca, e sola, ha bisogno di affermare se stessa attraverso la voce. Forse era semplicemente questo il motivo per cui amava quelle note, perché quella era una musica senza voce, eppure dentro quelle note c’era tutta la vita che avrebbe tanto desiderato avere, e, in fondo, il segreto di quel meraviglioso silenzio che ne veniva, e gli arrivava dritto in pieno cuore, altro non era che la vita sposata all’amore. E il risultato era una pace silenziosa nel petto. E, la cosa sorprendente, almeno per lui, era che non servivano parole.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Francesca gli si avventò addosso. Solo in quel momento si rese conto di quel che stava accadendo e tornò per qualche istante al presente; poi sbottò:</p>
<p style="text-align: justify;">-         Francesca, vai via! Io sono morto! Trovati un avvocato, un medico, un qualcuno che abbia un cazzo di lavoro!, un qualcuno che non sia io, perché io non sono nessuno!, trovati qualcuno a cui poter affidare i tuoi giorni, e tutti i tuoi sogni, io ho finito anche quelli!</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Era troppo tardi, quelle parole non valevano nulla, e quelle due ombre sopra i muri erano lo specchio dell’ennesima disfatta.</p>
<p style="text-align: justify;">Luigi aveva perso di nuovo contro la vita, e quella sporca estate era solo l’inizio di un’altra scommessa finita male, forse perché, in fondo, lui aveva una fottuta paura di vincerla sul serio, alla fine, la sua partita.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Stanza n°17 : L’Irpinia</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 22:25:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fermate in Hotel]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Capne]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Capone// Stasera nel ghiaccio dei paesi altirpini ero solo nella mia panda. Non proprio solo, c&#8217;era la mia macchina e quella dei carabinieri che mi seguiva. I portatori...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luigi Capone//</p>
<h6 style="text-align: justify;">Stasera nel ghiaccio dei paesi altirpini ero solo nella mia panda. Non proprio solo, c&#8217;era la mia macchina e quella dei carabinieri che mi seguiva. I portatori di ansia e depressione.</h6>
<p style="text-align: justify;">Poi sono caduto in un lungo sonno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2012/02/stanza-n%c2%b017-l%e2%80%99irpinia/milo-manara-2/" rel="attachment wp-att-1287"><img class="alignleft size-medium wp-image-1287" title="milo manara " src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/02/milo-manara-2-300x129.jpg" alt="" width="300" height="129" /></a>Mi sono risvegliato e il serbatoio della mia macchina era vuoto, gli autobus non passavano più, dei treni erano rimasti solo i binari. Non c&#8217;era nessun modo per uscire di qui se non andando a piedi!<span id="more-1286"></span><br />
E poi è venuta la neve.<br />
Mi sono sentito morto e ibernato.<br />
E volano, volano i fiocchi volteggiando nell’aere, li vedi attorcigliarsi, roteare come in una centrifuga nera nel vuoto. E soltanto alla fine si posano, ghiacciati, sulla fredda, cupa e vuota terra e sotto i nostri piedi stanchi. Passi sordi che risuonano nella cavità della superficie terrestre.<br />
Antonio è morto di freddo nel suo prefabbricato di amianto. Lo ha trovato la donne delle pulizie pagata dai servizi sociali alle sette e mezza del mattino, steso a terra con un pacchetto di sigarette ancora in mano.<br />
Essere nati qui vuol dire essere nati con nessuna fortuna. Tutto è ostile e la terra trema. Gli occhi delle massaie fissi sui lampadari ad aspettare la scossa. C’è paura, ansia e presagio di ineluttabile tragedia.</p>
<p>Poi c’è chi tifa per il Napoli e chi per l’acquedotto pugliese.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui molti dicono che si stava meglio sotto i Borbone-Asburgo, io dico che si starebbe meglio sotto nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Irpinia è una puttana triste a pecora che da un lato lo prende in bocca e dall&#8217;altro lo prende in culo! Senza godere.<br />
E come una vera puttana anche lei ha le sue manie di protagonismo. Ma è triste perché di lei non frega un cazzo a nessuno. Perché non esiste, si perde nell’anonimato di diecimila altri posti uguali, e similmente afflitti. Anche i modi di morire sono molto anonimi : ad Ariano usano buttarsi da un ponte, a Nusco preferiscono buttarsi in mezzo alla statale di notte. A Torella, paese fatto di due discese che finiscono in un vallone, si perdono nella nebbia e ci cadono dentro, a Castelfranci pare che si tuffino nella “jomara”.<br />
Il bar che frequento io si trova nel bivio, in mezzo a questi paesi. Lì di solito la luce è sempre cupa e non ci batte mai il sole. C’è una fotografia di una donna morta appesa al muro e da ogni parte i muri trasudano angoscia e rassegnazione.<br />
Franco ha appena perso centoventi euro in monete da un euro buttandoli nella macchinetta mangiasoldi dello stato e vuole vendermi dell’eroina per riaggiustare le sue finanze.<br />
Vincenzo legge il giornale immobile sul suo pancione e pare essersi accorto all’improvviso di avere sessant’ anni.<br />
I cattolici praticanti, numerosi nel villaggio, ingannano nei loro occhi il sospetto che non ci sia nessun Dio. Ma subito abbassano lo sguardo e corrono a pregare al riparo da sguardi indiscreti.<br />
Piccoli servetti dello stato, scaltri, piccoli e tristi. Smaniosi di racimolare quattrini nei modi più subdoli e vigliacchi. Felici di pagare anche la tassa su Dio. Ecco perché siamo avvolti da un nulla che non è nemmeno nulla, Dalla borghesia non nasce mai niente. Il loro sindaco,votato con una cecità tipica di un popolo ignorante, schiavo e sottomesso, non ha altre preoccupazioni che riempire le strade di telecamere per video sorvegliare un cimitero. Dicevo ad Eugenio che almeno, quando sarò definitivamente esausto di ogni cosa che contiene il mondo, Nusco sarà un ottimo posto per andare a seppellirmi.<br />
Del resto il leit-motiv  degli abitanti invece è questo : “Non c’è mai nessuno…perché non lo riempiamo di puttane ‘sto paese…giochiamoci la bolletta che è meglio”. Felici di pagare la tassa allo stato attraverso la Snai e le slot machine.<br />
Uomini il cui unico obiettivo da raggiungere nella vita, è vedere dentro un monitor una gallina che caca un uovo d’oro.<br />
In un mondo di cannibali, questo è un microcosmo di cannibali spaventati che hanno perso i denti.<br />
Di giorno pare ci sia un piccolo slancio verso non so cosa. Appena cala il sole si rivelano animali per quello che sono e si ritirano tutti nelle loro tane come se andassero a pregare una divinità pagana del fuoco, o davanti alla tv, la stessa cosa. E’ un posto non adatto a vivere di sera e non adatto nemmeno di giorno.<br />
C’è sempre qualcosa che ti impedisce di vivere e qualcos’altro che ti impedisce anche di morire. Ecco l’idea che ho io dell’inferno. Io non sono Dante ma Virgilio collocava la porta dell’inferno a Rocca San Felice.</p>
<p style="text-align: justify;">L’irpinia è un giardino. E’ un ottimo posto per trovare una sana rassegnazione nel proprio vivere inquieto. Il proprio minuscolo posto nel mondo. Lo spazio.<br />
Anche oggi l’aria è salubre e pungente.<br />
I nervi non sono distesi, gli sguardi non sono lucidi, il fiato si accorcia, il respiro si appesantisce, le pulsazioni vanno e vengono.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina: ritratto di Milo Manara</p>
]]></content:encoded>
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		<title>I regali perduti della storia</title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2012/02/i-regali-perduti-della-storia/</link>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 22:21:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[SuccedE (A Distanza di Sicurezza)]]></category>
		<category><![CDATA[Cornell Capa]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tanja Contino// Nevica e muore qualcuno. Fa caldo e muore qualcuno. Piove più di due giorni consecutivi e se ne cadono i paesi. Che tempo dovrebbe fare in Italia...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tanja Contino//</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2012/02/i-regali-perduti-della-storia/cornell-capa/" rel="attachment wp-att-1282"><img class="alignleft size-medium wp-image-1282" title="In copertina foto di: cornell capa" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/02/cornell-capa-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a>Nevica e muore qualcuno. Fa caldo e muore qualcuno. Piove più di due giorni consecutivi e se ne cadono i paesi. Che tempo dovrebbe fare in Italia perché si rimanga tutti vivi?<span id="more-1281"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Passando a cose serie, ho letto un articolo su un particolare settore dell’economia tedesca e mi è venuto da pensare. Quale è secondo voi il settore più forte dell’economia tedesca? Le auto. Macchinari di vario genere. No, pare che sia il turismo. Sorpresa, sorpresa.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi dieci anni il settore turistico tedesco è quello che ha avuto trend migliori rispetto a tutti gli altri paesi europei. Sapendo di dover competere con la concorrenza abbastanza avvantaggiata di Francia, Italia e Spagna, in Germania hanno cercato di attrarre visitatori verso mete meno usuali, non solo Heidelberg, Monaco o Berlino. Magari verso la Ruhr, il vecchio cuore del carbone e dell&#8217;acciaio, che è diventato una grande area di divertimenti, trasformando le acciaierie e le miniere in musei industriali, o aprendo teatri nelle vecchie fabbriche. Si organizzano tour sulle orme di Lutero o percorsi culinari nella Foresta Nera: anche in Germania, scoprono i turisti, si mangia bene, e si paga di meno. I tedeschi sono stati i primi a intuire lo sviluppo del turismo dalla Cina. Hanno puntato su quello che hanno e hanno fatto bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono certo una di quegli italiani che denigrano le bellezze e i paesaggi teutonici, anzi. Ma sappiamo tutti che l’Italia in questo senso non ha rivali di sorta. Eppure cade Pompei, eppure si sente sempre di turisti lamentarsi dei disservizi e dei costi troppo alti. Ci passano sopra appunto perché la storia ha voluto che quel sessanta per centro di patrimonio artistico e culturale mondiale fosse sul nostro territorio. Quella storia da cui non impariamo mai nulla ci ha fatto campare di rendita per un bel po’ senza che ce ne preoccupassimo più di tanto.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi italiani abbiamo avuto sempre quella spocchia di ritenerci più dritti, più geniali degli altri. E’ davvero ancora cosi? E se alla fine i veri furbi fossero i tedeschi?</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina foto di Cornell Capa</p>
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		<title>La caduta degli Dei Olimpi(oni)ci</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 22:16:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oltre il muro del suono: linguaggi e realtà]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianpaolo Faia// “Roma: annus horribilis 2020; la penisola italica è lacerata da devastazioni e carestie, enormi maremoti spazzano via le isole dell’arcipelago campano, terremoti frantumano le fondamenta appenniniche, Scilla...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Gianpaolo Faia//</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2012/02/la-caduta-degli-dei-olimpionici/andrea-pazienza/" rel="attachment wp-att-1278"><img class="alignleft size-medium wp-image-1278" title="In copertina:  disegno Andrea Pazienza" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/02/andrea-pazienza-300x232.jpg" alt="" width="300" height="232" /></a>“Roma: annus horribilis 2020; la penisola italica è lacerata da devastazioni e carestie, enormi maremoti spazzano via le isole dell’arcipelago campano, terremoti frantumano le fondamenta appenniniche, Scilla e Cariddi ingoiano la Sicilia, mentre tutta la pianura padana viene inondata dal “dio” Pò e i ghiacciai alpini si sciolgono creando valanghe che spazzano via intere regioni. <span id="more-1277"></span>Orde di barbari “celtici” con le corna e vestiti di verde fanno razzie e incendiano interi villaggi, mentre le coste vengono saccheggiate da loschi figuri scuri e partenopei urlanti slogan arabeggianti… tuttavia, la razza umana era ancora sopravvissuta.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il soggetto perfetto per un manga giapponese post-apocalittico stile “Ken il guerriero” et similia, no?</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure sembra proprio che, secondi molti illustri pensatori e non, il destino d’Italia non sia poi molto dissimile da questo goliardico quadretto poco rassicurante. Ormai la fiducia nel futuro è pari a zero, anzi leggermente sotto… -8 direi, viste anche le glaciali temperature di questo stranissimo (e pessimo, almeno per me) febbraio 2012.</p>
<p style="text-align: justify;">Fresca è la notizia della rinuncia, da parte del nostro governo, alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020. Motivazioni anche condivisibili, ovvero la difficile congiuntura economica che il nostro Paese sta attraversando e l’impossibilità di effettuare un investimento oneroso a lungo termine. “Ci sono altre priorità”, questa la frase maggiormente ripetuta: vero anche questo, visti gli atavici problemi nei trasporti, la sanità, la cultura, le infrastrutture, la burocrazia ecc. C’è la Salerno-Reggio Calabria ancora da completare dopo decenni…</p>
<p style="text-align: justify;">Però qualcosa non quadra. Per niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Un Paese occidentale che non può permettersi un investimento di 5-10 miliardi di euro nell’arco di otto anni ha un qualche male oscuro quasi incurabile. Un Paese che ha da sempre applicato progetti e riforme congiunturali e mai strutturali è una realtà che ha paura della propria ombra, che pensa troppo spesso “all’uovo oggi” e mai alla “gallina domani”. Un Paese che “mangia” soldi a destra e manca appena ci sono investimenti, cantieri, manifestazioni internazionali ecc., è una “cicala” destinata a perire d’inverno.</p>
<p style="text-align: justify;">Le esperienze dei mondiali di calcio “Italia ‘90” e degli ultimi mondiali di nuoto fanno male sia al portafogli che al morale… stadi fatiscenti dai costi decuplicati, cantieri chiusi, piscine inagibili, ritardi dei lavori, budget a disposizione divenuti insufficienti… Vedendo poi come 5 cm di neve (a parte casi davvero complicati come quelli della dorsale appenninica dove la neve ha superato il metro) ha mandato in tilt intere città e rinviato partite mi ha intristito e fatto sorridere al contempo: in Germania giocano a -20 gradi C. A Roma c’è stato il panico, dove per 3 cm di neve interi supermercati sono stati saccheggiati e molte linee dei bus soppresse… e pensare che a Nusco (AV) c’è 1,5 m di neve.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, probabilmente la scelta di rinunciare alle olimpiadi forse è stata saggia non essendoci molti soldi a disposizione, ma facendo ciò si è anche rinunciato ad investire sul futuro e sul Paese stesso in quanto, con una gestione magistrale dell’evento, i benefici in termini sia economici che d’immagine sarebbero potuti essere di gran lunga maggiori degli oneri. E, come spesso accade, “chi non risica non rosica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Città come Barcellona sono state letteralmente rilanciate dagli eventi olimpici… Atene invece, pur ammodernandosi, non è riuscita a introitare neppure lontanamente una cifra vicina all’investimento fatto e “sperperato” (anche se in realtà la crisi economica greca aveva già dato i suoi primi allarmi).</p>
<p style="text-align: justify;">E’ possibile che in Italia non si è capaci di spendere quei pochi soldi che ci sono in modo giusto, funzionale e fruttuoso e non gettarli per cose inutili? E’ possibile che non si possa investire oggi 5 per ottiene 10 dopodomani? E’ possibile che non si investa 5 perché si vuole avere 5 domani e del dopodomani “chissenefrega”?. E’ possibile trattare i giovani uno schifo dicendo che il “posto fisso è noioso”? E’ possibile poi dire “lavorate, sposatevi e proliferate”? E’ possibile tutelare sempre e comunque furbetti, parassiti e landruncoli? E’ possibile rimandare continuamente in Parlamento una legge anti-corruzione? Purtroppo è possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">E se poi a Sanremo mi ripescano Gigi D’Alessio e “quello di Amici” la frittata è fatta, altro che “uovo oggi o gallina domani”.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina:  ritratto di  Andrea Pazienza</p>
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		<title>Poi la pioggia diventò neve</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 22:11:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Redazione Sonar]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Dworzak]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonio Pignatiello// Lei aveva gambe lunghe, lisce, e una voce adatta alla notte. Lui aveva l’anima in gola, stropicciata come una vecchia pagina di storia, e una pelle tesa,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Antonio Pignatiello//</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2012/02/poi-la-pioggia-divento-neve/attachment/03/" rel="attachment wp-att-1272"><img class="alignleft size-medium wp-image-1272" title="foto di Thomas Dworzak" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/02/03-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a>Lei aveva gambe lunghe, lisce, e una voce adatta alla notte.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui aveva l’anima in gola, stropicciata come una vecchia pagina di storia, e una pelle tesa, persa nell’attesa riarsa di un orologio.<span id="more-1271"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Lui aveva camminato tutto il giorno, aveva già dato quel che poteva; lei si era già presa tutto. Si sedette su una poltrona e tirò fuori dalla borsa un po’ d’erba. Fumarono in silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei vide un taccuino, chiese di aprirlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui fece un gesto immediato con il braccio, fermo, preciso. Lei capì che dentro c’era qualcosa che li riguardava; pensò di insistere, poi lasciò perdere.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano da lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui prese una bottiglia di vino, tolse il tappo, e cominciò a versare quel rosso nei bicchieri. Niente. Non c’era niente da fare. Ogni volta che quella sostanza divina scivolava nei calici, lui percepiva lo sfinimento, e la resa ormai inevitabile. Non c’era niente da fare, eppure lui avrebbe tanto desiderato tappare quella notte come una bottiglia. Sentì un crampo allo stomaco e un dolore che dalla testa scendeva giù fino ai piedi. Era ormai sazio di stronzate e di capricci, di calcio e di ragazze, e di tutte quelle nottate consumate dietro alle donne e alle mutande, nottate bruciate invano, nottate stappate goffamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Si alzò di scatto, il bicchiere in mano, e si avvicinò alla finestra. Spostò la tenda e guardò fuori: gocce di pioggia filavano via lente sul vetro umido di quella casa di campagna. Si sentì spiaccicato come quelle gocce. Pensò a tutte le vite impazzite, perse dentro le città, che si lasciavano portare via la bellezza da vani sogni di gloria, e pensò alle automobili e al traffico che ne veniva, ogni volta, nella pioggia.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei intanto si era distesa sul letto.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui si fece posto al suo fianco e si accese una sigaretta.</p>
<p style="text-align: justify;">In un attimo ci fu silenzio, le automobili sparirono, e con loro tutto quel rumore martellante svanì nel buio.</p>
<p style="text-align: justify;">Restava solo quella stanza invasa dalle note di un pianoforte antico. Una musica lenta, nostalgica, e poi la voce di Tom Waits.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui avrebbe voluto spiegarle, raccontarle, ma temeva nel farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi prese coraggio e cominciò a confessarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei ascoltava in silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">La musica continuava.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui avrebbe tanto desiderato che lei capisse. Prese le sue mani, le sfiorò i seni, la baciò, ma ormai era già troppo tardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui temeva la luce del giorno, perché sapeva, che, una volta fuori da quella casa, nulla sarebbe più stato come prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Le lancette, in quella notte, lo ferirono al cuore come spade.</p>
<p style="text-align: justify;">Provò ancora a dire qualcosa, ma la lingua si bloccò.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei già non ascoltava più, presa per stanchezza, ormai lontana.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi la luce entrò dalla finestra, bagnò la stanza; gli oggetti presero colore e divennero sempre più bianchi.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui capì di essere prigioniero nella separazione,</p>
<p style="text-align: justify;">clandestino in una terra straniera.</p>
<p style="text-align: justify;">Percepì l’ostilità ovunque,</p>
<p style="text-align: justify;">soprattutto nell’attaccapanni.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei restò nella stessa posizione,</p>
<p style="text-align: justify;">lui si rivestì in fretta,</p>
<p style="text-align: justify;">e con gli occhi guardò la stanza per un ultimo sguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un posto che gli ricordava i cubetti di ghiaccio al fondo d’un bicchiere vuoto, ma con una sua triste bellezza: era la bellezza della solitudine di due amanti che non si sarebbero più dimenticati, era la bellezza che si poteva solo percepire, ma non vedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui prese le sue cose, e uscì.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei lo vide, forse lo chiamò. Forse era solo il vento gelido che soffiava tra le foglie degli alberi.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui non rispose.</p>
<p style="text-align: justify;">Sapeva che l’alba gli avrebbe portato via la donna che amava.</p>
<p style="text-align: justify;">Sapeva che il suo passato l’avrebbe lasciato solo un’altra volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi la pioggia diventò neve.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina: foto di <strong>Thomas Dworzak</strong></p>
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		<title>Una vita</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 22:03:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Paz]]></category>
		<category><![CDATA[henri cartier bresson]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Casale]]></category>

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		<description><![CDATA[di Salvatore Casale// Lo specchio riflette solo metà della mia faccia. Sguardo spento e indesiderato, la barba aspra non rasa da giorni sta iniziando a diventare rossa. Le auto passano...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Salvatore Casale//</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2012/02/una-vita/img-1201192115-55/" rel="attachment wp-att-1268"><img class="alignleft size-medium wp-image-1268" title="In copertina foto di Cartier Bresson" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/02/img-1201192115-55-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a>Lo specchio riflette solo metà della mia faccia. Sguardo spento e indesiderato, la barba aspra non rasa da giorni sta iniziando a diventare rossa. Le auto passano veloci sotto la  finestra. <span id="more-1267"></span>Le carte si accumulano sulla scrivania; libri dell’università, libri di piacere, fotocopie, appunti e schizzi vari qualche lattina vuota e la tazza col latte con i cereali che galleggiano da un paio di settimane.</p>
<p style="text-align: justify;">La macchina da scrivere è verde, un verde sbiadito dal tempo , un enorme scritta “per il tuo pasto nudo “  in basso a destra caratteri cubitali e con il pennarello nero, non ricordo neanche  chi l’ha fatta  , quasi non si vede più cancellata via  dalle incrostature di ruggine.    La lettera L non funziona, la barra spaziatrice si intacca e buona parte delle parole sono in fila indiana e cercano di uscire dalla finestra.  L’ultima frase che ha scritto non so chi, dice: mi devi 50 euro, vedi di muoverti che mi incazzo!; Lava i piatti dai, sono diventati la torre di pisa; hai rotto il cazzo tu e i cani, cambia cd!: le birre sono finite comprale.</p>
<p style="text-align: justify;">I quadro accatasti lungo le pareti, per terra, appesi ai muri non mi lasciano lo spazio di muovermi, l’aria sembra rarefatta, non riesco a respirare.</p>
<p style="text-align: justify;">I suoi tampax interni insieme allo spazzolino sono ancora qua, nel secondo scompartimento a destra della mia scrivania. I suoi calzini non ci sono più, le sue mutandine neanche. I preservativi sono finiti. Il fermacapelli rosa sta  appeso al muro,un regalo stupido comprato la vigilia di natale quando le ho detto un anello non mi sembra il caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Panino e mortadella questa era la mia colazione alle 13.30. il mondo fuori viaggia senza di me. Le liceali aspettano il tram per tornare a casa, i tassisti scioperano facendo un casino infernale, le vecchie ritornano dal mercato col carrello della spesa pieno e si fermano a comprare il gratta e vinci sotto casa e  concorsi pubblici per il figlio disoccupato 30 che ha tanta voglia di lavorare.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli alberi sono morti, secchi appassiti,anonimi.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina:  foto di Cartier Bresson</p>
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		<title>In memoria di  Theo Angelopoulos</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 22:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Facciamone un dramma]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[crisi greca]]></category>
		<category><![CDATA[L'industriale.]]></category>
		<category><![CDATA[La Recita]]></category>
		<category><![CDATA[Theo Angelopoulos]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mariangela Imbrenda//                                                                                                                                                        Graecia capta  ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio. La celeberrima massima oraziana (  Epist.. Il, 1, 156) possiede la capacità,  propria soltanto  dei grandi Maestri...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Mariangela Imbrenda//</p>
<p style="text-align: right;"><em>                                                                                         <a href="http://www.sonarweb.it/2012/02/in-memoria-di-theo-angelopoulos/burt/" rel="attachment wp-att-1264"><img class="alignleft size-medium wp-image-1264" title="Foto di Burt Glinn" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/02/burt-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a>                                                              Graecia capta </em></p>
<p style="text-align: right;"><em> ferum victorem cepit et</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>artes intulit agresti Latio.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La celeberrima massima oraziana (  </em><em>Epist</em><em>.. Il, 1, 156) possiede la capacità,  propria soltanto  dei grandi Maestri della Parola, di  raccontare, con sguardo analitico, un&#8217;operazione di “riconquista” culturale indolore  (anzi benefica) compiuta, nello specifico, dai Greci    affilando le armi della cultura di cui, all&#8217;epoca dei fatti, i Romani  ignoravano beatamente  l&#8217;indirizzo della fucina del fabbro. <span id="more-1263"></span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>      Con la morte del regista cinematografico greco Theo Angelopoulos,  avvenuta  al termine dello scorso mese, vittima di un “banale” investimento  da parte di  un motorino, mentre  attraversava  a piedi la strada, si è persa, forse per sempre, l&#8217;opportunità di vedere, grazie  alle sue pellicole, la Grecia reale, non soltanto turistica, come spesso viene mostrata, sarebbe meglio dire,  consumata, esibendo angoli paradisiaci della  terraferma   o delle isolette costruite </em><em>ad hoc</em><em> per vacanze di  (spenta  quanto decadente ) movida e   ( eccitanti fino alla noia ) trasgressioni&#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Egli infatti aveva ereditato dagli antichi progenitori l&#8217;urgenza di un rapporto dialettico, l&#8217;amore autentico  per il sapere inteso come esercizio teorico/pratico coraggioso  delle caratteristiche  precipue  dell&#8217;umanità, riuscendo  ad “incivilire” il mondo  odierno sempre più rozzo ed incolto, malgrado secoli di Storia.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>      La  qualità della sua presenza ovvero della sua irreparabile  assenza è occasione  per farne un dramma luttuoso più o meno alla maniera benjaminiana  del </em><em>Trauerspiel.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Non a  caso, l&#8217;ultima  sua  pellicola, di cui erano  già cominciate  le riprese,  avrebbe  dipinto la terribile crisi greca, il senso  del popolo per la recessione, che in Italia, almeno stando alle configurazioni  dell&#8217;esiguo numero di filmetti nazionali distribuiti  nel nuovo anno, tranne rari ed eccellenti eccezioni come </em><em>L&#8217;industriale </em><em> del Maestro Giuliano Montaldo, sembra  non costituire un problema etico quindi estetico  secondo la lezione, costantemente,  respinta in oblio di Josif Brodskij. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>       Lascio allora la parola ad un articolo, riprodotto, ovviamente, in parte, apparso il 25 gennaio, sul Corriere della Sera, a firma  di Paolo Mereghetti: nessuna prospettiva più adeguata  di quella di un critico cinematografico che oltre trent&#8217;anni fa aveva avuto il privilegio di assistere alla proiezione  di un miracolo di celluloide:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Nel 1975, a Cannes, non si parlava d&#8217; altro. </em>La Recita<em> , proiettato nella sezione parallela della Quinzaine, aveva stregato tutti e cancellato d&#8217; un sol colpo il cinema «tradizionale». Non c&#8217; era guerra: anche il film incoronato dalla Palma d&#8217; oro, l&#8217; algerino Cronaca degli anni di brace , sembrava un reperto archeologico di fronte alla modernità, al coraggio del film di Angelopoulos. Nella vicenda di una troupe teatrale che attraversava quattordici anni della storia greca (non in senso cronologico, ma saltando attraverso gli anni, dalla dittatura del generale Papagos, nel 1952, indietro a quella del generale Metaxas, nel 1939, dall&#8217; occupazione nazifascista a quella angloamericana) si poteva leggere non solo la lotta di un popolo per la libertà, ma anche lo spessore della sua cultura (i membri della troupe si chiamavano Elettra, Egisto, Pilade, Oreste&#8230;) e la loro vita privata. Alla prima proiezione, nella saletta affollata del cinema Star, sulla rue d&#8217; Antibes, non volevamo credere ai nostri occhi: gli attori entravano in scena in un anno e quando ne uscivano il tempo era tornato indietro, o aveva fatto un gigantesco balzo in avanti. A volte gli attori si «fermavano» e si rivolgevano allo spettatore dallo schermo, altre volte non si capiva se quello che stava succedendo fosse la realtà cinematografica o la finzione teatrale, la Storia della Grecia o le storie dei suoi abitanti. Solo dopo, riflettendo e discutendo (che discussioni all&#8217; uscita), avevamo capito che quello a cui Angelopoulos era riuscito a dare forma era la memoria collettiva di un Paese, non tanto la storia di questo o di quel protagonista. Eravamo stati i primi spettatori di un capolavoro epocale, di una delle vette del cinema contemporaneo, un&#8217; occasione che ai festival accade una volta ogni venti o trent&#8217; anni.»  </em></p>
<p style="text-align: justify;">In copertina: foto di Burt Clinn</p>
<p style="text-align: justify;"><em>                                                                                                                                            </em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>STANZA N°2 – IL TRAPANO NEL CERVELLO</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 22:22:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fermate in Hotel]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Capone Stamattina ho vomitato la bile. E’ un liquido di colore giallo-verde che esce dal fegato quando non ne può più di smaltire alcool. Fino a poco fa...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>di Luigi Capone</h1>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2012/01/stanza-n%c2%b02-%e2%80%93-il-trapano-nel-cervello/david_lachapelle_rose_mcgowan12/" rel="attachment wp-att-1221"><img class="alignleft size-medium wp-image-1221" title="David_LaChapelle_rose_mcgowan12" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/01/David_LaChapelle_rose_mcgowan12-300x206.jpg" alt="" width="300" height="206" /></a>Stamattina ho vomitato la bile. E’ un liquido di colore giallo-verde che esce dal fegato quando non ne può più di smaltire alcool. Fino a poco fa pensavo che stavo per morire e avevo paura. Ma ora sto peggio perché mi sono reso conto che non morirò così facilmente. Sono steso su un letto scomodo di una stanza polverosa. Sento un trapano perforarmi il cervello.<br />
Non sono i muratori che lavorano qui fuori dalle sei di mattina in poi, è proprio il mio cervello. Tutto ciò che vorrei è puntarmi, in quel preciso punto del cranio, una pistola e fare clic.<br />
Ripenso a come mai ogni notte devo aspettare l’alba bevendo e discutendo coi miei simili per strade opache e tristi, entrando in quei bar appena aperti per le colazioni di gente che va a lavorare. Li vedi li col cappuccino e un cornetto glassato ficcato in bocca. E ridi.<br />
Ieri notte mi trascinavo come una lumaca sull’asfalto spingendo un carrello pieno di bottiglie e lattine di birra. A un certo punto ho preferito restare solo, alcuni miei amici a un certo punto diventano troppo sensibili, non reggono i miei discorsi forse e scoppiano a piangere. O forse scoppiano in lacrime per qualche altro motivo.<br />
Ripenso anche a come ho fatto ad entrare in quella specie comunità di tossici.<br />
Basta poco : io ero in via Verzieri a zonzo e facendomi i cazzi miei una volta tanto, ma l’occasione ti viene a prendere anche lì. Passa a prenderti ti porta con sé. Come dei flash rivedo le ore passate a Scampia. Rivedo noi ubriachi in macchina a cercare crack, a marciare per le vie del marciume. Rivedo la scritta all’ingresso : “se non trovi la bellezza, cercala dentro di te”.<br />
Ho paura che dentro di me ci siano solo insetti e topi morti.<br />
Come ho fatto ad entrare in quel buco fetido?<br />
C’era una puttana per strada intenta ad aiutarci a trovare il crack. L’avevamo fatta saltare in macchina e ci portò subito sotto un palazzo enorme. Era la nostra guida spirituale, il nostro Virgilio. Sembrava davvero una di quelle puttane ottimiste e di sinistra. Non so come eravamo annebbiati e la puttana ci conduceva attraverso un drappo scuro sudicio appeso a un muro. Cumuli di rifiuti coprivano tutto, lacci emostatici, merde di cane, puzza di aids. E dalla fessura buia di uno di quei muri di cemento usciva un grassone, come fosse stato il protettore della mignotta, intento a fumare con noi senza aspettare inviti.<br />
E’ strano poi in che modi strani si cerca di riparare ai danni cerebrali fatti.<br />
Per calmarci la puttana ci consigliava di acquistare dell’ottimo Cobret tornando alla base. Ovviamente noi eravamo ragazzi coscienziosi e non potevamo fare altrimenti che accettare l’offerta.<br />
Poi ricordo che il mio amico si mise a piangere per aver perso una bottiglia di gin.<br />
Una delle prime cose che ho fatto stamattina è stata frugarmi addosso per vedere cos’avevo ancora addosso e l’unica cosa che ho trovato è stata il mio portafogli, pieno di scontrini, e completamente privo di carte di qualsivoglia valore. La paranoia di trovarmi davanti la Guardia di Finanza in qualsiasi momento.<br />
Mentre scrivo vado velocemente al cesso a vomitare un po’ di schiuma e espellere fragorosi spruzzi di merda nera e acida.  Del resto, chi trangugia di tutto non caca certo fiori.<br />
Inciampo in un materasso e sbatto col piede contro la testa di Tony.<br />
Stasera dobbiamo suonare in un locale e io sto male. Pure lui pare mezzo morto. Ma in qualche modo dobbiamo pur campare, mi ritorna in mente il fatto che la mia stanza buia e polverosa è in affitto e non so quando dovrò pagare la mensilità ma a breve.<br />
Mi rimetto a letto, chiudo totalmente la tapparella, gli operai fuori continuano a fare un rumore infernale ma è quasi notte, devono essere le cinque del pomeriggio.<br />
Sono uscito soltanto per comprare il tabacco e per mangiare qualcosa. Mi sono trascinato fino a una specie di panificio ed ho chiesto un panino caldo. Il ragazzo del negozio mi ha guardato in faccia spaventato ed ha consultato il proprietario. Subito dopo è tornato con due panini belli fragranti infilati in una busta di carta e non ha voluto essere pagato. Da non so cosa aveva capito che non avevo soldi e che stavo morendo.<br />
Ottima cosa. Per avere un po’ di bontà dalla gente devi aspettare di crepare.<br />
Ho divorato letteralmente i panini e ho bevuto a una fontana dove poco prima si era dissetato un cane. Mi sono sentito felice e appagato per quel poco come se in quel momento tutto il mondo stesse mostrando il suo lato buono.<br />
Ero una merdina. Deambulavo come una foglia secca con un’espressione stranamente leggera e sofferente. Un folle.<br />
Mi adagiavo come un escremento di cane sui marciapiedi.<br />
Mi sostenevo sui cestini dell’immondizia lungo il prestigioso corso Vittorio Emanuele di fronte alla libreria Feltrinelli. Ogni mamma che passava raccomandava al suo bimbo di non diventare da grande come me. – Guarda Luca c’è l’uomo nero .- . – Mattia non ti avvicinare troppo al signore -.. – Francesco non indicare… &#8211; .<br />
Sono tornato a casa completamente esausto e ora non ho altro che il trapano nel cranio e il letto polveroso. E solo qualche ora di tempo per stare un po’ in coma prima di andare a suonare in quel locale.<br />
Ho una situazione instabile e in sospeso con una donna, spero non mi chiami ora. Ma il telefono imperterrito squilla. squilla e si sovrappone al trapano nel cranio e ai martelli degli operai . Non so se riuscirò a rispondere.<br />
Allora penso che tutto questo malessere è anche colpa delle scopate che faccio<br />
Tre sere fa mi chiamò Martina, mi chiese di fare un salto da lei.<br />
Scoprimmo di essere talmente di poche parole che per occupare il tempo dovemmo scopare immediatamente, senza troppi convenevoli .<br />
A letto d’un tratto mi prende per i capelli e mi porta con la faccia dentro la sua fica urlando –Lecca!-. Era un po’ irruenta ma la lasciavo fare. Con un salto mi salii sul fallo sbattendomi quelle grosse tette in faccia quasi a soffocarmi. Era un combattimento anche quello.<br />
Ma ogni donna a un certo punto deve essere sottomessa, pensai. Così la presi e la misi a quattro zampe iniziando a stantuffare con colpi secchi e decisi nel suo deretano. Godeva come una troia e alla fine le esplosi dentro. Ero un pezzo di merda. Si infilò nel cesso e tornò innervosita dicendo : -Vaffanculo! Ho già avuto un aborto di recente! -.<br />
Fumava nervosamente la sua sigaretta in accappatoio. Io ero ancora sul letto con l’uccello di fuori e attingevo ampie sorsate dalla bottiglia di vino sul comodino. La osservavo. Mi guardava incazzata.<br />
Erano queste le mie scopate, le mie situazioni, le mie cose.<br />
Duravano sempre poco e ogni piacere corrispondeva sempre e comunque a una inculatura imminente. Infondo non era male. Il giorno dopo c’era sempre qualcosa di peggio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In copertina: David_LaChapelle_Rose_Mcgowan</p>
]]></content:encoded>
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		<title>QUANDO CADONO LE STELLE: una luce fra le onde del mare</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 22:22:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oltre il muro del suono: linguaggi e realtà]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Concordia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianpaolo Faia Concordia: un nome che sa di solidarietà, di pace. Ed ecco che, all’improvviso, evoca tragedia e sgomento. Ma in tale orrore c’è ancora posto per la pietas,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>di Gianpaolo Faia</h1>
<p><a href="http://www.sonarweb.it/2012/01/quando-cadono-le-stelle-una-luce-fra-le-onde-del-mare/rene-burri/" rel="attachment wp-att-1215"><img class="alignleft size-medium wp-image-1215" title="Renè Burri" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/01/Ren%C3%A8-Burri-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a>Concordia: un nome che sa di solidarietà, di pace. Ed ecco che, all’improvviso, evoca tragedia e sgomento. Ma in tale orrore c’è ancora posto per la pietas, anzi ora più che mai.<span id="more-1214"></span><br />
Questo post vuole essere un omaggio, un misero omaggio ad una persona che sembra davvero d’altri tempi, in quest’epoca così sterile di sentimenti e senso del dovere. E’ un inno alla speranza, vero motore immobile che funge da carburante dei cuori, che si cela in ogni essere umano. Chiamatela come volete… imbrigliatela in religioni varie, filosofie esistenzialiste, ragioni illuministe… tanto resta sempre lei, la speranza.<br />
Durante la tragedia della ahimè famosa nave da crociera affondata, un ragazzo trentenne, Giuseppe Girolamo, batterista della band della nave, secondo testimoni ha lasciato il suo posto su una scialuppa di salvataggio ad un bambino. Da allora è scomparso.<br />
Io non conosco il ragazzo musicista in questione. Tuttavia il suo gesto così eroico e al contempo così normale mi sembra sia una cosa da non dover passare inosservata. Va benissimo soffermarsi sulle pressochè acclarate responsabilità terribili del comandante della nave, ma in tanta sofferenza e inettitudine c’è anche una luce che brilla forte nella notte.<br />
C’è chi fugge (almeno così sembra) dalla barca che affonda pur avendo la responsabilità di dover restare a bordo per compiere il proprio dovere, ovvero restare per salvare vite umane; c’è chi resta pur non avendo alcuna responsabilità proprio per salvare quelle vite. E per dare speranza.<br />
Non siamo inquisitori e non ci permettiamo di anticipare sentenze ed eventuali condanne o assoluzioni. A quello ci ha già pensato la Santa Inquisizione medievale mandando al rogo buoni e cattivi, senza distinzione. Quale aberrazione, quale abominio… l’uomo è capace di gesti orribili.<br />
Ma è giusto evidenziare anche che l’uomo è capace di gesti sublimi, di un altruismo che trascende la metafisica per divenire molto umano, molto umile, semplice. Forse (anzi probabilmente) la natura umana è davvero tendente alla vigliaccheria e al sopruso, ma esiste una parte insita nella coscienza di alcuni individui che può rendere orgogliosi tutti noi di tali gesti encomiabili.<br />
Dice di Giuseppe un collega: «educato e rispettoso di tutto e tutti come ce ne sono pochi, timido e fragile e se sta li dentro al buio e al freddo sarà spaventato come un bambino indifeso» (fonte Corriere della sera). Non possiamo far altro che sperare che tutti i bambini indifesi di questa terra possano salvarsi dai mostri che li perseguitano.<br />
E’ giusto ora sottolineare ciò, in un momento buio, in cui anche una piccola luce può fungere da stella polare e brillare come un faro nell’oscurità.</p>
<p>In copertina:<strong> René Burri</strong>, Blackout, New York City</p>
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		<title>BBB</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 22:21:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[SuccedE (A Distanza di Sicurezza)]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Bill Viola]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Zucconi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tanja Contino Ci hanno declassato. Tripla B. Standard &#38; Poor’s, Moody’s e Fitch Ratings. Chi sono? Bella domanda. Vittorio Zucconi su Repubblica ha definito ridicole le teorie complottiste che...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>di Tanja Contino</h1>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2012/01/bbb/departing-angel-five-angels-2001/" rel="attachment wp-att-1211"><img class="alignleft size-medium wp-image-1211" title="departing-angel-five-angels-2001_ Bill Viola" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/01/departing-angel-five-angels-2001-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a>Ci hanno declassato. Tripla B. Standard &amp; Poor’s, Moody’s e Fitch Ratings. Chi sono? Bella domanda. <span id="more-1210"></span></p>
<p>Vittorio Zucconi su Repubblica ha definito ridicole le teorie complottiste che vedono negli Stati Uniti la fonte dei recenti attacchi alle finanze pubbliche di alcuni paesi europei (che per inciso, si sono prestati benissimo considerate le condizioni interne) e quindi dell’Euro tutto. Beppe Grillo e altri d’altro canto sostengono a pieno questo disegno complottista.</p>
<p>Dove sia la verita’ lo sapremo solo fra qualche decennio, cioe’ troppo tardi come al solito.</p>
<p>Certo si deve dire che queste agenzie sono tutte americane. Si deve dire anche che e’ vero che l’Euro e’/era molto forte, tanto che molti paesi tra cui Cina, India e alcuni paesi arabi avevano iniziato a accumulare riserve in Euro, abbandonando un po’ il solito dollaro. Cosa che chiaramente agli Stati Uniti piacere non fa.<br />
D’altra parte quello che potevamo fare per non essere attaccati, nel caso di attacco si trattasse, ovviamente non lo abbiamo fatto. Sicuramente non in Italia, Grecia, Spagna e Portogallo. Le nostre economie sono quello che sono, direi soprattutto a causa della corruzione e della grande evasione fiscale.<br />
Quello che e’ evidente e’ che le politiche degli ultimi trent’anni (dall’epoca Regan/ Thatcher per intenderci) sono state di genuflessione alla finanza, neoliberismo sfrenato che si e’ tradotto per ossimoro soprattutto in sostegno ai grandi monopoli.<br />
Queste politiche sono state applicate a livello mondiale, dappertutto senza scampo. Ed e’ anche per questo che poi nei bar si sente dire: “e vabbe’ ma destra e sinistra in realta’ sono tutti uguali”. Beh, a livello di politiche macro economiche forse non e’ cosi sbagliato.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertin: departing-angel-five-angels-2001_ Bill Viola</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Le parole che cercavo…</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 22:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Redazione Sonar]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Pignatiello]]></category>
		<category><![CDATA[Aquilonia]]></category>
		<category><![CDATA[Carbonara...]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio De André]]></category>
		<category><![CDATA[Irpinia]]></category>
		<category><![CDATA[Lacedonia]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Tenco]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[Piero Ciampi]]></category>
		<category><![CDATA[Rocchetta Sant'Antonio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonio Pignatiello &#160; Gennaio è un mese da cantare, mese di memoria: Fabrizio De André, Piero Ciampi, Luigi Tenco. Tre poeti della vita e della sua sacralità, che hanno...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>di Antonio Pignatiello</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2012/01/le-parole-che-cercavo%e2%80%a6/caspar_david_friedrich-viandante_in_un_mare_di_nebbia/" rel="attachment wp-att-1203"><img class="alignleft size-medium wp-image-1203" title="caspar_david_friedrich-viandante_in_un_mare_di_nebbia" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/01/caspar_david_friedrich-viandante_in_un_mare_di_nebbia-235x300.jpg" alt="" width="235" height="300" /></a>Gennaio è un mese da cantare, mese di memoria:</p>
<p style="text-align: justify;">Fabrizio De André, Piero Ciampi, Luigi Tenco.</p>
<p style="text-align: justify;">Tre poeti della vita e della sua sacralità, che hanno scelto un mese bianco per andarsene. Ma questa è un’altra storia che fa parte di un altro libro da scrivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa invece è una faccenda fatta di parole, libri e altri oggetti: forse la memoria ladra degli uomini perduti si nutre di giornali femminili e stanze spoglie.</p>
<p style="text-align: justify;">E quando l’amore è andato, partito, puoi star certo che non lascerà traccia: ciò che resterà sarà solo il suo surrogato…“Per conoscere la solitudine bisogna essere stati in due”…e poi continuano ad arrivarmi lettere spedite da chissà chi, in questo posto che nulla chiede e tutto trattiene…ché poi non faccio in tempo a salutare, che vengo subito tirato dentro da qualcuno a bere un goccio, passando per il bar ‘da Mauro’, e ad assaggiare questo e quello, e quell’altro ancora, e poi finisci dentro la casa di altri amici, fisarmoniche, chitarra, armonica, tammorra, e ‘Zompa la Rondinella” tra la stazione di Rocchetta Sant’Antonio, Lacedonia…”eh!, sì, amore, io ti amo, ma ti lascio a Carbonara”, e altre tarantelle, e un altro giro di rosso, e un altro stornello ancora… e la tua solitudine è già andata a puttane! Vaffanculo amore mio, tu volevi una casa con quattordici stanze, come l’hanno “quei quattordici imbecilli che ci stanno davanti”, e certo hai un bel nasino, ‘non te l’ha fatto Dio, te l’ho fatto io!” e lascia perdere la faccenda dei soldi, perché “Io ti compro una sedia perché tu non ti muova più, perché quegli imbecilli non ti guardino mai più”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà per questo che, quando posso, ci torno.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse è l’unico posto dove passarci la notte sottocoperta, al riparo da sguardi indagatori, e lingue e orecchie interessate più al mio stomaco, che al resto della mia vita. E poi c’è quella lingua rocciosa, che se l’ascolti rischi di capire il contrario di quel che si sta dicendo…e si finisce in un lago fatto di parole…parole scelte in fretta, parole bloccate, parole sospese in gola, che bruciano, accendono e fanno male.</p>
<p style="text-align: justify;">Parole che risuonano dentro stanze fatte di accendini, fotografie ingiallite attaccate ai muri: pugnalate di ricordi, e campanelli rotti, che non suonano, e resta solo una porta a cui bussare; e un’altra voce nella notte è rimasta impigliata nella rete della tua segreteria telefonica.</p>
<p style="text-align: justify;">Occhi attaccati nei corridoi, e facce, e dischi che prendono parte alle faccende della vita, una vita scassinata dai libri, divorata dal vino e presa a calci dalla gioventù che non c’è più. E poi ci sono le strade e le case, e quella voce che chiama, chiama, e tu non rispondi, che sei già preso, perso, dietro altre gonne, altre lavatrici e bollette da pagare…ti guardi allo specchio, chiami…nessuno risponde&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">“Affanculo amore mio, te e il tuo cazzo di ombrello che cerca invano la pioggia anche se è emozionato perché quella terra che lui preclude non è la sua, ma comunque c’è la memoria”.</p>
<p style="text-align: justify;">Metti la tua vita nella borsa, prendi il primo treno dentro una carrozza che sa di piscio e muffa, e quando arrivi in stazione sei già in una sorta di limbo:</p>
<p style="text-align: justify;">straniero nel tuo paese, forestiero in quella cazzo di città che non ti ha mai voluto adottare veramente.</p>
<p style="text-align: justify;">Taci.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parole che cercavo non rimano più con te.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina caspar_david_friedrich-viandante_in_un_mare_di_nebbia.</p>
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		<title>Rassegna(ta) stampa  di  inizio anno.</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 22:19:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Facciamone un dramma]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Crespi]]></category>
		<category><![CDATA[Centro Nazionale Drammaturgia Italiana Contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Cineombrelloni]]></category>
		<category><![CDATA[Cinepanettoni]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Zonta]]></category>
		<category><![CDATA[Immaturi]]></category>
		<category><![CDATA[Neri Parenti]]></category>
		<category><![CDATA[pornografia]]></category>
		<category><![CDATA[sesso.]]></category>
		<category><![CDATA[Shame]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Valle Occupato]]></category>
		<category><![CDATA[Tinker Tailor Soldier Spy]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mariangela Imbrenda   «S&#8217;è rotto il filo, siamo rotti noi. (Pausa). Tra poco si rompe tutto. (Pausa). Non ci sarà più voce. (Pausa).» Oh,quante volte  quest&#8217;estratto da una battuta di...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>di Mariangela Imbrenda</h1>
<p style="text-align: left;">  <a href="http://www.sonarweb.it/2012/01/rassegnata-stampa-di-inizio-anno/giudizio_universale/" rel="attachment wp-att-1195"><img class="alignleft size-medium wp-image-1195" title="Giudizio_Universale_Michelangelo" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/01/Giudizio_Universale-249x300.jpg" alt="" width="249" height="300" /></a>«S&#8217;è rotto il filo, siamo rotti noi. (Pausa).<br />
Tra poco si rompe tutto. (Pausa).<br />
Non ci sarà più voce. (Pausa).»</p>
<p style="text-align: left;">Oh,quante volte  quest&#8217;estratto da una battuta di Finale  di partita di Samuel  Beckett  è stato illustrato, in chiave metaforica,come riferimento,in generale,alla sempre più prossima possibilità di un decadimento definitivo ed insanabile  del teatro,il quale,bandito  dall&#8217;elenco delle urgenze delle divinità,da  tempo, non vede sbucare in extremis qualche  nume ex-machina !<span id="more-1194"></span><br />
È di pochi giorni fa  tuttavia una notizia confortante ( almeno in teoria) nell&#8217;alveo dei buoni propositi artistici  per il neonato anno 2012:la costituzione  del  Centro Nazionale Drammaturgia Italiana Contemporanea avvenuta,ufficialmente, il 16 gennaio presso il Teatro Quirinetta in Roma in seguito alla rottura -reale-  con la ancora istituenda Fondazione del Teatro Valle  Occupato che fatica a redigere,dal mese di giugno,il proprio statuto.<br />
Tra gli obiettivi inseriti nel comunicato stampa si legge:« 120 autori annunciano la costituzione di una rete federale nazionale per OCCUPARE un vuoto istituzionale che priva il Paese di una cultura teatrale nazionale, per COSTRUIRE assieme a tutti gli autori italiani la futura rappresentanza pubblica ,per RIAFFERMARE a teatro la necessità della scrittura nella narrazione del presente ».<br />
Le polemiche,le proposte (le rotture appunto)sarebbero sufficienti per farne un corposo dramma,ma  questa volta,in attesa  che le posizioni si chiariscano (o si complichino !),nutrendo sincera fiducia in alcuni nomi di drammaturghi contemporanei coinvolti,preferisco tacere e  guardare oltre addentrandomi  nell&#8217;oscurità delle sale  cinematografiche.<br />
Selve dantesche,naturalmente, giacché,almeno in Italia,non hanno avuto modo di festeggiare  in maniera  adeguata con i classici  ed immancabili cinepanettoni  ed i lauti guadagni da essi apportati.<br />
Gli incassi di Vacanze di Natale  a  Cortina o Finalmente la felicità,sia ben chiaro,uniche  proposte  filmiche italiane di fine dicembre (del tutto trascurabile  infatti la pellicola incentrata sulle piaghe  della pedofilia  e  della prostituzione  maschile del regista Giuseppe Lazzari dall&#8217;insulso  titolo  Sentirsi dire  quello che i genitori non vorrebbero mai)sono state tradite,senza troppi rimpianti, per le avventure dell&#8217;affascinate  Sherlock Holmes alle prese con un Gioco d&#8217;ombre .<br />
Alcuni critici   si sono,letteralmente, rifiutati di recensire l&#8217;ultima “fatica” di Leonardo Pieraccioni,ad esempio, Alberto Crespi ,conduttore  della trasmissione  radiofonica Hollywood Party  dalle colonne on-line dell&#8217;Unità ha proferito la seguente  motivazione:«Uno fa un film targato Medusa con dentro Amici di Maria De Filippi e pretende la recensione? No:con tutta la stima professionale per i talenti coinvolti (Giovanni Veronesi alla sceneggiatura, Rocco Papaleo come spalla), stavolta non si può. Ci spiace, Leonardo: alla prossima.»<br />
Eppure il caro buon vecchio cinepanettone  rappresentava una tradizione irrinunciabile tanto che alcuni tentativi estivi incarnati dai cineombrelloni o cinecocomeri,dovevano rassegnarsi,senza  scampo,ai successi,esclusivamente, natalizi.<br />
In particolar modo  per  gli uomini  era  ghiotta  l&#8217; opportunità,a fine anno,di bearsi di donzelle scarsamente vestite,ma  collocate in un contesto non disdicevole:salvando capra e  cavoli ( ossia mogli immotivate dal porsi  sul piede di guerra   ed occhi sempre  vogliosi della loro parte di visione&#8230;)si evadeva comodamente seduti in poltrona immaginando chissà quali meraviglie erotiche.<br />
Cosa è accaduto agli Italiani?<br />
Si sono rifiutati di esser costretti a  riflettersi nei protagonisti squattrinati,rudi  e cinici alle prese con crisi coniugali ed  economiche del film di Neri Parenti?<br />
(Pieraccioni con la trovata del suo “film”è,a mio giudizio  privo di  qualsiasi possibilità di commento,quindi mi astengo dall&#8217;inserirlo nella discussione)<br />
La risposta,credo, giunga dalla verifica dei centimetri  di pelle femminile scoperta tra le nevi bellunesi:pur non avendo visto il film,ho avuto modo di seguire dibattiti ed interviste promozionali inneggianti ad una sorta di pudicizia di tutti i personaggi,in virtù di una specie di ravvedimento ( plausibile una matrice  cattolica) volto a promuovere una santa e benedetta austerità di portafogli e lingerie.<br />
«Insomma, questa edizione non è pecoreccia e sporcacciona come le ultime, ma ha una sua dignità, a dimostrazione che se ci si mette d’impegno anche il cinepanettone può essere gradevole. » ha scritto  il critico Dario Zonta,ma è proprio l&#8217;improvviso cambio di gusti certificati dai botteghini a dover far riflettere e gridare “Eureka”.<br />
La chiave  di lettura più vera ed amara,adatta ad una nazione culturalmente ed eticamente allo sfascio risiede nel domandarsi dove sia finito il popolo che amava la volgarità,l&#8217;evasione  fiscale e le curve siliconate esposte come mercanzie.<br />
Gli Italiani,fuori di casa di sinistra,dentro,davanti al televisore,al computer,di destra e solidali con le scelte dell&#8217;ex Presidente del Consiglio  si sono specializzati nel soddisfare le proprie esigenze “ottiche” ricorrendo ad un settore in continua espansione come la pornografia on-line declinata in film,chat erotiche,video amatoriali e scambi vari di foto ed altri contenuti.<br />
Fortunatamente per il resto d&#8217;Italia che preferisce alla noia del sesso meccanico neanche spiato,ma fagocitato patologicamente,l&#8217;intelligenza di ottime pellicole,il mese di gennaio sta regalando,per citarne alcune, autentici gioielli,purtroppo soltanto internazionali  come Shame (Vergogna) di Steve McQueen con la commuovente interpretazione  di Michael Fassbender, o Tinker Tailor Soldier Spy (La Talpa) di Tomas Alfredson con l&#8217;elegante intelligenza di Gary Oldman e Colin Firth .<br />
Chez nous,invece pare interessino ancora,benché da  tempo siano terminate le vacanze natalizie,i viaggi  d&#8217;evasione  in Grecia di un gruppo di liceali  che,stando l&#8217;anagrafe, sono ormai adulti,ma  in fondo nella vita, resteranno,eternamente, Immaturi&#8230;</p>
<p style="text-align: left;">In copertina: Giudizio_Universale_Michelangelo</p>
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		<title>DIABASE DI FRIGENTO E LAMENTO DI UNA PIETRA</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 22:15:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi in proprio]]></category>
		<category><![CDATA[interventi in proprio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Astrella A proposito di viaggi, questa è la storia di un Viaggio iniziato in un tempo molto lontano, più di 100 milioni di anni fa, che riguarda una...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sonarweb.it/2012/01/diabase-di-frigento-e-lamento-di-una-pietra/megafono-clip-art_427314/" rel="attachment wp-att-1237"><img class="alignleft size-medium wp-image-1237" title="megafono-clip-art_427314" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2012/01/megafono-clip-art_427314-300x265.jpg" alt="" width="300" height="265" /></a>di Michele Astrella</p>
<p>A proposito di viaggi, questa è la storia di un Viaggio iniziato in un tempo molto lontano, più di 100 milioni di anni fa, che riguarda una roccia che dal fondo di un oceano ormai scomparso si ritrova ora sola, in mezzo ad altre rocce a lei estranee, a subire la prepotenza degli agenti atmosferici, protetta solo da un piccolo alberello che la sovrasta. <span id="more-1236"></span></p>
<p>DIABASE DI FRIGENTO</p>
<p>Intorno a 200 milioni di anni fa (Periodo Triassico dell’Era Mesozoica) la Tetide, un oceano di vaste dimensioni disposto in direzione Est-Ovest, divide i continenti Eurasia e Africa, quest’ultimo ancora attaccato all’America del Sud.</p>
<p>Nel Periodo Giurassico dell’Era Mesozoica, 150 milioni di anni fa, inizia l’apertura dell’Oceano Atlantico che procede da Sud verso Nord. Questo fenomeno, che si conclude nel Periodo Cretaceo dell’Era Mesozoica, 65 milioni di anni fa, provoca l’allontanamento dell’America del Sud dall’Africa. L’America del Sud, ruotando in senso orario, si avvicina all’America del Nord; l’Africa, ruotando in senso anti-orario, si avvicina all’Eurasia con conseguente progressiva chiusura dell’oceano Tetide.</p>
<p>La crosta oceanica della Tetide, più densa e pesante, inizia a scorrere al di sotto della crosta continentale africana determinando il fenomeno della subduzione.</p>
<p>La completa apertura dell’Oceano Atlantico, anche nella sua parte settentrionale e centrale, tra 130 e 50 milioni di anni fa (Periodo Cretaceo dell’Era Mesozoica ed inizio dell’Era Terziaria), causa la totale chiusura della Tetide e lo scontro tra il continente africano e quello eurasiatico.</p>
<p>In Italia il risultato di questo scontro sono le catene montuose delle Alpi e degli Appennini.</p>
<p>L’interno della Terra è diviso in tre parti principali. Dal centro verso l’esterno abbiamo prima il nucleo, con la parte interna solida e la parte esterna liquida, poi il mantello, formato da roccia fusa (il magma che fuoriesce dalle dorsali oceaniche e dai vulcani) ed infine la crosta terrestre che è la parte esterna solida.<br />
La crosta oceanica è formata da rocce ignee che provengono dalla consolidazione del magma del mantello terrestre che si trova al di sotto. Essa è costituita da tre strati sovrapposti. Uno strato più profondo di rocce ignee intrusive, uno strato superiore di rocce ignee effusive (magma che si solidifica dopo che fuoriesce dalle dorsali oceaniche)  e uno strato di rocce sedimentarie di mare profondo.</p>
<p>Durante la subduzione una parte della crosta oceanica della Tetide (roccia + sedimenti) viene “raschiata” accumulandosi in zone depresse lungo il bordo del continente africano (i cosiddetti bacini sedimentari). In questi bacini, dove continua la normale sedimentazione di ambiente di mare profondo, si accumulano anche materiali provenienti da frane sottomarine.</p>
<p>In Alta Irpinia, lungo la dorsale della strada statale 303, affiorano materiali provenienti dai bacini sedimentari del bordo continentale africano.<br />
Al Km 19+250 della statale 303, inglobato nella gran massa di argille, c’è un raro affioramento di circa 10 m³ di roccia di crosta oceanica conosciuta come diabase di Frigento, di colore verde scuro. In tutto l’Appennino meridionale si conoscono soltanto altre due testimonianze analoghe, sul monte Centaurino, nel Cilento meridionale e a Tito in provincia di Potenza.</p>
<p>Tanti anni fa mi era capitato di dare un’occhiata alla roccia verde del monte Centaurino e l’estate scorsa ho deciso di cercare il diabase di Frigento. Quando finalmente sono riuscito a trovarla, mi ci sono seduto sopra a riposare e il vento fresco della fine del giorno estivo mi ha portato una debole voce, un lontano lamento che sono riuscito a trascrivere.</p>
<p>LAMENTO DI UNA PIETRA</p>
<p>Cosa sono io,<br />
pietra tra le pietre,<br />
roccia tra le rocce,<br />
eppure sola, diversa, sperduta.<br />
È ormai lontano il tempo,<br />
svanito nel fondo buio delle ere geologiche,<br />
di quando la mia casa era il profondo mare<br />
e dovunque volgessi lo sguardo,<br />
intorno a me tutto era familiare.<br />
Ma una forza terribile,<br />
di lontana provenienza<br />
fino allora sconosciuta,<br />
mi ha strappato da quel luogo sicuro<br />
per condurmi, inconsapevole,<br />
in un folle Viaggio nel tempo.<br />
In principio non ero sola,<br />
condividevo questa sventura con tante mie sorelle.<br />
Leggevo nei loro occhi la sofferenza e la paura,<br />
ma ci davamo forza e speranza a vicenda.<br />
Tutte le ho perse nel cammino<br />
e da tempo la mia vita si è fatta solitudine.<br />
Ora sono qui, difesa solo da questo alberello,<br />
rassegnata a proseguire il Viaggio<br />
o ad essere spazzata per sempre,<br />
trasformata in polvere.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Palle di Natale</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 12:18:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fermate in Hotel]]></category>
		<category><![CDATA[colpo di pistola]]></category>
		<category><![CDATA[fottuto albero di Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Jean-Michel Basquiat]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Capone]]></category>
		<category><![CDATA[Palle di renna]]></category>
		<category><![CDATA[peccatori]]></category>
		<category><![CDATA[suicidato]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Capone STANZA N°1 : IL PACCO DI NATALE Questo fottuto albero di Natale mi guarda e lampeggiano le sue lucine su questo tetro  arrivo della vigilia, nel bel...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: justify;">di Luigi Capone</h1>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2011/12/palle-di-natale/basquiat/" rel="attachment wp-att-1188"><img class="alignleft size-medium wp-image-1188" title="basquiat" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2011/12/basquiat-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" /></a>STANZA N°1 : IL PACCO DI NATALE</p>
<p style="text-align: justify;">Questo fottuto albero di Natale mi guarda e lampeggiano le sue lucine su questo tetro  arrivo della vigilia, nel bel mezzo del periodo delle convenzioni più marcate.<span id="more-1187"></span>  Questi giorni  pieni di lotterie  ma senza fortuna,  di centri commerciali e di gesucristi elettrici  e babbi natali che si inculano,  di tabacco rollato e fumato al freddo,   giorni saturi di addii e di gente che ritorna.  Rinchiuso in una stanza che puzza di stufa a gas,  perso tra i bar in una solitudine, respirando l’aria fredda dell’inverno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho un vassaio ricoperto di avanzi di cibo da asporto sul davanzale, una bottiglia di spumante mezza vuota e ammuffita, l’amplificatore attaccato a una spina bruciata e la chitarra sul letto insieme a me.  Le lenzuola sono di nuovo grigie. Dovrò decidermi a lavarle un giorno. Esco di tanto in tanto per scendere al bar sotto casa dove un certo numero di persone con la pancia piena e sazia di cibarie paga e offre bicchieri di prosecco. Il sapore che ha quella roba è qualcosa tra l’acido e la muffa ma ubriaca in fretta e costa poco.  Ne butto giù pure io quanti riesco a prenderne.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei supermercati trionfano scritte come “ENJOY!” e  “PALLE DI RENNA FORMATO FAMIGLIA IN OFFERTA”. Ed happy new year, ovviamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sindaco, per incentivare il commercio, ha piazzato sopra le vetrine dei negozi e dei bar degli altoparlanti che diffondono incessantemente le musichette natalizie. All’inizio non ci faccio caso in mezzo al trambusto,  poi più  il jingle continua a girare più iniziano a girarmi i coglioni a tempo di sonagli di palle di renna. Infine basta essere poco attenti e distrarsi un attimo per urtare contro uno di quei pupazzetti barbuti che appena li sfiori iniziano a simulare la grassa e porca risata di Babbo Natale :”OH OH OH”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Proprio stasera credo di averlo visto dal vivo. Stava entrando furtivamente dentro il locale. Si è guardato bene attorno per assicurarsi che nessuno lo stesse vedendo ed è sgattaiolato per la porta del retro dove si è messo a fumare sigari e a buttare monete in una slot machine. Il gestore del locale gli ha sistemato una branda nello stanzino in modo che Babbo può restare a dormire lì quando esagera col bere.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla finestra della mia stanza si riflettono sul pavimento le lucine rosse, gialle e blu, e riesco anche a vedere il balcone della casa del nostro Babbo. Le ante sono sempre spalancate e grondanti buste di immondizia; in mezzo, come a fare da ornamento c’è una vecchia seda Ikea pieghevole spaccata. In giro dicono che ci abiti un pazzo. Solo io so che ci abita Lui. Dorme sul divano con un dito nel culo davanti all tv accesa su trasmissioni di sesso telefonico.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest’ anno sembra avere la barba ancora più sudicia e unta, capita sempre più spesso che vada a rubare del cibo, qualche prosciutto o roba del genere durante le feste e che divorandolo avidamente si imbratti del tutto. Il whisky nemmeno lo aiuta ma gli dà quell’aria sorniona e bontempona che in lui tutti i bambini amano.  Ha messo su ancora qualche chilo e in casa sua deve avere il cesso otturato. Credo che ultimamente abbia bisogno di un medico ma non ha i soldi per pagarlo, spende tutto in gioco d’azzardo, whisky, sigari e qualche mignotta a buon prezzo. E’ facile che lo vedi tornare a casa talmente ubriaco da reggersi sulle spalle del travestito che gli fa da accompagnatore. Ma rimane sempre di buon umore, ed è solito canticchiare ai trans delle canzoncine natalizie  che si sentono fino alla mia finestra :</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“non rubo in giro: faccio affari questo racconto ai miei compari… mi vesto ina maniera bizzarra ma solo per il gusto di trovarmi sempre al posto giusto&#8230; Mi vendo il culo e non mi lagno pur di avere un bel guadagno&#8230; Vado in giro per le strade facendo il compagnone finchè &#8216;sto popolo riman coglione&#8230; Sono un pezzo di merda ma non lo dici perche vi faccio alla fin felici&#8230;”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ah! Quello stronzo di Babbo Natale ! Dove c’è il brodo lì inzuppa la pagnotta !</p>
<p style="text-align: justify;">Molti non sanno che ha anche l’anima del pezzente. Si sente derubato di continuo ma non lo dà a vedere. E’ davvero avido fino all’osso. Non gli frega un cazzo se alcuni bambini piangono e restano senza regalo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Gesu Cristo ha fallito.  Ha lasciato che il suo compleanno diventasse la festa  di chi se la può permettere. Io e quelli come me restiamo nella merda e siamo delle merde, e dei  <em>peccatori </em>.  Chi vive nel merdaio se ne fotte di Dio. Chi vive in centro si mette il vestito e va in chiesa. Sicuramente quando scenderò giù al bar dopo la mezzanotte troverò un branco di tossici che si faranno gli auguri e comprerò a debito la mia dose. Così si festeggia il compleanno del bambinello da queste parti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per il resto sarà tutto normale :anche quest’anno il buon papà della villetta vicino al centro sarà costretto ad andare nei negozi per comprare il regalino al suo bel bambino dai capelli dorati. Il bambino del mio quartiere invece avrà un destino leggermente diverso .  Il suo vecchio uscirà di casa, sparerà un colpo di pistola in aria e rientrando gli dirà: spiacente ma Babbo Natale si è suicidato.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong> In copertina quadro di Jean-Michel Basquiat</strong></p>
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		<title>Che i frati non ricevano denari</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 12:13:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[SuccedE (A Distanza di Sicurezza)]]></category>
		<category><![CDATA[David Lachapelle]]></category>
		<category><![CDATA[Gesù Cristo]]></category>
		<category><![CDATA[regno dei cieli]]></category>
		<category><![CDATA[San Francesco]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Tanja Contino In questo frangente difficile per il nostro paese e di polemica sull’Ici, stavo pensando cercando di arrivarne a capo e mi e’ rivenuta in mente la storia...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di Tanja Contino</p>
<p><a href="http://www.sonarweb.it/2011/12/che-i-frati-non-ricevano-denari/david-lachapelle/" rel="attachment wp-att-1184"><img class="alignleft size-medium wp-image-1184" title="David Lachapelle" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2011/12/David-Lachapelle-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a>In questo frangente difficile per il nostro paese e di polemica sull’Ici, stavo pensando cercando di arrivarne a capo e mi e’ rivenuta in mente la storia di San Francesco e anche quanto mi colpi’. Ho ammirato sempre molto personaggi e persone che hanno rinunciato alle comodita’ per gli altri, perche’ e’ una cosa coraggiosa e difficile. Perche’ sono persone che si distinguono, che hanno piu’ palle delle altre.<span id="more-1183"></span></p>
<p>Qualcuno ha detto che la strada materiale e’ quella volgare propria dei laici ma e’ chiaro che non e’ cosi semplice. Sono di buon umore e non ho alcun intento polemico.  Mi piace molto lo spirito francescano, la sua regola:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“I frati non si approprino di nulla, ne casa, ne luogo, o alcuna altra cosa. E come pellegrini e forestieri in questo mondo, servendo al Signore in povertà ed umiltà, vadano per l&#8217;elemosina con fiducia. Ne devono vergognarsi, perché il Signore si e fatto povero per noi in questo mondo. Questa e’ l&#8217;eccellenza dell&#8217;altissima povertà, che vi costituisce eredi e re del regno dei cieli, facendovi poveri di cose e ricchi di virtù. Questa sia la vostra porzione che vi conduce alla terra dei viventi. E a questa povertà non vogliate aver altro sotto il cielo, per sempre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo”.</p>
<p>In copertina foto di David Lachapelle</p>
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		<title>C’era una volta nel mare politico Italiano… (Carcasse arenate e ossi di seppia)</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 12:08:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oltre il muro del suono: linguaggi e realtà]]></category>
		<category><![CDATA[belligerante e razzista]]></category>
		<category><![CDATA[plankton]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianpaolo Faia C’era una volta una balena bianca, un salmone rosso, uno scorfano nero, una trota verde e un pesce palla azzurro. Ognuno di questi animali aveva un proprio...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: justify;">di Gianpaolo Faia</h1>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2011/12/c%e2%80%99era-una-volta-nel-mare-politico-italiano%e2%80%a6-carcasse-arenate-e-ossi-di-seppia/luigi-ghirri/" rel="attachment wp-att-1180"><img class="alignleft size-medium wp-image-1180" title="Luigi Ghirri" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2011/12/Luigi-Ghirri-300x238.jpg" alt="" width="300" height="238" /></a>C’era una volta una balena bianca, un salmone rosso, uno scorfano nero, una trota verde e un pesce palla azzurro. Ognuno di questi animali aveva un proprio habitat naturale in cui sguazzare, una propria nidiata da accudire, un proprio ambiente da saccheggiare.<span id="more-1179"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La balena bianca non temeva nessuno, essendo il mammifero più grande sulla Terra, e si appropriò facilmente delle vastità marine divorando fino all’ultimo granello di plankton disponibile… e si gonfiava, gonfiava a dismisura lasciando briciole verso cui si fiondavano tanti piccoli pescetti genuflessi all’ombra della sua grande mole. La balena bianca stava sviluppando un insano senso di eternità, di invincibilità, in cui ella doveva rappresentare l’alfa e l’omega di tutte le creature marine. Inoltre divenne il giudice ultimo senza il cui avallo o favore nessun pesce poteva mangiare: chiunque si fosse opposto a lei, sarebbe morto di stenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il salmone rosso non ci stava, ma era sostanzialmente privo di qualità non essendo né il più grosso, né il più intelligente, né il più bello, né il più longevo. Iniziò a dire di no a tutti, indiscriminatamente, senza distinguere le cose buone da quelle cattive. Iniziò ad andare controcorrente, a fare dei grandi balzi tra mari e fiumi, senza sapere quale fosse il suo reale posto e spargendo discendenze prive di ancoraggi, dimenandosi tra acque dolci e salate, senza potersi adattare a nessuno dei due ambienti. Moriva ogni qual volta deponeva le uova, in un bizzarro “eterno ritorno” senza capo né coda.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorfano nero era brutto, ma proprio brutto, con un mento sproporzionato e un’espressione perennemente corrucciata. Prima della balena bianca era lui il padrone dei mari, era lui che dominava gli altri senza lasciare briciole se non ai suoi simili. Era belligerante e razzista, non tollerando nessun altro che non fosse brutto almeno quanto lui. Ma, a furia di sbattersi, andò a finire nei bassifondi facendo della melma il suo inferno personale.</p>
<p style="text-align: justify;">La trota verde, essendo un pesce d’acqua dolce, iniziò ad inveire contro tutto e tutti accusando a destra e a manca quelli che vivevano nell’immenso mare di acqua salata: la sua era tutta invidia… e certo, col complesso delle “dimensioni” che si ritrovava…! Sempre a ribadire che “ce l’aveva duro”, anche se nessuno gli credeva. Questo pesce comune, molto banale, approfittò del fatto che i fiumi sparsi “sul territorio” fossero pressochè sgombri da grossi predatori e vi si insinuò iniziando a regnare indisturbato adottando gli stessi comportamenti che aveva visto negli altri, denigrati fino a poco tempo prima. “Questi sono i miei fiumi e vi deposito i miei escrementi!”, diceva, e, presa dalla libido più irrefrenabile, insozzò tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pesce palla azzurro era l’ultimo arrivato, riuscito ad accumulare un potere immenso grazie alle sue “palle”, ovvero menzogne. “Guardatemi come sono grande, enorme, bello, intaccabile! Profumo anche, non sentite odore di santità? Fate di me il vostro sovrano e sarete tutti gonfi di cibo come me!”. Peccato che le sue fossero solo “palle”, in quanto, nascosto nella propria lussuosa tana piena di pescioline, egli si sgonfiava per tornare alle sue reali dimensioni, ovvero quelle di un pesce piccolo, molto piccolo, ed anche velenoso.</p>
<p style="text-align: justify;">… tutti a sguazzare per anni, a produrre escrementi, a consumare qualsiasi risorsa naturale… finchè non morirono tutti in quelle acque che ormai erano diventate inquinate, sporche, velenose, putride. Essi trascinarono a fondo con se tutti i molluschi, poveri esseri senza spina dorsale, lasciando sulla sabbia solo carcasse arenate e ossi di seppia.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina: foto di Luigi Ghirri</p>
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		<title>Sei gradi di separazione</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 11:59:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Facciamone un dramma]]></category>
		<category><![CDATA[Alfred de Musset]]></category>
		<category><![CDATA[Frigyes Karinthy]]></category>
		<category><![CDATA[Leone d'argento]]></category>
		<category><![CDATA[Les amants réguliers]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Philippe Garrel]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mriangela Imbrenda Lettori,conoscerete,certamente,la trasmissione Sei gradi in onda su Radio Tre dal lunedì al venerdì intorno alle ore 18.00: il titolo deriva dalla teoria dei sei gradi di separazione ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>di Mriangela Imbrenda</h1>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2011/12/sei-gradi-di-separazione/les-amants-reguliers/" rel="attachment wp-att-1176"><img class="alignleft size-full wp-image-1176" title="les  amants reguliers" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2011/12/les-amants-reguliers.jpg" alt="" width="240" height="180" /></a>Lettori,conoscerete,certamente,la trasmissione <em>Sei gradi</em> in onda su Radio Tre dal lunedì al venerdì intorno alle ore 18.00: il titolo deriva dalla teoria dei <em>sei gradi di separazione  </em>in cui si ipotizza che qualsiasi individuo possa essere messo in relazione con un altro attraverso una catena di conoscenze comprendente cinque intermediari.<span id="more-1175"></span>Se il programma radiofonico,con molto successo,adatta quanto formulato per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy in un racconto breve intitolato <em>Catene,</em>all&#8217;ambito musicale,nel presente articolo proverò ad enunciare i sei gradi di separazione che congiungerebbero, questa volta, un film in bianco e nero del 2005 scritto e diretto dal regista francese Philippe Garrel,<em> Les amants réguliers </em>(<em>Gli amanti regolari</em>),vincitore ,oltre ad altri premi,del Leone d&#8217;argento alla Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia,ad un problema annoso di matrice teatrale,di cui troppo poco,cari miei,se ne fa un dramma, benché esso,al contrario,dovrebbe incarnare il rovello quotidiano di chi decide di mettere in scena uno spettacolo:l&#8217;assenza di un testo drammatico “di ferro” e soprattutto (forse) di un personaggio principale davvero eroico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel film citato il protagonista,un giovanissimo poeta di nome François,recita alla sua compagna,la scultrice Lilie,una battuta teatrale in forma di componimento poetico autonomo:<em>«Il me manque le repos, la douce insouciance qui fait de la vie un miroir où tous les objets se peignent un instant, et sur lequel tout glisse.»</em>(<em>«Mi manca il riposo,<em>la dolce spensieratezza</em> che fa della vita uno specchio dove gli oggetti si dipingono un istante, e sul quale tutto scivola »</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Essa viene in realtà pronunciata da Coelio rivolgendosi a Octave nella pièce <em>Les Caprices de Marianne</em> scritta nel 1833 da Alfred de Musset .</p>
<p style="text-align: justify;">Come Lilie, letteralmente incantata dalla potenza universale di quella musica priva di note,mi sono accorta di conoscere,lo ammetto,ben poco uno degli amanti di George Sand:ho deciso allora di riparare  in fretta alla mia dotta ignoranza(in senso socratico)cercando di colmarla “alla fonte “.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sono recata dunque alla <em>Librairie française</em> di Roma onde acquistare alcuni testi dell&#8217;autore del XIX secolo. Ho scelto,per iniziare <em>Lorenzaccio</em> ( legato anche a Carmelo Bene)e <em>La confessione d&#8217;un figlio del secolo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest&#8217;ultimo titolo è stato usato,pur se leggermente variato in <em>I figli del secolo</em> (<em>Les enfants du siècle</em>), per denominare un film diretto nel 1999 da Diane Kurys di genere biopic sulla tormentata storia d&#8217;amore tra George Sand e Alfred de Musset.</p>
<p style="text-align: justify;">In esso,all&#8217;inizio,dopo le scene illustranti il contesto censorio in cui George Sand,che amava(o meglio doveva)mostrarsi in pubblico “en travesti”,era costretta ad operare per esprimersi e render la sua parola fededegna, si procede a contestualizzare la nascita di un&#8217;unione prima artistica e poi sentimentale tra i due scrittori.</p>
<p style="text-align: justify;">Galeotto è proprio <em>Lorenzaccio </em>presentato in forma embrionale a De Musset che subito trascinato dalla potenza della trama in grado di saziare tra slanci e congiure di potere l&#8217;assenza di riposo di un figlio “squilibrato” (come un apprendista funambolo sul filo) del primo Ottocento quale egli era, procede a completare il lavoro (inverosimilmente in un&#8217;unica,romantica notte!)insieme all&#8217;autrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Alfred afferma con eccitazione:<em>«&#8230;C&#8217;est Hamlèt votre Lorenzo,c&#8217;est un Hamlèt italien ,mais c&#8217;est Hamlèt [...]Il me plaît ce personnage ,c&#8217;est sa noirceur qui me plaît» </em>(<em>«&#8230;Il vostro Lorenzo è Amleto,è un Amleto italiano,ma è Amleto[...] Mi piace questo personaggio,è il suo lato perverso che mi piace».</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">Il protagonista registra un&#8217;approvazione totale e si erge sovrano su tutti gli elementi “attori” di una triste storia di congiure ed omicidi nell&#8217;Italia che sta cominciando a partorire le glorie del suo Rinascimento: egli viene percepito,esattamente,come se fosse una sorta di eroe,di mito,di punto di riferimento, nel bene e nel male, catalizzando,dietro autoindotta ipnosi, l&#8217;attenzione e soprattutto affascinando,dal principio alla fine,per via di una malia impedente qualunque distacco.</p>
<p style="text-align: justify;">Il coinvolgimento personale si fa inevitabile:l&#8217;attrazione programmata a colpi di battute e di scena è il risultato vincente di una macchina sapientemente costruita che avrà il proprio equivalente nel romanzo d&#8217;appendice o <em>feuilleton </em>ed attualmente conosce lo sfruttamento selvaggio in ambito televisivo con le seguitissime ed apprezzate fiction.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorrerebbe dunque in Italia ,come soluzione all&#8217;assenza di pubblico teatrale, portare sui palcoscenici drammaturgie cavalcanti l&#8217;onda dei sogni,delle gesta,delle imprese di un novello eroe del terzo millennio?</p>
<p style="text-align: justify;">In caso di risposta affermativa,come leggere,ad esempio, con correttezza,bandendo ogni morta polemica,nei meandri degli obiettivi di Gabriele Lavia in scena al Teatro India in Roma,dal 25 ottobre al 27 novembre di quest&#8217;anno,con <em>I Masnadieri </em>di Friedrich Schiller?L&#8217;enorme scritta <em>Sturm und Drang</em> posta sul fondo,alla fine della sala,che fu un motto per la conquista reale della libertà,sa uscire oggi fuori,nel mondo di carne e sangue (senza gli invertebrati social network) con vita più duratura delle due ore di spettacolo?</p>
<p style="text-align: justify;">Il XX secolo (l&#8217;unico che possa essere studiato dopo l&#8217;Ottocento,giacché compiuto e ormai appartenente al Passato)ha purtroppo recuperato l&#8217;essenza proibitiva delle tre regole “aristoteliche”sostituendo ad esse, opportunamente, il nuovo ipse dixit dell&#8217;impossibilità di esistenza del genere tragico e,estendendo in senso metateatrale una battuta (a me molto cara),di Galileo Galilei in <em>Vita di Galileo</em>,anche di eroi.</p>
<p style="text-align: justify;">(Andrea,nel dramma di Bertold Brecht,sostiene:<em>«Infelice il Paese che non ha eroi»</em>,ma Galileo risponde: <em>«No, beato il Paese che non ha bisogno di eroi»</em>.)</p>
<p style="text-align: justify;">La drammaturgia italiana ha bisogno ancora di eroi?Se obbligata a rispondere, io non avrei dubbi nel dire di sì perché “eroe”,senza urgenti quanto demagogiche chiarificazioni e/o precisazioni,può conoscere validi sinonimi anche nell&#8217;alveo di alcuni termini quali: idee,ideali,ideologie,idealismi ecc&#8230;oggi ritenuti antiquati e che dalla soffitta della loro prigionia continuano a gridare uno status di necessità per il bene dell&#8217;umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Comodità il tuo nome è <em>uomo </em>!</p>
<p style="text-align: justify;">Rifiutare gli eroi poiché non ci sarebbero idee è troppo comodo ed altrettanto insabbiare il mondo per assenza di idee e di eroi alle prese con il metterle in atto anche fino alla morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Leggendo,tristemente,i cartelloni romani della stagione teatrale 2011/2012 tra commediole demenziali su come ingannare il prossimo,combattere la crisi economica,coprire tradimenti coniugali,stare al passo con i tempi tecnologici con chat,facebook o twitter vari ed eventuali;tragedie greche messe in scena per far pubblico con la scusa del classico intramontabile;finti lavori di finte avanguardie;superbi colpi di genio autoreferenziali di sopravvissuti post-sessantottini innamorati del Teatro,perché :<em>«&#8230;il teatro è il Teatro!!!»</em>;contaminazioni oltre il limite della sopportazione di improvvisati factotum dell&#8217;arte recitativa,non c&#8217;è da ridere,ma soltanto da “farne un dramma” purtroppo di genere grottesco come in una tela di Otto Dix o Grosz.</p>
<p style="text-align: justify;">Ça va sans dire nella nostra pusillanime nazione <em>si libet,licet </em>o come si sentenzia nell&#8217;ultima fatica di Philippe Garrel <em>Un été brûlant </em>interpretata dal figlio Louis (portando a compimento e confermando così i sei gradi di separazione):<em>«Les Italiens depuis la Renaissance ils se reposent»</em>(<em>«Gli Italiani è dal Rinascimento che si riposano»</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In Copertina scena tratta da:<strong><em> Les amants réguliers</em> è un film  scritto e diretto da Philippe Garrel</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Una vita Qualunque</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 11:52:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[bar]]></category>
		<category><![CDATA[la strada]]></category>
		<category><![CDATA[plastica 100%]]></category>
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		<description><![CDATA[di Salvatore Casale Non è difficile avere una vita piena. Piena di impegni, piena di cose da fare, di gente da conoscere, di locali da frequentare, di ragazze da corteggiare,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>di Salvatore Casale</h1>
<p><a href="http://www.sonarweb.it/2011/12/una-vita-qualunque/alberto-giacometti-foto-di-henri-cartier-bresson-1961/" rel="attachment wp-att-1172"><img class="alignleft size-full wp-image-1172" title="Alberto giacometti, foto di Henri Cartier Bresson 1961" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2011/12/Alberto-giacometti-foto-di-Henri-Cartier-Bresson-1961.jpg" alt="" width="390" height="255" /></a>Non è difficile avere una vita piena. Piena di impegni, piena di cose da fare, di gente da conoscere, di locali da frequentare, di ragazze da corteggiare, ma è tutto finto, tutto immobile, calcolato in maniera matematica quasi maniacale, per non sentire, per non vivere, per ignorare quel piccolo pensiero che  ti passa nella mente, come una bruciatura sulla mano che non vuoi guardare, ma la senti.<span id="more-1170"></span> Si fa sentire  nei momenti meno opportuni. Schiacciato contro un muro di un bagno qualsiasi , in un bar qualsiasi, di una via qualsiasi ,di una città qualsiasi, vivendo la vita di uno qualsiasi . L’immagine allo specchio è fuorviante sei tu o non sei tu ? sono io o non sono io?. Mi pulisco la bocca con la manica della giacca e deglutisco. Sapore amaro di un’intera serata, giri di bar dalle luci blu o da pareti di plastica per ricreare una caverna con le piante rampicanti in vera plastica 100%(poi qualcuno  mi deve spiegare a che cazzo serve ) , una vita  intera di: si piacere, piacere mio, ciao caro come va? novità? una di questi giorni  ci vediamo e via dicendo. Ti  passi una mano sulla faccia per vedere se cambia qualcosa allo specchio. Niente, tutto uguale a prima. Le occhiaie  sono sempre là, pronunciate e  tendono quasi al blu, ti avvicini allo specchio per osservarle bene, magari è la luce che fa contrasto? le sfiori , le tiri con le dita, le lavi, ma no! sono sempre là peggio di prima e ti rendi conto che   la cremina da 50 euro non serve proprio a un cavolo, diffida  dalle società di cosmetici fanno leva solo sul tuo narcisismo e sulla tua carta di credito, la commessa fa solo finta di volerti far un pompino ma non è vero, inutile che le guardi le tette.   I capelli sono come sempre in perfetto ordine o quasi, il nodo alla cravatta  è impeccabile come sempre,  la camicia a righe   e gli occhi lucidi, questo sei tu, anche se fai finta di niente. La luce asettica delinea  i contorni  vivi di ogni singola mattonella sul muro adornata da scritte oscene e da richieste di amplessi gratuiti. L’aria inizia a puzzare di vomito , tiri lo sciacquone   e apri la finestra per respirare. Fuori il mondo è silenzioso, buio, anonimo. Sali sul wc per vedere meglio, ma niente  è tutto come sembra, solitario e autoritario. Enormi palazzi ,squadrati, illuminati da luci colorate alla finestra e da famiglie concentrate nel reggere i proprio schemi relazionali. L’aria è fredda, illuminata dalla notte con assoluto candore. Il tuo alito disegna strane nuvole di vita che spazzi via con un gesto nervoso della mano per evitare inutili questioni in sospeso con il mondo.  Apri la finestra e ti cali fuori  non sai il perché, non ti chiedi il perché, vuoi solo sentire il freddo pungente che ti riporta in vita. Il parcheggio del locale è quasi vuoto solo qualche macchina e i cassonetti dell’immondizia. Sul muro del palazzo c’è scritto:  KAP.  Inizi a camminare lungo il viale, alberi a destra, alberi a sinistra, lampioni a destra lampioni a sinistra, ti sfreghi le mani dal freddo e le infili sotto le braccia. Il vento soffia via la nebbia dall’orizzonte allungando la strada a ogni tuo passo. Sali sul primo bus che si ferma, ti siedi su una scomodissima sedia gialla  e guardi fuori dal finestrino scomparire la città, i negozi, i locali, la gente,   lasci solo  spazio solo al sonno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In copertina Alberto giacometti, foto di Henri Cartier Bresson 1961</p>
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		<title>Lungo altri binari ghiacciati…</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 11:41:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Redazione Sonar]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra Sannitica]]></category>
		<category><![CDATA[Irpinia]]></category>
		<category><![CDATA[televisivo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonio Pignatiello Qui ci sono le strade rotte dell’altra faccia dell’Irpinia, quella vera, reale, che non ha nulla da spartire col desiderio televisivo. Sono strade fangose dove “C’era una...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Antonio Pignatiello</p>
<p><a href="http://www.sonarweb.it/2011/12/lungo-altri-binari-ghiacciati%e2%80%a6/magritte/" rel="attachment wp-att-1167"><img class="alignleft size-medium wp-image-1167" title="Magritte" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2011/12/Magritte-259x300.jpg" alt="" width="259" height="300" /></a></p>
<p><em>Qui ci sono le strade rotte dell’altra faccia dell’Irpinia, quella vera, reale, che non ha nulla da spartire col desiderio televisivo. </em></p>
<p><em>Sono strade fangose dove</em><em> “C’era una volta il west”, strade in cui si nasce già con le borse gonfie di sogni e desideri; pronti per partire. E, qualche volta, per tornare. <span id="more-1166"></span></em></p>
<p><em>Non ci resta altro che mischiare nuovamente le carte che abbiamo tra le mani, </em></p>
<p><em>bere un goccio di whisky, </em></p>
<p><em>giocare ancora un’altra partita con la vita, e corteggiare la Signora Fortuna, nella speranza di riavere indietro quello che abbiamo perso. Alla Salute!</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dicembre è la stagione in cui il fuoco torna a farci visita,</p>
<p>come le storie che ci circondano,</p>
<p>storie fatte di parole che bruciano</p>
<p>e si accendono ogni sera</p>
<p>come fuochi d’artificio,</p>
<p>e ti portano lontano</p>
<p>lungo strade fatte di altre parole ancora,</p>
<p>lungo terre e Paesi nascosti dalla nebbia che scende</p>
<p>sempre più fitta</p>
<p>e</p>
<p>sempre</p>
<p>divide</p>
<p>facendoci sentire un poco più soli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pochi prestano orecchio;</p>
<p>Pochissimi ascoltano la voce di chi è già stato:</p>
<p>nella notte livida e fredda,</p>
<p>la nebbia è densa</p>
<p>bassa</p>
<p>entra nelle ossa</p>
<p>e</p>
<p>confonde</p>
<p>case e fantasmi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>-         Non ero amato,</p>
<p>perché non frenavo la lingua,</p>
<p>perché affrontavo a viso aperto tutte le questioni del Paese; non ho nascosto nulla,</p>
<p>e adesso non ho pene</p>
<p>né rancori.</p>
<p>Solo “il silenzio avvelena l’anima”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Era la voce di un vecchio apparsa dal nulla</p>
<p>Una voce che faceva parte della terra dell’osso</p>
<p>Una voce che trascriverla in quel dialetto duro</p>
<p>Avrebbe creato un clima da Terza Guerra Sannitica…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sarà che la vita è una bocca che morde l’azzurro</p>
<p>E canta una canzone adatta ai folli,</p>
<p>ma questa è una faccenda razionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sarà che per nascere occorre prima morire:</p>
<p>-         La morte è una faccenda ridicola, ricorda!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>-         Non temo la morte,</p>
<p>perché la sfido ogni giorno</p>
<p>mangiando cibi sbagliati,</p>
<p>alzandomi dal letto negli orari sbagliati,</p>
<p>incontrando gente sbagliata,</p>
<p>frequentando con ostinazione</p>
<p>sempre</p>
<p>i posti sbagliati;</p>
<p>amando con il cuore e mai con la testa,</p>
<p>ma sempre la persona sbagliata.</p>
<p>Sarà che ho amato i miei cattivi maestri</p>
<p>E prima di loro</p>
<p>Il loro ‘cattivo’ pensiero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>…avrei voluto rispondere così,</p>
<p>ma quella voce antica</p>
<p>era già sparita sottobraccio alla ninfa Eco…</p>
<p>…svanita pure lei,</p>
<p>come in un vecchio numero di magia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando ti ho offerto l’anima</p>
<p>Hai pensato che ti stessi imbrogliando.</p>
<p>Prima ti sei nascosta</p>
<p>Per guardare</p>
<p>Senza esser vista:</p>
<p>hai annusato l’aria</p>
<p>-         la pelle che la ricopriva –,</p>
<p>quel suono, quel colore,</p>
<p>hai ascoltato quelle storie</p>
<p>che non ti appartenevano,</p>
<p>hai assaggiato quel che chiedevi;</p>
<p>Subito dopo</p>
<p>Eri già</p>
<p>fuggita via…</p>
<p>Lontano…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>…lungo altri binari ghiacciati</p>
<p>E sopra altri treni</p>
<p>che sanno perfettamente distinguere</p>
<p>Un benvenuto!</p>
<p>da un</p>
<p>addio…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immagine in copertina: magritte</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sonar 2.0</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 13:24:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Redazione Sonar]]></category>
		<category><![CDATA[Irpinia]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Delli Gatti]]></category>
		<category><![CDATA[sonarweb]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari lettori di Sonar, ci ritroviamo dopo una lunga pausa, come avete potuto notare, abbiamo cambiato la grafica del sito e al nostro organico si sono aggiunti due nuovi redattori:...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sonarweb.it/2011/11/sonar-2-0/attachment/19/" rel="attachment wp-att-1147"><img class="alignleft size-medium wp-image-1147" title="19" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2011/11/19-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" /></a>Cari lettori di Sonar, ci ritroviamo dopo una lunga pausa, come avete potuto notare, abbiamo cambiato la grafica del sito e al nostro organico si sono aggiunti due nuovi redattori: <span id="more-1145"></span></strong></p>
<p><strong>Salvatore Casale, con la rubrica “Vita da paz”, tratterà argormenti di cultura, attualità in senso ampio e a volte pubblicherà qualche racconto.</strong></p>
<p><strong>Mariangela Imbrenda, con  la rubrica “Facciamone un dramma” , tratterà argomenti sulle arti sceniche con particolare  attenzione  al teatro ed  al cinema.</strong></p>
<p><strong>La data e l&#8217;ora, è stata scelta non per una commemorazione, ma per una volontà di scrivere (anche se in piccolo) una nostra storia, una storia nuova, completamente slegata dal passato.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In una &#8220;comunità&#8221; morta, che ricorda un &#8220;passato&#8221; morto , ci siamo noi qui a somatizzare il lutto, immaginando un futuro che non c&#8217;è ( attualmente)&#8230; </strong></p>
<p><strong>Siamo ben lieti di invitarvi a seguirci in questa nuova avventura, sicuri che questo sonar 2.0 ci darà nuovi stimoli di dialogo e confronto.</strong></p>
<p><strong>Buona lettura</strong></p>
<p>In copertina, foto tratta dallo speciale &#8220;Il fotografo&#8221; 23 novembre 1980</p>
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		<title>Breve premessa delle fermate in hotel</title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2011/11/breve-premessa-delle-fermate-in-hotel/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 22:45:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fermate in Hotel]]></category>
		<category><![CDATA[asfalto]]></category>
		<category><![CDATA[bar]]></category>
		<category><![CDATA[Cammino Catecumenale]]></category>
		<category><![CDATA[Irpinia]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Capone]]></category>
		<category><![CDATA[Nusco]]></category>
		<category><![CDATA[reazionari]]></category>
		<category><![CDATA[valle dell’Ofanto]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Capone Il blog riparte da Nusco e dall’Irpinia per immergersi nella rete globale  senza la pretesa di rappresentare un territorio o un popolo. L’intenzione principale è di descrivere...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luigi Capone</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2011/11/breve-premessa-delle-fermate-in-hotel/in-copertina-vincent-gallo-some-naked-chick/" rel="attachment wp-att-1114"><img class="alignleft size-medium wp-image-1114" title="In Copertina Vincent Gallo + some naked chick." src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2011/11/In-Copertina-Vincent-Gallo-+-some-naked-chick.-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" /></a>Il blog riparte da Nusco e dall’Irpinia per immergersi nella rete globale  senza la pretesa di rappresentare un territorio o un popolo. L’intenzione principale è di descrivere sensazioni, stati d’animo o impressioni vissute all’interno del tessuto sociale nel quale viviamo.<span id="more-1113"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La scelta di ricominciare da questa data non è casuale. Possiamo dire senza esagerazioni che il sisma del 23 novembre 1980 ha spaccato l’Irpinia e l’Italia intera. Mentre, infatti, a livello nazionale prendeva piede un movimento antagonista al sud chiamato Lega Nord, in Irpinia si delineavano differenti modi di intendere il territorio. Da allora la terra d’Appennino ha visto tutte le porcherie possibili, chiamate Irpinia Gate o come si fa spesso oggi col nome di un politico, e infiniti abusi, abusivismi, frane, scempi, smembramenti e abbandono.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo allo stato attuale una situazione che io definisco del “si salvi cho può”. Ognuno infatti cerca di uscire dal baratro autonomamente e in maniera ingenua. Nel territorio chiamato ancora Irpinia ecco la melodrammatica situazione di fuga : ci sono i paesi che tendono a sportarsi verso Potenza, quelli che si vogliono spostare verso Foggia, quelli che sono più vicini a Benevento, quelli che si sentono di appartenere a Napoli e quelli che vivono già a Salerno.  Il tutto è rappresentato amministrativamente da una delle città più anonime d’Italia, Avellino, regredita a grigia periferia collinare di Napoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Proverò qui di seguito a definire brevemente il posto in cui alcuni di noi vivono per tentare di spiegare almeno in parte le motivazioni e le radici da cui prendono forma i racconti che pubblicheremo in questa rubrica.</p>
<p style="text-align: justify;">Collocazione geografica : Nusco è un paese dell’Irpinia alto 914 metri s.l.m.( terzo, comune della provincia di Avellino) considerato lo spartiacque tra la valle del Calore e la valle dell’Ofanto.  E’ al centro. Come l’ala cattolica moderata. La sua posizione mediana, alta e austera, fa in modo che i suoi abitanti debbano in ogni modo decidere verso che parte scendere, verso quale pianura o quale valle.</p>
<p style="text-align: justify;">Economia : un tempo si viveva grazie all’agricoltura e al piccolo artigianato (dalla produzione di scarpe, alla lavorazione della pietra e della creta), dagli anni ’80 si è iniziato a vivere grazie alle fabbriche. Oggi che sono chiuse pure le fabbriche non si vive più di niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Cultura : all’ingresso del paese un cartellone dice “Nusco paese della cultura”: E non c’è altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Popolazione che si aggira intorno ai 3-4mila abitanti, per la maggior parte di orientamento cattolico con caratteri fortemente reazionari. Come attività pseudo culturale si frequenta il Cammino Catecumenale e come attività ludica i suoi abitanti li vedi camminare per le vie del borgo ebbri di invidia, di rabbia, di livore e di rancore, che sembrano maledire ad ogni passo ogni singola pietra. Con un ghigno tra l’altezzoso e l’indifferente si salutano e ti salutano, vanno a messa, vanno a tutti i funerali, si sposano, si accoppiano e alla fine li ritrovi tutti nei  bar presi dal gioco delle carte sui tavolini.</p>
<p style="text-align: justify;">Come segno distintivo si parla un dialetto di dubbia origine rispetto al sistema vocalico che mette in risalto la parlata dei suoi abitanti e ne mette sempre in dubbio la provenienza. Fortissima la divisione tra centro e campagna, accentuata sempre più anche da una politica di favoritismi e da famiglie illustri.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche per questi motivi nella mia testa il monte dell’appennino non ha mai avuto una collocazione precisa e ben definita ma ha sempre rappresentato qualcosa di fumoso e sfuggente che si confonde con tutti gli altri posti che vivo, frequento e abito.</p>
<p style="text-align: justify;">Emergono cosi nei miei racconti posti indefiniti che somigliano ad altri, individui tutti infondo uguali messi a bollire nello stesso calderone, e prendono vita forse proprio grazie ai racconti stessi poiché a guardar bene sono già morti.</p>
<p style="text-align: justify;">In mezzo a mille forme di ipocrisia e perbenismo rimangono a lato questi personaggi marginalizzati, rannicchiati negli angolini dei bar, luoghi di vita visti non più come normali esercizi commerciali ma come veri e propri sportelli sociali. Come ombre sopravvivono in un tormentato trascinarsi e strascicarsi faticosamente sull’asfalto,  come lumache portandosi appresso il pesante fardello senza più renderne conto.</p>
<p style="text-align: justify;"> Si può osservarli solo di passaggio e per poco tempo in qualunque periferia voi andiate, ossia nei luoghi in cui la vita ti sta davanti così com’è, senza troppi fronzoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni vissuto e ogni scritto assume  le sembianze di una stanza di un hotel, uno dei pochi luoghi dove puoi abbassare le tendine e far finta di essere morto.</p>
<p style="text-align: justify;">In Copertina: Vincent Gallo + some naked chick</p>
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		<title>Da dove ricominciare?</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 22:35:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Facciamone un dramma]]></category>
		<category><![CDATA[Eritrea]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Slawek Wojtowicz]]></category>
		<category><![CDATA[Sudan]]></category>
		<category><![CDATA[Tanja Contino]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tanja Contino Da dove ricominciare? Dalle tasse e da un viaggio, ma non mio. Questo viaggio è iniziato in Somalia, in Eritrea, è continuato in Sudan, in Libia e...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tanja Contino</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2011/11/da-dove-ricominciare/mondi-paralleli-slawek-wojtowicz/" rel="attachment wp-att-1109"><img class="alignleft size-medium wp-image-1109" title="Mondi Paralleli Slawek Wojtowicz" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2011/11/Mondi-Paralleli-Slawek-Wojtowicz-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Da dove ricominciare? Dalle tasse e da un viaggio, ma non mio. Questo viaggio è iniziato in Somalia, in Eritrea, è continuato in Sudan, in Libia e a Malta. E finirà in Germania. <span id="more-1108"></span>Per lavoro mi sto trovando nella situazione di dover dare un pò di informazioni e indirizzare delle persone con protezione umanitaria a quello che gli accadrà in Germania, paese che ha deciso di accoglierli.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ decisamente una esperienza interessante. Tra i tanti argomenti delicati che si affrontano, divieto di poligamia e di circoncisione/infibulazione femminile, quello che più li lascia perplessi sono le tasse. Questa cosa mi ha fatto pensare. Quando comunico che il prelievo fiscale in Germania è quasi al 40%, sgranano gli occhi e mi dicono: ma è troppo. Del resto nei loro paesi tasse non se ne pagano e nei periodi buoni in cui si pagavano arrivavano massimo al 10%. Al che gli ho chiesto: beh, e come funionano i vostri paesi? E loro, in chiara fase di presa di coscienza: nei nostri paesi non funziona nulla. Gli ho spiegato che in Germania verranno assistiti per i primi mesi, potranno studiare la lingua gratis, avranno il sussidio di disoccupazione se mai perderanno il lavoro e tutta una serie di servizi di cui godranno al pari degli altri cittadini tedeschi e non solo. Grazie alle tasse dei cittadini tedeschi. Ma chiaramente ci sono anche dei doveri come appunto quello di pagare le tasse, di rispettare i luoghi e le cose pubbliche, di non pesare sullo stato ma di essere attivi, di fare la propria parte nella società e per la società. E alla fine tutto torna e il sistema funziona.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli ho spiegato che sono fortunati perchè la Germania, nonostante nell’ultimo secolo abbia perso due guerre mondiali e assorbito i costi di una riunificazione, è un paese che se la cava. Si pagano le tasse ma in cambio si ricevono ottimi servizi, non dappertutto è cosi. Mi hanno detto: tu sei italiana. In Italia quanto si paga di tasse? E io, pervasa da un senso di rassegnazione e tristezza, gli ho detto: Ecco, in Italia possono arrivare al 49%.</p>
<p style="text-align: justify;">Amici di Sonar, non ce bisogno che dica come il paese funioni. Fate voi.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina <strong>Slawek Wojtowicz </strong> Parallel universes</p>
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		<title>La pernacchia, il dito medio e il salto della quaglia</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 22:18:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oltre il muro del suono: linguaggi e realtà]]></category>
		<category><![CDATA[Gianpaolo Faia]]></category>
		<category><![CDATA[ICT]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianpaolo Faia 1)       Incipit: Oltre Il Muro Del Suono Esistono dei momenti particolari nella storia dell’uomo e degli individui, degli spartiacque che suggellano il passaggio tra fasi diverse. Un...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gianpaolo Faia</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2011/11/la-pernacchia-il-dito-medio-e-il-salto-della-quaglia/irving-penn_11/" rel="attachment wp-att-1102"><img class="alignleft size-medium wp-image-1102" title="irving-penn" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2011/11/irving-penn_11-295x300.jpg" alt="" width="295" height="300" /></a>1)       Incipit: Oltre Il Muro Del Suono</p>
<p style="text-align: justify;">Esistono dei momenti particolari nella storia dell’uomo e degli individui, degli spartiacque che suggellano il passaggio tra fasi diverse. Un “andare oltre”, il superamento di una metaforica “barriera del suono” che rappresenta un limite (in)valicabile. <span id="more-1101"></span>Come spesso accade, questi momenti di passaggio non sono indolori, ma anzi accompagnati da un fragoroso boato metaforico e non, una traccia udibile simile ad una radiazione di fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi tempi, in Italia come nel mondo, assistiamo a dei cambiamenti profondi che lambiscono quasi tutti i campi della società: la cosiddetta “primavera araba” ne è un esempio, così come la caduta dei governi e la crisi economica che investe in primis la zona Euro. Tuttavia, queste situazioni sono per lo più il palesamento di un retroterra socio-culturale che come magma alimenta questi smottamenti strutturali, quasi che fosse una sorta di “tettonica a zolle” sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">La necessità, dunque, di lanciare uno sguardo “oltre” la melina fumosa che irretisce gli atteggiamenti individuali e collettivi, risulta ora più che mai necessaria. E’ necessaria una presa di coscienza, un’assunzione di responsabilità trasversale, una nuova equità sociale e di giudizio: solo questo può portare ad un reale tentativo di comprendere il nuovo mondo e di comprendere se stessi e gli altri, in un sistema che ha perso il reale valore della parola e delle azioni ad essa NON subordinata, ma condizione fondamentale per dare fattualità e contingenza alle grandi narrazioni individuali e collettive.</p>
<p style="text-align: justify;">2)       Varcare le colonne d’Ercole</p>
<p style="text-align: justify;">Sia nella mitologia classica che nella letteratura proto-italiana, la figura di Ulisse assume un ruolo fandamentale e trasversale. Egli rappresenta la ragione che “va oltre”, che non si ferma alle apparenze, che funge da coscienza e trade d’union per le varie anime micenee rappresentanti soprattutto l’instinto e la propensione decisionista e conquistatrice indoeuropea. Anche a costo di irrimediabili tonfi o condanne (odissee e cadute negli inferi). D’altronde, anche il titano Prometeo ha pagato a caro prezzo la sua ribellione agli dei osando donare all’umanità il fuoco, simbolo di emancipazione e di progresso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la ragione da sola non può bastare, se non coadiuvata da spirito critico e dalla consapevolezza dei propri limiti. Nessuno può rinnegare il proprio essere in nome dell’inanimatezza (non intesa in senso escatologico, ma come complessità emozionale): proprio per questo, risulta fondamentale mettere in gioco non solo le facoltà intellettive degli individui, ma anche quella sfera emozionale che esula da logiche meccanicistiche. Per far ciò diventa imprescindibile uno slancio all’esposizione del proprio io ed una propensione al confronto, anche aspro, entro i limiti civili imposti da millenni di evoluzione socio-politica. Non è più il tempo di restare nell’ombra, non deve più essere il tempo delle “eminenze grigie” che muovono i fili del mondo, non è più il tempo del silenzio. La possibilità di crearsi uno spirito critico grazie alla partecipazione attiva alla vita sociale e all’accesso alle ICT (determinismo tecnologico o tecnologia determitata che sia) può permettere a tutti noi di essere parte di questo confronto-scontro teso ad un progresso sociale tramite una operazione di verità, senza ipocrisie.</p>
<p style="text-align: justify;">3)       Il teatrino dei pagliacci e la danza degli avvoltoi</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ora veniamo a noi, al nostro microcosmo italico (italiota?). C’è crisi politica, certo. La classe dirigente è inadeguata, assodato anche questo. Il famoso spread fa paura a tutti. Le istituzioni vacillano, ok. Tuttavia, la crisi politico-istituzionale ha un proprio corrispettivo nella drammatica crisi socio-culturale che affligge il nostro Paese. In tutto ciò, dunque, si assiste ad una sorta di principio dei vasi comunicanti, in cui le negligenze politiche si travasano nella società e il malcostume di buona parte della società si palesa nella propria rappresentanza istituzionale. Parliamo dunque di un concorso di colpe in cui nessuno è innocente, dove quasi tutti sono colpevoli anche se ipocritamente pronti a scaricare il barile delle responsabilità di turno. Partiamo dal fatto che, generalmente, una classe rappresentativa è spesso lo specchio e la sintesi della maggioranza (almeno relativa) della società cui va a rappresentare, almeno nelle democrazie occidentali. Ciò non è un dogma, certo, e possono esistere eccezioni e sistemi alternativi. Tuttavia, sarebbe ipocrita affermare che tale situazione non abbia caratterizzato le vicende della nostra penisola almeno nell’ultimo ventennio (berlusconismo, antiberlusconismo, videocrazia, mignottocrazia, antagonismo, black block,  ecc.). Per non parlare poi dei costumi tipici del retaggio socio-politico post bellico (balene bianche, “gioiose” armate rosse, clientelismo, parassitismo, corporativismo, malavita ecc.), anche se l’analisi potrebbe partire ancor più da lontano.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra classe politica è dunque la peggiore dell’Europa occidentale? Probabilmente si. E’ inadeguata, è “pappona”, è incompetente, arrivista. E il popolo che la elegge? E’ forse esente da colpe? E’ una verginella immacolata, pura vittima del sistema, o anch’esso ha contribuito decisamente a consolidare tale sistema? Bisognerebbe fare un bagno d’umiltà, avallare un’operazione-verità ma, si sa, la verità spesso è difficile da digerire. Ebbene, sempre per il concetto di questi vasi comunicanti sociali, anche il popolo deve assumersi le proprie responsabilità senza rivendicare una verginità perduta che, probabilmente, non è mai esistita.</p>
<p style="text-align: justify;">La politica della “pernacchia” bossiana (uno dei punti più bassi toccati da una rappresentanza democratica occidentale sia per la sua volgarità che per l’aleatorietà del concetto non-espresso) è il sunto della mancanza di argomento, dell’ostruzionismo al confronto e del basso livello culturale (non scolastico, in quanto la cultura può e deve anche esulare dall’istruzione tradizionale) in primis della classe politica, ma anche di quella parte della popolazione che oggi si esprime quasi esclusivamente con suoni e concetti gutturali in quanto privi di significato e di proposte concrete. La politica del “dito medio” fa lo stesso, dando sempre più una meschina figura di sè (in mancanza di argomenti, basta fare un gestaccio o portare mortadella e spumante in Parlamento per avere il plauso della “commissione”, no?). La volgarità elevata a stile di vita, a novello dio pagano da mostrare con orgoglio a tutti, all’Europa e al mondo intero. Tronisti e corteggiatrici, tronisti e cortigiani. E pensare che anche nella volgarità c’è bisogno di un certo stile che non ritroviamo in queste manifestazioni. Decadimento da tardo impero, non c’è che dire. Strano il nostro popolo: è tutto e il contrario di tutto; è aperto e tollerante, tuttavia è al contempo bigotto e ancor più. Sembra una continua contraditio in terminis, l’anomalia italiana, un caso di studio (o di disturbo). Maestra nel “salto della quaglia”, un trasformismo sociale prima ancor che politico, che imperversa nei nostri sistemi piccoli o grandi che siano. Non serve gettare l’occhio lontano, basta accostarsi ai vari paeselli della verde e ridente irpinia per rendersi conto di ciò, dove questa pratica ha ormai assunto dimensioni croniche, ma anche in qualsiasi altra realtà peninsulare (dove l’amato Meridione, ahimè, recita la parte del leone).</p>
<p style="text-align: justify;">La gente crede che tutto gli sia dovuto. E certo, dovuto perché si pagano le tasse. Ma come mai l’Italia è il Paese con l’evasione fiscale più alta? Esistono varie risposte valide, tuttavia una di queste è la mancanza di senso civico. Passiamoci tutti una mano sulla coscienza: non esiste il deus ex machina; solo la popolazione può divenire il deus ex machina di se stessa. Continuare in quest’atteggiamento di finta protesta che poi si omologa alle connivenze e al malcostume perché “è l’unico modo” non farà altro che trascinare tutti nel baratro, buoni o malvagi che siano. E così il sistema sanitario è al collasso (soprattutto in Campania e Calabria, chissà perchè), le amministrazioni locali non funzionano, gli enti montani e isolani diventano inutilità elefantiache (proficue per pochissimi, dannose per tutti gli altri). Perché tutto ci è dovuto? Per i diritti internazionali dell’individuo? Perché siamo il centro dell’universo? Perché siamo i prescelti da Dio? Perché? La risposta sarebbe banale proprio perché non c’è. Potrebbe essere valido tutto e il contrario di tutto a seconda dei punti di vista. Basterebbe tuttavia asserire che alla società dei diritti va affiancata quella dei doveri e viceversa. Fondamentale così risulta il rispetto di un’insieme di regole eque e condivise, in cui le contrattazioni sociali siano a pannaggio della ragione e sentimento avulsi da bizantinismi, cospirazioni pluto-massoniche, clientelismo e populismo. Ma siamo pronti ad una tale assunzione di responsabilità? Per quello che si vede in giro, no. Per quello che si vede nei paeselli governati dalla meschinità di invidie e interessi oscuri ciò non è attualmente possibile (basta mettere il naso fuori dalla porta di casa per rendersene conto). Per quello che si vede nelle metropoli, ormai caotici ammassi amorfi privi di “pietas”, neanche. Ecco perché risulta urgente e fondamentale osare ed esporsi, mettendosi in gioco facendo esclusivamente un atto di verità. Spiattellare al vento le proprie mancanze e quelle della società, in cui nessuno può dirsi immacolato. Certo, lasciàtelo dire, esistono sia le travi che le pagliuzze negli occhi, dunque non sarebbe giusto equiparare le responsabilità; serve meritocrazia non solo in politica e società, serve meritocrazia anche negli atteggiamenti e nelle opinioni. E serve la faccia tosta di denunciare ed esprimere il proprio dissenso al mal costume e al clientelismo, alle pretese senza fondamento. Guardare in faccia la realtà e le persone per dire no, per non essere complici silenziosi del declino e della cattiveria. Approfittare dell’onestà, dello slancio umano e vitale del prossimo non può essere una pratica accettata e accettabile; tramare nelle congreghe paesanotte meridionali è una degenazione tanto quanto i giochi di palazzo e i “rutti” leghisti. E’ arrivato il momento di dire basta, per compiere un atto di onestà e per ridare alla nostra Italia la dignità che merita.</p>
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		<title>Prima  l&#8217;uovo o la  gallina?</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 22:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Facciamone un dramma]]></category>
		<category><![CDATA[Billy Wilder]]></category>
		<category><![CDATA[Mariangela Imbrenda]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
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		<category><![CDATA[Yasmina Reza]]></category>

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		<description><![CDATA[Brevi righe  in-attendibili  sull&#8217;eterna diatriba tra il teatro ed  il cinema. di Mariangela Imbrenda L&#8217;articolo che vi aspettate,anche  come totale  novità,non potrà essere mai l&#8217;articolo che  vi aspettate. Fruisco dell&#8217;incipit...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Brevi righe  in-attendibili  sull&#8217;eterna diatriba tra il teatro ed  il cinema.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di Mariangela Imbrenda</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2011/11/prima-luovo-o-la-gallina/the-pillow-book-peter-greenaway/" rel="attachment wp-att-1095"><img class="alignleft size-medium wp-image-1095" title="The Pillow Book Peter Greenaway" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2011/11/The-Pillow-Book-Peter-Greenaway-300x225.png" alt="" width="300" height="225" /></a>L&#8217;articolo che vi aspettate,anche  come totale  novità,non potrà essere mai l&#8217;articolo che  vi aspettate.</p>
<p style="text-align: justify;">Fruisco dell&#8217;incipit del <em>Manifesto per un nuovo teatro</em> di Pier Paolo Pasolini sostituendo per due volte al posto dell&#8217;originale “teatro” il termine “articolo”: convoco e invoco,così, al tempo stesso, l&#8217;esprit de polémique dell&#8217;indimenticabile Poeta delle Ceneri affinché assista me  e coloro che,anche soltanto attraverso la lettura di quanto seguirà, parteciperanno alla discussione ideale di un argomento evidentemente dimenticato in soffitta,ma abbastanza  urgente (giacché attuale)da farne un dramma.<span id="more-1094"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Fuor di metafora e  dell&#8217;egida di Polemos (dio della  guerra ,ma  a  detta di Eraclito anche padre e  signore  di tutte le  cose  rette perciò da perpetua armonia),si legga la collaborazione  dialettica  come metodo di indagine in  affari malintesi,sottintesi e  fraintesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quale  miglior occasione  di gerere bellum se  in campo si scorgono due arti assiduamente rivali ossia il teatro ed il cinema,questa volta,non l&#8217;una contro l&#8217;altra armate,bensì colte in  una situazione  di reciproci sostegno e promozione?</p>
<p style="text-align: justify;">Anticipo infatti che qui non si affronterà il “dramma” della loro inimicizia proverbiale,né si tenterà ,come sempre accade,di stabilire  primati puntualmente vanificati  da inesauribili opinioni pro o contro la Musa del mito e la decima sorella nata dall&#8217;artificio:anzi,per correttezza, a garanzia  di aspirazione alla massima neutralità, preciso di voler stare dalla parte dello scricchiolante  e reietto palcoscenico fatto di tavole  di legno,senza dubbio,afflitto dalla vecchiaia,dalla povertà,dall&#8217;abbandono,dal fanatismo intollerabile di cui sono affetti coloro  che salendovi  si convincono di saper recitare  esibendosi nella Chiacchiera o nel Gesto/Urlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma decido di esser-ci (heideggerianamente) forse senza difese nel peggiore  dei mondi possibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest&#8217;anno,tra i film in concorso presentati durante la sessantottesima edizione della Mostra D&#8217;Arte  Cinematografica  di Venezia,si è potuta apprezzare la pellicola di Roman Polanski intitolata <em>Carnage</em> ed interpretata da quattro attori in stato di grazia:Jodie Foster,John C.Reilly,Christoph  Waltz  e Kate Winslet.</p>
<p style="text-align: justify;">A firmare  la  sceneggiatura,oltre  al nome  del  regista,si legge quello di Yasmina Reza (vincitrice  per  tre  volte  sia del Prix  Molière  che del Tony Award)ed   autrice  del testo teatrale  <em>Le dieu du carnage</em> risalente  al 2006 e  da  cui il film è interamente  tratto:Polanski ha confermato il suo indiscusso talento dando modo soprattutto agli esperti   intervistati dal Lido  di esibirsi  in panegirici  a volte  doverosi,in altri casi nozionistici  e privi di autentica critica.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni infatti,purtroppo,sono precipitati,forse in preda all&#8217;urgenza  di motivare  i loro più sentiti complimenti,in un equivoco che,francamente, non dovrebbe più   alimentarsi con tanto ignorante fervore  nell&#8217;epoca post-post-postmoderna della riproducibilità tecnica:si è sostenuto che,<em>malgrado la sceneggiatura si basi su  di una pièce teatrale</em> ed il film sia interamente girato in un appartamento (unica eccezione: per pochi metri si avanza sul pianerottolo di uno stabile e le inquadrature di apertura e chiusura  concernono un parco pubblico),<em>Carnage</em> merita comunque la visione in quanto opera eccellente  di un Maestro  ed  esempio di   Cinema.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;affermazione  riassunta  e posta in corsivo implica una banalizzazione del vituperato teatro e del cinema che ,oltre  a  generare confusione in un percorso di conoscenza dei due mezzi di comunicazione,denota,nell&#8217;istituzione di un dibattito,disordine e frammentarietà come se  le loro grammatiche e  sintassi,insomma i diversi linguaggi  e strutture  adoperati per esprimersi fossero ininfluenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sottotesto  che segue a <em>malgrado </em>perpetua l&#8217;errore  di identificazione del “testo” proposto sia sul versante  scenico che  filmico  con“la storia,la  trama” senza studiare in maniera  analitica i segni della costruzione di un racconto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non bisogna porsi dinnanzi come problema primario il “cosa” viene visualizzato in entrambi i casi,soprattutto  con l&#8217;investimento di due dei  sensi del corpo umano maggiormente coinvolti, quali la vista  e  l&#8217;udito (senza dimenticare  le loro innumerevoli declinazioni e l&#8217;effetto di percezione globale,sinestetica di chi compie  l&#8217;esperienza  spettatoriale),bensì il “come”  è concepito e restituito l&#8217;oggetto scelto per la scena e/o la pellicola.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest&#8217;ultimo,in <em>Carnage</em>,nasce  da <em>Le dieu du carnage</em> lavorato ossia adattato a teatro in forma di copione e al cinema sottoposto a molteplici passaggi obbligati quali:soggetto,trattamento,scaletta  e  sceneggiatura.</p>
<p style="text-align: justify;">È alla teoria della narrazione,all&#8217;estetica,all&#8217;ermeneutica,alla semiotica,alla linguistica ecc&#8230; che occorre affidarsi per comprendere quanto si nasconde dietro la “traduzione” ,nel caso specifico di un dramma teatrale  reso “altro” mediante un procedimento intralinguistico (un&#8217;interpretazione di segni verbali per mezzo di altri segni della stessa lingua),a volte interlinguistico( un&#8217;interpretazione di segni verbali per mezzo di un&#8217;altra lingua) e soprattutto  intersemiotico (un&#8217;interpretazione di segni verbali per mezzo di segni di sistemi segnici non verbali),come  sosteneva Roman  Jakobson.</p>
<p style="text-align: justify;">Non a  caso un&#8217;operazione di traduzione si compie, più coerentemente, quanto maggiore, alla base, è il  tradimento effettuato:lo <em>specimen </em>del teatro si realizza in autonomia e pertanto differisce da quello cinematografico nel transito  dallo stato diegetico al corrispettivo mimetico senza il supporto della macchina  da presa e del montaggio in postproduzione onde sistemare  e ricostruire scene e sequenze  secondo la  scala  dei campi e  dei piani.</p>
<p style="text-align: justify;">Paradossalmente, il cinema inteso,a detta  del filosofo Gilles Deleuze come “immagine-movimento” ed “immagine-tempo”,replica una finta diretta che invece si compie  in teatro e  filma ossia “riprende”,cattura degli elementi presentati secondo un ordine innaturale delle cose  a partire dalla vittoria di Pirro del piano-sequenza che, pur rispettando il tempo del mondo  reale, è mediato dalla lente di differenti obiettivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Solamente il teatro,in termini generali,ad una distanza costante dall&#8217;occhio e dall&#8217;orecchio del pubblico,disponendo di uno spazio limitato dalle tre  o quattro pareti di un&#8217;ideale scatola eretta  sul palcoscenico,si mostra come arte  di mimesi davvero dinamica <em>realizzata</em> attraverso  un esercizio di rappresentazione   dell&#8217;uomo tramite l&#8217;uomo con le difficoltà,i rischi,gli incidenti possibili durante una diretta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il declassamento del teatro  a tecnica minore di racconto di certo non potrà continuare  a  corrispondere in maniera  direttamente proporzionale  ad un incremento dell&#8217;affabulazione  mediante celluloide:la risorsa delle due arti in questione è inscritta nelle forme peculiari e profondamente diverse della loro organizzazione  contenutistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ammettere la non equivalenza  tra un buon racconto (qualunque  sia la fonte,anche teatrale!) ed un riuscito film è l&#8217;unico strumento concreto per  salvare,da  registi  improvvisati e miopi produttori,il cinema altrimenti sopraffatto da una gloria immeritata  perché mascherata dalla perfezione  del “dramma “ <em>tout court</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Note  a  margine</p>
<p style="text-align: justify;">Consiglio la visione  e l&#8217;analisi di due versioni cinematografiche  della  commedia “The front page”  scritta da Ben Hecht e Charles MacArthur nel 1928:<strong><em>La signora del venerdì</em></strong><strong> </strong>, diretto da Howard Hawks nel 1930, con Clark Gable e Rosalind Russell e <strong><em>Prima Pagina</em></strong> un film di Billy Wilder del 1974 , con Jack Lemmon e Walter Matthau.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina:  The Pillow Book //Peter Greenaway</p>
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		<title>Una vita da stagista</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 21:35:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Paz]]></category>
		<category><![CDATA[collocamento]]></category>
		<category><![CDATA[laureato]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Casale]]></category>
		<category><![CDATA[tesi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Salvatore Casale Milano Torino Roma Napoli Catania, l’Italia. Se hai tra i 26 e i 38 anni, possibilmente laureato e referenziato  con un master e una buona conoscenza dell’inglese,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Salvatore Casale</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/2011/11/una-vita-da-stagista/henri-cartier-bresson/" rel="attachment wp-att-1089"><img class="alignleft size-medium wp-image-1089" title="Henri Cartier Bresson" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2011/11/Henri-Cartier-Bresson-300x191.jpg" alt="" width="300" height="191" /></a>Milano Torino Roma Napoli Catania, l’Italia. Se hai tra i 26 e i 38 anni, possibilmente laureato e referenziato  con un master e una buona conoscenza dell’inglese, sei uno di noi. Si, uno di noi, tu ti starai chiedendo di cosa sto parlando, bene te lo spiego subito.  Sei  fresco di laurea con la tesi sulla scrivania che prende polvere?   sei alla ricerca di uno stage? (perche tanto per un  lavoro  sei ancora senza esperienza) .</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1087"></span>I tuoi 30 ti fanno sentire in una botte di ferro , le tue risate alle battute dei prof ti hanno  fatto sentire al riparo da ogni giudizio? Bene, mi duole dirtelo  non è cosi. Se ti va bene sei un futuro stagista. Armato della tua buona forza di volontà delle tue competenze e delle tue attese, decidi un piano programmato e affidabile per trovare lavoro.  Come prima cosa apri il giornale cerchi gli annunci, ti iscrivi a tutti gli uffici di collocamento esistenti e inimmaginabili, ogni giorno guardi gli annunci  su internet alla ricerca di quello giusto. “ Cercasi  giovane laureato   con massimo dei voti per uno stage , ottima conoscenza della lingua inglese, laureato da non più di 12 mesi. Si offre importante momento di crescita professionale, retribuzione 0, 0 euro”, ti fai una risatina e vai avanti.   Continui cosi in maniera compulsiva ad aprire pagine di internet leggende annunci impossibili, non ci credi,  “Stage per società di comunicazione  per  ricerche di mercato 8 mesi full time rimborso 0,0 euro, si richiede esperienza di 1 anno in posizione analoga”. La prima settimana   invii 15 cv per delle posizioni interessanti, tutti precisi affidabili e con un’ ottima lettera di presentazione. Preso dall’euforia  ti sei  comprato una camicia e una cravatta abbinata per i futuri colloqui.  Passano i giorni ma nessuna risposta, pensi sia normale, in fondo sei solo all’inizio ci può anche stare, ma non ti dai per vinto, esci con gli amici, ci provi con qualche ragazza, vai al bar a prendere il caffè e leggere la gazzetta,  magari ti trovi un lavoretto così giusto per tirare su sue lire,  non so, volantinaggio, promoter di qualcosa,  niente di che giusto per stare impegnato. Passano  3 settimane, curriculum  inviati 50, schedati in maniera ossessiva in una tabella Excel per ricordati la posizione aperta, il giorno in cui hai inviato il cv, il voto che dai allo stage. Nessuno chiama, nessuno ti manda una mail di risposta neanche per dirti,  guarda coglione abbiamo ricevuto il tuo cv. Niente il deserto. Inizi a pensare che forse  qualcosa  non funzioni , che la tua mail non va, ti mandi una mail da solo per prova, funziona tutto  ok. Decidi di uscire a fare 2 passi perché  ti senti un coglione dopo esserti inviato una mail da solo. Vai al bar ti fai una birra, la meno cara che stai facendo economia, e ti guardi un po’ in giro, tutti vestiti bene tutti all’ultima moda, orologi iphone  occhiali firmati, finti trasandati con maglioni di caschmere,  giovani allegri belli e pimpanti, mha, magari oggi stai scazzato forse è per questo che li noti tutti tu . Torni a casa, il tuo coinquilino spagnolo bosniaco ha cucinato i broccoli che  invadono tutta la casa con  un tanfo insopportabile. Marco 22 anni,  fa il barista, e guadagna 50 euro a sera sta prenotando i biglietti per Amsterdam . Tu ti prendi una scatoletta di tonno e te la mangi  in camera direttamente dalla scatoletta. Sono le 03:00 sei di nuovo su internet a cercare di capire dove cavolo sono nascosti gli annunci migliori, perché sei l’unico stronzo che non riesce a trovare nulla? Le giornate passano in quest’alone di mistero misto a noia e a puzza di tonno della tua stanza, tua madre ti assilla perché ci sarebbe un amico di un amico di un amico che forse ti può aiutare, ma tu dici , no cazzo, non sono mai stato quel tipo di persona e che cavolo, almeno ora fatemi credere nei miei ideali. Magari a 40 anni li manderò a puttane ma solo per una porsche, ringrazi e vai avanti. Lo sconforto inizia a salire, gli amici ti chiamano per uscire ma tu sei al verde e rifiuti inventando scuse assurde, no guarda non mi piace la montagna in questo periodo, o cazzate del genere. Ore 11 del  16 settembre, un numero sconosciuto appare sul telefono, mercoledì ore 15 il primo mio vero colloquio da laureato. Mercoledì ore 15. 15 la  prima incazzatura da disoccupato, rispondi per un lavoro d’ufficio e poi ti vogliono mandare a vendere telefonini porta a porta, cose da matti. Ci hai messo più tempo per  stirare la camicia e la giacca che per fare il colloquio.  Pensi dai è solo la prima occasione c’è ne saranno altre di sicuro,   magari con società anche più grandi di questa.  Le giornate passano normali e solitarie senza tanti perché , guardi sul monitor la busta gialla della casella postale con la scritta 0 mail in entrata, il telefono morto sul tavolo e ti fai il calcolo di tutto quello hai speso in questi anni all’università  più o meno  75 mila euro. Ti viene una risata isterica  pensando a quello che avresti potuto fare con quei soldi. Continui a non ricevere risposte.</p>
<p style="text-align: justify;">Vai al secondo colloquio, sei il candidato ideale, consoci tutto  che fanno, hai imparato a memoria tutta la storia dell’azienda dal nome del fondatore a quanti pezzi producono giornalmente di bulloni serie c, hai passato le ore su linkedin a cercare  chi ti  deve fare il colloquio e capire chi è. Sei la persona giusta al momento  giusto ti dice il responsabile delle risorse umane, stringendoti la mano, sei assunto. Suonino le trombe si porti lo champagne ho finalmente un lavoro , un lavoro , un lavoro. Il tipo ti guarda e ti dice: questa sarà ottima occasione per lei per conoscere dal vivo tutto questo mondo, esperienza che non dimenticherà, può iniziare la prossima settimana. Come d’accordo lo stage è full time,  per 9 mesi a 100 euro al mese in buono pasto.  Buoni pasto? Ma cosa cazzo sono questi buoni pasto? Io non li ho mai sentiti. Sgrani gli occhi, dici che vi vedrete domani per firmare il contratto e vai via.  Cammini ridendo da solo e allentando il nodo della cravatta come se  tutto fosse un sogno un po’ strano, torni a casa ti apri una birra e pensi, pensi pensi e non sai a cosa, i politici  quelli nella tua situazione li  chiamano bamboccioni, wikipedia entra in sciopero perché la vogliono chiudere, la benzina aumenta, lo spreed supera i 500, Ferrara in prima serata. Deciso, in poche ore tutti i tuoi averi sono su e-bay, macchina fotografica reflex 400 euro venduta in 3 ore, orologio regalo di laurea della zia 50 euro, telefono   regalo di laurea 300 euro, borsa in pelle nera 80 euro, penna mont blanc 200 euro.  Biglietto per Barcellona 80 euro, solo andata ore 11 aeroporto di Torino. Infili i pochi vestiti nella valigia, lasci un biglietto sul frigo per gli amici e parti. Cuffie nelle orecchie e sorriso sul volto, meglio lavorare per starbucks che per questi stronzi.</p>
<p>Foto di &#8211; Henri Cartier Bresson</p>
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		<title>RIFLESSIONE  SU SONAR E I SUOI GIOVANI REDATTORI E, OVVIAMENTE, SUL PAESE E IL TERRITORIO NEL NOSTRO TEMPO STORICO</title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2010/09/riflessione-su-sonar-e-i-suoi-giovani-redattori-e-ovviamente-sul-paese-e-il-territorio-nel-nostro-tempo-storico/</link>
		<comments>http://www.sonarweb.it/2010/09/riflessione-su-sonar-e-i-suoi-giovani-redattori-e-ovviamente-sul-paese-e-il-territorio-nel-nostro-tempo-storico/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 07:20:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Michele Fumagallo Prima parte I giovani redattori di questo sito mi hanno chiesto di concludere la mia collaborazione  con una riflessione sul primo anno di vita di Sonar, e,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di Michele Fumagallo</p>
<p style="text-align: justify;">Prima parte</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/09/marilyn_monroe_.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-936" title="marilyn_monroe_" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/09/marilyn_monroe_-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>I giovani redattori di questo sito mi hanno chiesto di concludere la mia collaborazione  con una riflessione sul primo anno di vita di Sonar, e, quindi, un dialogo con loro.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dopo un primo tempo di partenza entusiasta del blog, l&#8217;esperienza si è alquanto inceppata. Qualcuno pensa che io possa dare una mano a trovare la matassa di questo inghippo. E&#8217; molto difficile che io possa farlo. Ma tant&#8217;è.</p>
<p style="text-align: justify;">Provo almeno a produrre una discussione che in ogni caso servirà innanzitutto a me per capire un pezzo di realtà, intendo la gioventù in questo periodo storico, da cui sono in genere estraneo per cultura e posizioni politico-sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Appartengo a una generazione che considera la gioventù (se esiste come categoria sociale, e in parte sì che esiste) per definizione ribelle. Non riesco a considerare socialmente la gioventù che sotto questo aspetto. Al di fuori, è un po&#8217; come se per me non esistesse socialmente. Fatti salvi ovviamente i rapporti umani che invece, grazie a dio, esistono indipendentemente dall&#8217;intervento nel sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In questa breve riflessione spero però di evitare di elencare minuziosamente i difetti del blog e delle persone che ne fanno parte. Sarebbe non solo ridicolo ma fuorviante perché cancella la questione centrale del passaggio d&#8217;epoca che è fondamentale per capire anche le incongruenze personali.<span id="more-935"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In questi mesi di collaborazione con Sonar ho cercato di discutere del blocco sociale e politico in cui viviamo (ovunque, non solo nella nostra Alta Irpinia). Un blocco pericoloso perché produce una stagnazione sociale. E lo stagno, com&#8217;è noto, inquina l&#8217;acqua</p>
<p style="text-align: justify;">Ma da cosa è stato prodotto questo blocco?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Da tante cose che qui è difficile raggruppare per motivi di spazio (però se ne può parlare nel corso del dibattito). Mi limito a segnalarne una, la principale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il progresso messo in atto nel dopoguerra è venuto in crisi già da alcuni anni, ma, mentre tutti pronunciano spesso la parola crisi a vanvera, perché rinchiusa nel recinto asfittico della cosiddetta economia, pochi sono consapevoli che viviamo una crisi sociale di non ritorno.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Senza un nuovo progresso, che nasce solo dal protagonismo delle masse popolari e povere (la gioventù è spesso dentro questa povertà fino al collo), sarà difficile riprendere a vivere con speranza, la stessa che ha vissuto la generazione che ha dato vita, appunto, al progresso post-seconda guerra mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Invece assistiamo alle ipocrisie e alle sirene della “crescita” dentro il vecchio progresso che, invece di essere smantellato, selezionando ovviamente il buono che ha prodotto ma correggendo altrettanto ovviamente i danni, viene addirittura rinforzato. Direi <em>disperatamente </em>rinforzato.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tutte le classi dirigenti (politiche, economiche, religiose) sono invecchiate e resistono nei loro fortilizi, nelle istituzioni che vengono ulteriormente svuotate delle loro finalità positive (quelle che ce l&#8217;hanno, perché alcune istituzioni sono da abolire) e ridotte a scatole vuote.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per questo viviamo la situazione tipica delle crisi di passaggio quando nessuno è più capace di vivere nella storia e inventare un futuro e si abbarbica al passato producendo discorsi antichi, afasie, linguaggi morti, insomma persone malate che non sanno produrre più speranza.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Purtroppo non ci sono forze organizzate (se non persone singole, o gruppi sconosciuti, che operano nell&#8217;underground) in grado di sferrare l&#8217;attacco al passato (tutto, da quello remoto a quello più recente). E di sferrarlo nel modo più intelligente, cioè recuperando tutto il buono della vecchia storia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per questo sguazziamo nello stagno ammalandoci ogni giorno di più.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Fuori dalla storia, cioè fuori dai processi che preparano il futuro e la sua speranza, si muore.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per questo le parole della politica (ufficiale) sono false.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo le parole dell&#8217;economia (ufficiale) sono false.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo le parole della religione (ufficiale) sono false.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">E aggiungo, scusandomi per le ripetizioni:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per questo le parole dei “militanti” della politica ufficiale sono  stantie: come potrebbe essere altrimenti per seguaci di tali classi dirigenti?</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo le parole degli intellettuali delle scuole economiche sono ipocritamente ridicole: e come potrebbe essere altrimenti per i servi delle “scienze” astratte?</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo le parole dei “fedeli” delle chiese sono bugiarde: e come potrebbe essere altrimenti per seguaci di tali decrepite organizzazioni?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il progresso del dopoguerra ha avuto molte crisi ma nessuna uguale a quella che stiamo vivendo. E&#8217; la differenza che passa tra la crisi di crescita e la crisi di passaggio d&#8217;epoca.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La crescita, cioè il continuo e anarchico accumulo economico e sociale di beni, per quanto mi riguarda, penso sia terminata. C&#8217;è la strada di una “nuova” crescita, o meglio di un nuovo progresso, che può però venire soltanto dalla critica e dall&#8217;attacco al vecchio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questo è il punto decisivo che fa da discrimine con tutte le ideologie <em>progressiste</em> (malate) che circolano nel mondo attuale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Non è un caso che, per stare alla nostra Italia, tutti i governi falliscono miseramente i loro obiettivi. Proprio perché non capiscono la natura della crisi che è di sistema, non contingente.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Che fare nel nostro mondo, o almeno nella nostra Europa, non è semplice dirlo, né tanto meno cominciare a metterlo in pratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Però si può, anzi si deve, ricominciare. Con la saggezza di capire che non si inizia mai d&#8217;accapo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Si tratta di ripensare ai principi cardine della nostra vita associata, partendo dal buono che la vecchia storia ci ha lasciato.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">A partire dai principi antiautoritari della lotta al nazifascismo da cui sono scaturite anche carte costituzionali in questi 65 anni di dopoguerra.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per proseguire sulla strada della partecipazione di massa all&#8217;elaborazione democratica, quindi con una nuova centralità sociale, base di ogni agire politico autentico e progressivo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per continuare con l&#8217;elaborazione di una nuova concezione del conflitto che ritorni ad essere il sale della democrazia. Governare le contraddizioni in cui viviamo non è facile ma dobbiamo farlo perché è l&#8217;unica vita che abbiamo e si fonda (sempre) sulle contraddizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Esempio: guerra e pace stanno insieme e non è possibile cancellare né l&#8217;una né l&#8217;altra, anzi le persone sagge e sensibili sanno che l&#8217;una è in funzione dell&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">La pace, cioè la scelta positiva, è preparata dalla guerra, sempre, persino in senso lato e metaforico.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Altro esempio: merda e bellezza stanno insieme e non è possibile cancellare né l&#8217;una né l&#8217;altra, anzi l&#8217;una sta in funzione dell&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">E si potrebbe continuare con tantissimi altri esempi di “contraddizione” positiva.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ritornare alle masse popolari, che reggono sulle loro spalle il sistema, è l&#8217;altro principio categorico, senza cui nulla, cioè nulla di buono, è possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Senza la classe operaia diffusa e senza le masse femminili (i due soggetti forti del cambiamento, come ho ripetuto fino alla noia nei miei scritti su Sonar) è vano ogni ragionamento, nel senso che è ragionamento di privilegiati e di oppressori. E non mi riguarda.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nella nostra Europa, poi, viviamo la crisi tipica del blocco e della difesa “disperata” (privilegiata, d&#8217;accordo, ma senza futuro, quindi disperata) delle vecchie classi dirigenti che stanno lì essenzialmente “a guardia del passato”. Ma qui rimando a cosa ho scritto su questo sito nei mesi scorsi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ma come si riflette la crisi nel nostro territorio, parlo della nostra Alta Irpinia e di Nusco?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Forse peggio che altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per tante ragioni. Ne elenco alcune.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">1)    La dispersione delle vecchie municipalità in tanti rivoli (i vecchi Comuni dei vecchi paesi che da tempo hanno perso la loro identità e la loro ragione di esistenza come istituzione) non fa capire nulla del presente e del futuro. Restare abbarbicati ai vecchi Comuni diventa sempre più una tragedia. Non capirlo, cioè non capire l&#8217;urgenza del Nuovo Municipio (la larga fascia dei paesi delle nostre montagne unificati e governati da una nuova istituzione, vedere anche su questo ciò che ho scritto nei post di questo blog) espone non solo alle assurdità e ai problemi del presente ma anche a tragedie del futuro ben più grandi.</p>
<p style="text-align: justify;">2)    L&#8217;identità è un fattore di progresso indispensabile. E&#8217; come l&#8217;alfabeto per parlare, o l&#8217;affetto per aver fiducia nella vita. Senza non si può vivere, al massimo si può vegetare. L&#8217;identità del paese, di Nusco, nel nostro caso (ma vale anche per gli altri ovviamente),  è finita da molti anni. Non è una tragedia (se il grano non muore non porta frutto, diceva un tale), se uno ne prende atto per sostituire la vecchia identità con una nuova (in questo caso, per quanto mi riguarda, quella dell&#8217;Alta Irpinia). E&#8217; invece una tragedia quando non si prende atto di questo e si rimugina sempre sulle stesse cose producendo persone malate di ripetitività, come i depressi che parlano da soli o i nevrotici che non riescono a dare un senso alle cose, eccetera. La storia di Nusco, per come l&#8217;abbiamo conosciuta, è terminata, e da tempo. Non solo non possiamo farci niente ma, per quanto mi riguarda, va benissimo così. Tocca a noi portare nel futuro il pezzo buono della memoria del passato: il senso del lavoro delle masse popolari in anni lontani e non la tragedia della dipendenza e del clientelismo in anni più vicini a noi;  la lotta per i diritti messa in pratica da minoranze e non l&#8217;acquiescenza al padrone (sociale) o al padrino politico di turno; l&#8217;estetica povera di un tempo e non i rimaneggiamenti e i disastri di una modernità ignorante e malata; e si potrebbe continuare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ribadisco: la nuova cosa che deve nascere sarebbe mostruosa se la vecchia identità venisse del tutto cancellata.</p>
<p style="text-align: justify;">3)    Quello che vale per l&#8217;identità municipale vale per l&#8217;identità nazionale che è andata in frantumi da molto tempo, e non solo per responsabilità della Lega Nord che ha magari qualche punto a suo favore sul piano dell&#8217;onestà intellettuale, ma per responsabilità di tutti che non hanno saputo opporre alla globalizzazione (capitalistica) montante una visione diversa della nazione mantenuta in piedi ma nello stesso tempo ridimensionata a Regione di un nuovo Stato Europeo federale (nuova identità anche qui).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per Nusco mi limito a dire, anche qui rimandando ai primi post scritti sulla rubrica di Sonar, due cose.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La prima è che le tragedie del paese hanno una radice nelle classi dirigenti che l&#8217;hanno governata da ormai 50 anni. E&#8217; lì l&#8217;origine di tante cose: il cambiamento urbanistico non all&#8217;altezza di quello che Nusco poteva fare per salvaguardare il passato e proiettarsi nel futuro (vedo vecchie fotografie sui muri del paese che sono, magari involontariamente, uno schiaffo a classi dirigenti incapaci a dispetto del potere eccessivo che hanno avuto); il cambiamento civile in funzione di autonomia in gran parte fallito (la probabile chiusura dell&#8217;ospedale di Bisaccia e il ridimensionamento di quello di Sant&#8217;Angelo dei Lombardi, ma si potrebbero elencare tante altre cose, è la spia del fallimento di quella classe dirigente); la ripresa dell&#8217;emigrazione anch&#8217;essa figlia della mancanza di autonomia del territorio e delle persone; e si potrebbe continuare.</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi il fallimento del gruppo che ha guidato i destini del paese (Ciriaco De Mita, per intenderci) sta nel non aver liberato le persone dalla dipendenza ma al contrario averla ulteriormente alimentata. Oggi (ma già da molto tempo per la verità) se ne vedono i frutti amari.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tra i frutti amari c&#8217;è nell&#8217;ultimo anno anche la barzelletta dei nuovi amministratori. Una cosa penosa. Su cui non c&#8217;è altro da aggiungere a quello che ho detto alcune volte anche sulla rubrica di Sonar.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Si può soltanto sintetizzare ulteriormente la cosa così: nel tempo (parlo sempre degli ultimi 40/50 anni), gruppi interni alla vecchi DC (finti oppositori di Ciriaco De Mita) e gruppi esterni (oggi il Pd e altri sparsi di partiti opposti) non hanno mai prodotto che culture o sottoculture subalterne alla vecchia classe dirigente democristiana demitiana. Una certa autonomia a Nusco la si può soltanto cercare in anni lontani in pezzi minoritari o isolati della sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tuttavia occorre interrogarsi non solo sulle misere classi dirigenti ma sul perché la società civile è così inesistente, così supina, insomma così colpevole. E qui, io non posso che ricordare, in una società cattolica e mutuando quindi dal linguaggio biblico, che il cambiamento marcia insieme al riconoscimento dei propri errori (dei propri “peccati”, sempre secondo quel linguaggio).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Seconda parte</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; dentro questo quadro che si opera, e che quindi opera anche un piccolo blog come quello di Sonarweb e i giovani che l&#8217;hanno messo in piedi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Prescindere dal tempo storico che viviamo nel mondo e nella nostra Europa, così come prescindere dal tempo storico di crisi che vive la nostra nazione (ex) e la nostra Alta Irpinia, non è possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per questo ho sempre detto ai giovani di Sonar che le crisi che li attraversano anche in questo piccolo gioco mediatico sono senz&#8217;altro anche soggettive e di capacità soggettiva, ma sono dentro una crisi più generale da cui non si può prescindere.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Come ricostituire la speranza a Nusco (cioè in un piccolo pezzo del Nuovo Municipio) è l&#8217;imperativo categorico che deve accompagnare tutti, ovunque essi siano collocati, quindi anche i redattori di Sonar.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Senza questo imperativo non c&#8217;è futuro per nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dipendesse da me, mi batterei per il massimo di discussione possibile, per il massimo di conflitto possibile, per il massimo di democrazia possibile. E partendo, ovviamente, dagli “ultimi” (i giovani sono spesso gli “ultimi”).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">E mi sforzerei di produrre qualche idea grande giacché senza le cose grandi, le piccole non camminano né hanno senso alcuno.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ne ho già parlato ma la ricapitolo: la lotta per una nuova identità altirpina che porti nel futuro il pezzo buono della vecchia identità nuscana del passato è la stella polare che dovrebbe guidare tutti (avrebbe già dovuto guidare tutti da tempo, i ritardi si pagano).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il Nuovo Comune non è difficile come vogliono farci credere i soliti reazionari “nonsipuotisti”. Produrre una piccola costituzione (o statuto che dir si voglia) che crei una nuova istituzione democratica (salvaguardando quindi in parte il passato dei vecchi municipi) è fattibilissimo e bisognava farlo già da alcuni anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Se si svilupperà il dibattito potremo discuterne meglio e scendere nel concreto.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Intanto, che fare a Nusco, “quartiere” del nuovo municipio dell&#8217;Alta Irpinia?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Alcune cose essenziali, per esempio queste:</p>
<p style="text-align: justify;">1)    un riordino dell&#8217;urbanistica, con particolare riferimento al centro storico. A Nusco, vedere anche su questo i miei primi scritti su Sonar, si è persa una grandissima occasione quindici anni fa, quando si iniziò davvero a progettare il futuro del suo centro storico e di tutto il resto (“centro storico-sentieri”, con tutti i contenuti dentro, era la parola d&#8217;ordine del nuovo assetto del paese in un territorio più vasto di appartenenza). Manipolare quel progetto ha fatto perdere al paese la sua bussola e in più ha ulteriormente distrutto alcuni pezzi del suo centro storico (l&#8217;ex edificio scolastico, i lavori assurdi e inutili, l&#8217;allontanamento ulteriore del vecchio centro dal nuovo nel lavoro incredibile  che ha sostituito il ponte. E si potrebbe continuare ricordando l&#8217;indifferenza, o peggio, per alcuni lavori artigianali rinati (pietre, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">2)    il rilancio turistico (e non) della ferrovia Rocchetta-Avellino, con i rapporti assolutamente essenziali con la Puglia e la Basilicata, spia dell&#8217;autonomia del territorio e all&#8217;inverso dell&#8217;oppressione di classi dirigenti conformiste, subalterne all&#8217;area napoletana, e ormai pericolose.</p>
<p style="text-align: justify;">3)    la concentrazione (ossessiva, direi) sul nuovo artigianato e la nuova agricoltura. Due punti oggi principali e irrinunciabili per il futuro: la misura del nuovo (e vero) progresso passa da lì.</p>
<p style="text-align: justify;">4)    la messa in ordine dell&#8217;area industriale in tutti i sensi, produttivo e di controllo della salute. Senza ricatti e senza piagnistei sul lavoro che si perde. Meglio perdere un lavoro già segnato dalla sua morte e investire in altri lavori che stare lì a logorarsi o a farsi sfruttare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Che dire infine ai giovani redattori di Sonar?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Liberarsi, alcuni ne sono prigionieri, dall&#8217;impersonalità e dai retaggi scolastici. Affrontare il mondo partendo da sé, dalle proprie esperienze, senza farsi ingabbiare nell&#8217; “oggettività scientifica” che non esiste e produce soltanto persone senza autonomia, senza senso di sé e quindi degli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Partire da sé significa mettersi in gioco davanti agli altri, non aver paura di dire la propria, non aver paura di mostrarsi fragili (lo siamo tutti, ed è la nostra forza).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per questo l&#8217;impersonalità scolastica (parlare astrattamente, partire da cose “oggettive” che invece non esistono, sottomettersi alla logica “neutra” di una scienza inesistente) va liquidata come educazione sbagliata, “sottomessa” a cliché, quindi del tutto filo-”padronale” in senso lato.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Penso che per i redattori di Sonar valga quello che vale per tutti in questo periodo: riconquistare la prima autonomia che è quella del pensiero personale, per poi affrontare in modo del tutto nuovo il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nel mio ultimo post scrivevo:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Primo: spalancare i cervelli”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Secondo: fuggire dalla casa dei morti”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Potrei aggiungere oggi in altro modo questo:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>“Primo: attrezzarsi con armi adatte”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Secondo: cominciare a mettersi in posizione di tiro”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Terzo: prendere bene la mira”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ma per “sparare” su cosa?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma sul passato, remoto e recente, ovviamente!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Un  abbraccio</p>
<p style="text-align: justify;">Michele Fumagallo</p>
<p style="text-align: justify;">p.s.: dovrebbero andare nei prossimi giorni, sotto l&#8217;intervista video a lato sul nuovo municipio, i sei brevi interventi che completano la cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina Marilyn Monroe</p>
]]></content:encoded>
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		<title>PRIMO: SPALANCARE I CERVELLI SECONDO: FUGGIRE DALLA CASA DEI MORTI</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 08:58:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo Leggo su di un quotidiano questa bella opinione del musicista Frank Zappa: “La mente umana è come un paracadute: funziona solo quando è aperta”. Ottima affermazione, utile...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michele Fumagallo</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/06/OverTheTown-di-Marc-Chagall.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-926" title="OverTheTown di Marc Chagall" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/06/OverTheTown-di-Marc-Chagall-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></a>Leggo su di un quotidiano questa bella opinione del musicista Frank Zappa: “La mente umana è come un paracadute: funziona solo quando è aperta”. Ottima affermazione, utile per questo mio ultimo post di collaborazione da “ospite illustre” a Sonar.</p>
<p style="text-align: justify;">Un post in cui mi voglio divertire un po&#8217; a fare l&#8217;oracolo, sperando di essere scusato per la presunzione.</p>
<p style="text-align: justify;">In un periodo di trapasso storico (questa è l&#8217;epoca che viviamo, secondo me), punto decisivo per chi vuol entrare nel futuro è un cervello spalancato, aperto a tutte le idee, che vuol dire aperto al massimo di democrazia possibile.<span id="more-925"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Spalancare il cervello significa quindi prepararsi alla liberazione da ogni forma di dipendenza, di conformismo, di democrazia minima e opportunista che prepara la strada alle degenerazioni dittatoriali o similari.</p>
<p style="text-align: justify;">Un cervello aperto a ventaglio è anche la miglior risposta alla crisi generale, non solo economica, che ci perseguita.</p>
<p style="text-align: justify;">Una medicina naturale, non c&#8217;è dubbio, punto di partenza per guardare il mondo con occhi nuovi.</p>
<p style="text-align: justify;">Figlio del primo “comandamento” è sicuramente il secondo: quando si guarda il mondo con occhi nuovi, il primo ostacolo che appare davanti è l&#8217;ombra della morte che abita il vecchio mondo. E immediatamente si sente il bisogno di liberarsi delle vecchie cose, di fuggire dalla “casa dei morti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Chissà se saremo capaci di fare questo (ma, al contrario, saremo tutti “perduti”), di mescolare questi due principi fondamentali per affrontare in modo adeguato il futuro che sta davanti a noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Chissà se nella nostra beneamata Alta Irpinia, luogo dell&#8217;Italia e dell&#8217;Europa come non mi sono stancato di ripetere a mo&#8217; di slogan e progetto politico per il futuro, non nasca un movimento sociale e politico (il sociale anteposto al politico non è casuale) che faccia di questi due principi uno slogan (sì, slogan) nuovo per ritessere una tela egualitaria da molto tempo smarrita. E del resto, qualcuno mi sa dire che cosa esiste di qualitativamente valido, oltre la lotta per l&#8217;uguaglianza?</p>
<p style="text-align: justify;">Chissà, infine, se nella nostra depressa Alta Irpinia saremo capaci di liberarci davvero dalla prigione della (sotto) cultura clientelare.</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa è certa: la coppia di principi del titolo di questo mio breve intervento è un vaccino formidabile per iniziare una strada davvero nuova.</p>
<p style="text-align: justify;">P. S. :Adesso che sono finalmente finiti i miei diciotto interventi concordati, cioè i fatidici sei mesi dilatati a quasi il doppio per il funzionamento altalenante di Sonar, e in attesa di una considerazione “finale” tra me e i giovani della redazione che apparirà prossimamente sul sito oltre alle sei mie piccole interviste che completeranno il video sul nuovo municipio (con qualche correzione del primo video che appare a lato), la cosa da aggiungere è che, nonostante l&#8217;altalena di euforia e crisi del gruppo di Sonar, tipica della nostra epoca del resto, mi sono divertito.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni anni fa snobbavo i blog. Poi, già col sito della Comunità Provvisoria provai due anni fa un divertimento nello scrivere e nel dibattere con i lettori, che non avevo calcolato. Oggi, con Sonar, ho provato la stessa cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Assicuro ai giovani della redazione, da cui mi divide quasi tutto a partire dalle cose importanti e radicali, che aver convinto uno come me (intendo un rompicoglioni come me) ad essere ospite, sia pure “illustre”, è un merito soprattutto loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Un motivo in più, forse, per continuare, o provare a continuare (non è bene andare avanti in atmosfera agonica), questa esperienza, naturalmente rilanciandola.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina: Over the town  di Marc Chagall</p>
]]></content:encoded>
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		<title>CELLULA ARTIFICIALE: PROGRESSO O DELIRIO D’ONNIPOTENZA?</title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2010/06/cellula-artificiale-progresso-o-delirio-d%e2%80%99onnipotenza/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 08:54:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Gianpaolo Faia Recentemente, in un laboratorio degli Stai Uniti, nell’istituto di Craig Venter, è stata creata la prima cellula artificiale, controllata da un dna sintetico e in grado di...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di Gianpaolo Faia</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/06/I-futuristi-di-Mario-Schifano.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-923" title="I futuristi di Mario Schifano" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/06/I-futuristi-di-Mario-Schifano-300x281.jpg" alt="" width="300" height="281" /></a>Recentemente, in un laboratorio degli Stai Uniti, nell’istituto di Craig Venter, è stata creata la prima cellula artificiale, controllata da un dna sintetico e in grado di dividersi e moltiplicarsi proprio come i batteri comuni. Un grande passo per la scienza e l’umanità: ma verso quale futuro?</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente la questione ha suscitato le più disparate reazioni, sia dal punto di vista scientifico che etico, evidenziando la differenziazione delle opinioni riguardo le ripercussioni che tale scoperta inevitabilmente porterà.</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile dire che le applicazioni di tale scoperta sono molteplici, e potrebbero essere volte sia alla conservazione che alla distruzione dell’uomo stesso.<span id="more-922"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, poniamoci una domanda: la creazione della cellula sintetica può definirsi un atto creativo? La risposta non è così scontata. Dal punto di vista religioso, certamente no: è solo Dio (di qualsiasi religione si tratti), e non l’uomo, ad avere il potere della creazione. Scientificamente, invece, la questione è più complessa: per creare questa cellula, se n’è svuotata una già esistente in natura del suo dna, immettendone nell’organismo uno sintetico… si è creata una nuova forma di vita, certo, ma partendo da un’altra forma di vita preesistente. Ma non è uno dei dogmi della scienza il fatto che, in natura, “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”? Quindi, seguendo tale logica, nel mondo contingente non esiste universalmente un atto squisitamente creativo, ma solo trasformativo, in quanto l’universo stesso è permeato di materia ed energia che, trasformandosi, danno luogo a tutti i fenomeni chimici, biologici, magnetici ecc. conosciuti. Anche la morte scientificamente non è che un passaggio da un certo stato e composizione della materia ad un altro. Cosa che invece cozza con qualsiasi dogma religioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo le applicazioni della cellula sintetica, come dicevo possono essere le più disparate.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei sogni di Venter (scienziato responsabile dell’istituto) è quello di creare batteri in grado di fornire biocarburanti e capaci di ripulire l’ambiente dall’inquinamento (ad esempio, creare batteri mangia-petrolio). Questo tipo di applicazione sarebbe encomiabile, oserei dire determinate per il futuro dell’umanità e del pianeta Terra stesso, vessato com’è dalle continue modificazioni forzate dell’uomo e dall’inquinamento da esso prodotto (radioattività, smog, sostanze tossiche ecc.). Si potrebbe aprire un nuovo capitolo per la nostra esistenza e quella di tutti gli esseri viventi: immaginate una fonte energetica naturale, che non rilascia inquinamento, che svolta epocale sarebbe? Oppure, immaginate la possibile creazione di un microorganismo programmato per debellare malattie per ora incurabili o di difficile guarigione quali tumori, leucemie, hiv ecc.?</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte prospettive interessanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Di contro, però, l’applicazione di tale scoperta potrebbe essere devastante, se sfruttata in modo malevolo. Si potrebbe tranquillamente creare un batterio in grado di decimare la popolazione del pianeta in brevissimo tempo. Il terrorismo potrebbe</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">contare su una risorsa drammaticamente efficace, utilizzando mirati attacchi biologici; governi malati potrebbero creare organismi in grado di attaccare soltanto determinati ceppi etnici… immaginate un’arma del genere in mano ai nazisti? Il mondo sarebbe finito da un pezzo!</p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente, non credo che la scienza debba avere paletti estremi: credo che l’unico freno debba essere il rispetto della vita, di qualsiasi forma di vita, e il rispetto del nostro prossimo. Seguendo tali direttive, certamente le applicazioni di qualsiasi scoperta o invenzione sarebbero unicamente volte al benessere dell’umanità e del pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo però non sempre è così, anzi: Hiroshima e Nagasaki insegnano.</p>
<p style="text-align: justify;">In Copertina:  I futuristi  di Mario Schifano</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Virgina ascolta la musica seduta sotto il portico</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 08:41:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gente di questo pianeta (osservazioni metropolitane)]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Mariacristina Costanza Ogni volta che piove è la stessa storia. È diventato un rito ormai: siedo per ore sotto il portico di casa ad ascoltare i nostri vecchi dischi....]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Mariacristina Costanza</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/06/foto-di-Ellen-von-Unwerth.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-919" title="foto di Ellen von Unwerth" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/06/foto-di-Ellen-von-Unwerth-206x300.jpg" alt="" width="206" height="300" /></a>Ogni volta che piove è la stessa storia. È diventato un rito ormai: siedo per ore sotto il portico di casa ad ascoltare i nostri vecchi dischi.</p>
<p style="text-align: justify;">Una semplice consolazione oppure un modo molto semplice di richiamare a me una sensazione che, da quando Mattia è andato via, mi manca troppo.Che cosa strana perdere un pezzo di sé eppure continuare a vivere. È come svegliarsi e scoprirsi senza un braccio, senza una mano. Vai avanti, vivi, respiri, mangi ma per quanto tu non voglia sentirlo quella mancanza resta lì. Sempre.Per mesi e mesi dopo la sua morte non avuto la forza di spostare alcun oggetto, né di cambiare la biancheria o le lenzuola al letto, né di spostare i mobili in casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Temevo che il ricordo mi potesse sfuggire di mano e anche lui mi avesse potuto lasciare da sola.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Come avrei fatto a vivere senza nemmeno il ricordo? <span id="more-918"></span></em></p>
<p style="text-align: justify;">Per lungo tempo dopo la sua morte, mi sono cullata nella ritualità di un mondo che non esisteva più se non dentro di me e forse resisteva in un ultimo solitario baluardo: questa casa vicino al mare.</p>
<p style="text-align: justify;">La mattina mi svegliavo e posavo lo sguardo sul suo cuscino, cercando di immaginare che giornata sarebbe stata per lui, ovunque fosse. Pensavo alla materia a cui apparteneva, alla sua forma, ai suoi occhi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cosa staranno vedendo i suoi occhi in questo momento</em></p>
<p style="text-align: justify;">Appena alzata, percorrevo il corridoio. Camminavo fino alla porta del suo studio e poi la aprivo. Restavo un attimo lì sulla porta a guardare che tutto fosse dove l’avevo lasciato il giorno precedente e quello precedente ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono capace di dire per quanti giorni ho fatto lo stesso tutte le mattine. Trascorsa quella pausa sulla porta, mi avvicinavo alla scrivania. Con lo sguardo, e poi con le dita, sfioravo le sue parole, quelle che mi aveva lasciato su fogli buttati sullo scrittoio alla rinfusa. Non ho mai voluto spostarli.</p>
<p style="text-align: justify;">Stavo lì per dieci minuti, tutti i giorni. Certe volte pensavo che dentro di me, nella parte più profonda di me stessa, stessi aspettando qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Trascorsi quei dieci minuti di ritualità, mi preparavo per la colazione e poi, se pioveva in special modo, mi mettevo comoda sotto il portico ad ascoltare Billie Holiday, John Coltrane o Frank Sinatra.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa casa è vuota adesso. E dirlo è una triste ammissione, credo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La prima volta che l’avevo visto, Mattia, portava un maglione rosso. Il rosso gli donava particolarmente. Sarà perché era una persona visibilmente sempre felice. Ci piacemmo da subito. Bastò molto poco per capire che entrambi avevamo voglia di stare insieme quella sera. Stare insieme e non lì, alla festa che Mattia definì <em>la più triste del secolo</em>. Lui ci era andato perché la festeggiata era sua cugina, io perché era un mia collega a scuola di pianoforte. Ma anche io non ne avevo avuto reale voglia. Ero andata così, come dire, per cortesia. Mattia mi sembrò un umano come me in una folla di strani alieni. Scambiammo due parole, ma i nostri sguardi furono molto più eloquenti perché potevano dire quello che per i restanti festeggiati non sarebbe stato bello sentire sul loro conto. Abbandonammo la festa e andammo a casa sua, in questa casa vicino al mare, di cui mi innamorai immediatamente. Me l’aveva mostrata, stanza per stanza, come chi mostra il segreto più prezioso. Mattia adorava questa casa: <em>credi che le case possano avere personalità</em>, mi aveva chiesto. Fu una serata meravigliosa. Fu un vero regalo. Quella notte abbiamo fatto l’amore per la prima volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Più volte Mattia l’aveva chiamata la sua prima volta “proprio”, così la definiva. Me l’aveva detto mentre nuotavamo, un mese dopo che era successo. Mi aveva confessato, tenendomi per le braccia e lasciandomi coccolare dalle onde, che non aveva mai provato prima delle sensazioni del genere. È la <em>comunione di intenti</em>, un termine così tecnico che mi fece ridere, ma che, una volta capito, mi rese felice di quel suo pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Vedi</em>, mi disse, <em>noi stiamo camminando in questo mondo alla stessa velocità. Per questo ci siamo incontrati. La fortuna e la vita hanno voluto che fossimo fianco a fianco, ma noi abbiamo preso il ritmo giusto per andare insieme. Vuoi camminare sempre con me?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Io piangevo già come una stupida dalla seconda parola, non avevo mai sentito qualcuno dirmi delle parole tanto belle e profonde. Poi divenne repertorio, era il suo discorso, la sua riflessione, quella sulle “velocità della vita”. Il discorso è molto semplice: ogni persona corre, nella vita, ad una velocità che ha per nascita e per scelta propria. L’amore succede quando trovi la persona che corre alla tua stessa velocità, perché solo così facendo è possibile stare insieme e continuare a vivere senza doversi costringere a delle rinunce.</p>
<p style="text-align: justify;">L’amore ci ha cambiato, forse non è vero che correvamo già alla stessa velocità. Ma siamo stati sempre bravi a rincorrerci, ad aspettarci l’un l’altro. L’abbiamo fatto per tutti questi cinquanta anni insieme. E non credo sia poco.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quella prima notte in cui i nostri intenti si erano fusi non ci siamo più separati.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco dopo venni a vivere in questa casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso lui non c’è più, ma sono circondata dai ricordi di lui. Ogni angolo di questa casa mi parla di lui. E anche questo portico.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Non riuscivamo a separarsi. È stato un rapporto in cui nessuno dei due riusciva a separarsi dall’altro. Eravamo diventati bravi a fare tutto insieme, anche le mie cose noiose o le sue cose complicate.</p>
<p style="text-align: justify;">Una notte – sarà per sempre impossibile non piangere per questo ricordo &#8211; mi svegliò. Avevamo fatto l’amore e c’eravamo addormentati, letteralmente, l’uno sull’altra nel tepore della nostra pelle. Mi svegliò e mi disse di non andarmene mai più da lì. Io risposi <em>si</em>. <em>Mai più</em>, ribadì. Dissi si con un sorriso luminoso. Sorridemmo e ci rimettemmo a dormire.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu la cosa più naturale del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto con lui è stato così naturale: innamorarsi e lasciarsi amare. Lui mi amava perché avevo sempre voglia di ascoltarlo, io lo amavo perché mi faceva sentire l’unica vita importante su tutta la Terra. Mattia era stato per me la materializzazione di ogni mio bisogno, e allo stesso modo io per lui.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Quando venni a vivere in questa meravigliosa casa sul mare, riempi la mia vita di nuove abitudini, che erano di Mattia, ma a cui mi affezionai subito. La colazione in giardino, la passeggiata al tramonto e poi questa: restare ad ascoltare musica sotto il portico mentre piove.</p>
<p style="text-align: justify;">Non lo confesso, perché non vorrei che mi prendessero per una <em>vecchietta molle e rimbambita</em>, ma io Io so. Lo so che adesso lui è qui, seduto sulla sua poltrona. Solo che non posso vederlo o toccarlo o godere ancora del suo profumo di buono.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Mi sono sentita disperata quando se ne è andato, mi sono arrabbiata con lui senza mai odiarlo, l’ho disprezzato, l’ho cercato senza trovarlo. Ma non ho mai smesso di amarlo e, tuttora non posso fare a meno di venirlo a cercare qui quando piove.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso vivo qui da sola, ho riposto le sue cose, ho ordinato e messo via i suoi scritti, ho imballato i suoi abiti, piano piano, dosando le emozioni, godendomi il secretamento di quei preziosi oggetti. Preziosi per me.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho fatto ognuna di queste cose piangendo milioni di lacrime.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sono lasciata almeno una piccola consolazione in ogni stanza, un oggetto che mi dica che lui è stato qui con me.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho smesso da un po’ le mie abitudini  e miei giri di memoria mattutini.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ma quando piove lo vengo ad incontrare qui.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi siedo al mio posto, poi inspiro la folata di vento più forte che arriva, quella che profuma più di mare.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sembra di sentire il suo odore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci parlo: gli racconto il mio dolore, perché quello che faccio sono sicura che lo veda. Gli parlo per ore delle mie difficoltà, gli racconto quanto mi manca e gli descrivo i miglioramenti che faccio di giorno in giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, sarebbe bello avere una risposta, anche piccola, poterlo tenere fra le braccia per un attimo, sentire il suo odore ancora una volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Se potessi scegliere, vorrei morire così. Qui.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei che Mattia apparisse qui una volta. Qui sulla sua poltrona sgangherata sotto il portico. Vorrei che si alzasse e mi facesse il suo solito numero: si tira in piedi di scatto, si da una sistemata al colletto della camicia, e poi mi chiede galantemente di ballare <em>Solitude</em> di Billie Holiday, la nostra canzone. E poi balla con me.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei fare un ultimo ballo e poi sparire con il mio amore di tutta la vita. Sparire insieme per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Foto  di Ellen von Unwerth</p>
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		<title>Piove merda</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 08:34:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Capone Mi svegliai la mattina, pisciai, bevvi un bicchiere di orzo freddo, scesi giù dalle scale e andai a prendere la macchina. Era diventata marrone. Aveva piovuto per...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Luigi Capone</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/sonar/wp-content/uploads/2010/06/Opera-di-David-LaChapelle.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-916" title="Opera di David LaChapelle" src="http://www.sonarweb.it/sonar/wp-content/uploads/2010/06/Opera-di-David-LaChapelle-235x300.jpg" alt="" /></a>Mi svegliai la mattina, pisciai, bevvi un bicchiere di orzo freddo, scesi giù dalle scale e andai a prendere la macchina. Era diventata marrone. Aveva piovuto per tutta la notte, ed aveva piovuto ceneri di rifiuti industriali, quelli che respiravamo tutti i giorni. Merda dal cielo. Ma il cielo se ne stava li per i fatti suoi fino a che qualcuno non è andato a importunarlo.Entrai in macchina e stesi un po’ il sedile, mi dava fastidio la postura di quella macchina, troppo stretta.Avevo solo avuto un piccolo diverbio con una persona con cui dividevo la casa, quel cacatoio. Si erano spaccati gli oggetti, erano volate madonne e rosari e i vicini bigotti e coglioni avevano chiamato i carabinieri. Ma ero tutto intero.Avevo preso la macchina perché volevo andare da qualche parte, ma non sapevo dove. Non c’era un posto che mi piaceva, la gente la detestavo tutta, e tutte le regioni e le province d’Italia le odiavo, eccetto l’irpinia e la sardegna.L’unico posto dove potevo andare a perdermi era il supermercato, il posto più squallido in assoluto. Parcheggiai in terza fila ed entrai in quello più vicino. <span id="more-915"></span>Mi misi a girare per i corridoi, diretto verso l’angolo degli alcolici. Comprai una buona bottiglia di vino rosso, a prezzo buono, un Montepulciano d’Abruzzo, e mi diressi verso la cassa. La signorina che faceva il conto alla gente in coda mi guardò con uno sguardo robotico, mi diede lo scontrino, si prese i soldi e mi liquidò. Tornai immediatamente a casa e mi stesi sul letto. L’aria fuori era cupa. Il mondo era una fabbrica di sogni infranti, la fabbrica degli aborti, delle piogge acide e nere. Non si poteva scappare, ecco perché ero tornato nella mia stanza a rinchiudermi. Avevo il vino vicino al letto e le canzoni di Vinicio Capossela, Elliot Smith e Jeff Buckley che giravano per la stanza. Era poco, era niente, ma mi bastava.Fuori il cielo si confondeva con l’asfalto, e con le case era un tutt’uno di grigiore infernale, chissà dov’era finito Dio. Non c’era nessun motivo per alzarmi dal letto, nessun motivo per spendere il tempo in altro modo : scommesse, giochi da tavolo, partite di calcio, donne stupide, chiacchierate inconcludenti, videogiochi, cellulari, macchine, vestiti, cene…o cazzate simili.L’aria era vuota, la pioggerellina era sporca e quei cessi…quei cessi… erano sporchi. Quei rifiuti che leggevi negli occhi altrui, l’ennesimo voto contrario. Il mondo non girava per il mio verso e nemmeno per il verso giusto. Era un continuo e perenne riciclarsi di merda, che pioveva dal cielo ed entrava nei nostri discorsi.Quello che pensavo e mi ripetevo era : qui non c&#8217;è nessuno a parte me&#8230;.Non c&#8217;è nessuno, non c&#8217;è nessuno, nessuno, nessuno, nessuno nessuno, nessuno a parte me. Qui non c&#8217;è nessuno, nessuno&#8230;Ero solo.Avevo solo una chiamata da fare a disposizione, e la chiamai. Era a letto pure lei perché stava male. Eravamo in due. Per qualche minuto mi sentii bene. L’oscurità della mia stanza e qualcuno con cui parlare a telefono,almeno.Quando decisi di alzarmi fu perché dovevo andare in un locale a concordare quando avrei dovuto fare la serata del reading “vita da bar”. Arrivai velocemente da Gino, scrostandomi di dosso i pensieri del mio letto, della mia stanza, del mio cranio. Ci mettemmo d’accordo e il pagamento era esiguo come sempre: erano giusto i soldi per ubriacarmi quella sera. Ma si continuava lo stesso a fare serate, nonostante non ci guadagnassi niente : cosa non si faceva per l’arte.Mi estraniai ancora, di nuovo in macchina , l’unico luogo in cui potevo finalmente riordinare i miei pensieri. Troppi! Che mi scoppiasse il cranio! Un cd di Mark Lanegan and the Soulsavers “Kingdom of rain”.Le strade erano piene di tamarri, di mezze checche esaurite, di buffoni di periferia, di idioti, di menomati…Tristi i loro ritrovi con luci da discoteca, e le loro ragazze stupide azzuffarsi come delle galline per qualsiasi cosa.Avevo un altro numero di telefono, e lo utilizzai.Tornando a casa mi fermai in un bar. Andai in quello dove non c’era nessuno. Quello affollato lo scartai a prescindere : era un ritrovo di ragazze che stavano lì solo per farsi guardare, di piccolo borghesi, palloni gonfiati, chi urlava per qualcosa, chi inneggiava a qualcos’altro, chi beveva e si vantava di bere, e quelli erano i peggiori. Anni prima avevo iniziato a capire chi ero io: quello che sta messo lì e non ti parlano, quello che tutto osserva e mai niente cambia, quello che continua a guidare da solo. Quello che sta lì per sè, quello relegato, costretto a guardare, costretto a vagabondare.Due, tre, quattro campari-gin por favor. I soldi erano contati e ben spesi. Il locale stava chiudendo, le cameriere pulivano a terra, raccoglievano le schifezze che i loro clienti gli avevano lasciato. Bevevo nell’angolo, per i fatti miei e guardavo solo il bicchiere e il bancone, curvo.Simbolo della surrealtà, arrivò una macchina che si parcheggiò di fronte alla porta del locale, una mercedes. Scesero dalla macchina quattro tipi tutti imbellettati e una bionda, ubriachi fradici.Iniziarono a parlare con me, a farmi i loro discorsi. A uno di loro una volta avevo dato un passaggio e già mi conosceva di vista. Si muovevano scoordinatamente ridendo, urlando. Il padrone del locale chiuse la porta e restammo chiusi dentro, per non avere noie con gli sbirri. Urlavano, mi volevano parlare di questioni di paese e cazzate simili. La bionda incalzava su di me. C’era da chiedersi che cazzo volevano da un disperato. La testa mi scoppiava. Io non volevo stare in quel posto, era il diavolo che mi ci aveva portato. La bionda a un certo punto si mise ad urlare in arabo, i tipi attorno non so cosa dicevano, ma mandai a fanculo la bionda. Non mi meritavo una compagnia simile. Poi li mandai a fanculo tutti e mi avvicinai all’uscita. Volevo soltanto essere lasciato in pace. Uno cercò di riapprocciare con me ma io reagii male e gli dissi – Vaffanculo banda di idioti teste di cazzo! &#8211; . Uno mi prese e mi scaraventò a terra, qualcun altro iniziò a prendermi a calci. Sentivo solo i calci sui fianchi e sul braccio e provavo a reagire ma senza forze. Appena mi alzai mi fiondai contro uno di loro, un altro mi prese di forza e mi sbattè fuori dalla porta del locale. Mi ritrovai con il culo sul marciapiede. – Vaffanculo di nuovo pezzi di merda ! Diglielo ai tuoi amici che sono dei pezzi di merda! &#8211; . La macchina infangata di merda tossica era li che mi guardava, mi accesi una sigaretta e restai li a guardarla.Qual era il senso per cui mi trovavo lì. Non ero nemmeno sbronzo del tutto e stavo con il culo su un marciapiede. Era il bar sbagliato e puntualmente l’avevo beccato. Litigare con quattro coglioni di periferia non era nemmeno ipotizzabile. Raccolsi i miei pezzi e me ne andai via.</p>
<p style="text-align: justify;">In Copertina Opera di David LaChapelle</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>OSPEDALI IN ALTA IRPINIA, SPIA DELLA DISTRUZIONE DI QUEL PO&#8217; DI AUTONOMIA DEL TERRITORIO</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 09:36:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo Sono ormai anni che continua uno stillicidio a danno dei presìdi della salute in Alta Irpinia. Sono gli annunci continui (e i fatti) sulle chiusure di questo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Michele Fumagallo</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/foto-di-William-Klein.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-907" title="foto di William Klein" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/foto-di-William-Klein-271x300.jpg" alt="" width="271" height="300" /></a>Sono ormai anni che continua uno stillicidio a danno dei presìdi della salute in Alta Irpinia. Sono gli annunci continui (e i fatti) sulle chiusure di questo o quel reparto negli ospedali di Sant&#8217;Angelo dei Lombardi e di Bisaccia. E&#8217; curioso che anche su di una questione, così forte e dirompente, di tutto si parli tranne che dell&#8217;argomento di moda nella nazione: mi riferisco al federalismo, sia in versione malata (leghista) che in quella sana. Eppure tutti si riempiono la bocca con questa parola (tanto di cappello alla Lega che ha saputo far ballare tutti al ritmo delle sue parole), naturalmente pensando e agendo al contrario (non è il caso della Lega). E&#8217; l&#8217;Italia, bellezza, direbbe Humphrey Bogart. Meglio ancora, nel caso che ci riguarda: è il Sud, bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli ospedali di Sant&#8217;Angelo dei Lombardi e Bisaccia sono il frutto di un impegno della vecchia classe dirigente, innanzitutto democristiana. Entrambe le strutture hanno portato queste impronte, o, per meglio dire, questi stigmi.</p>
<p style="text-align: justify;">Qual&#8217;era lo stigma?<span id="more-906"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Era quello classico del clientelismo, sia nel senso strutturale (due ospedali, quando, anche allora, ne era sufficiente uno e fatto meglio), che nel rapporto con l&#8217;opinione pubblica (assunzioni clientelari in tutta la fascia del lavoro, dal portantino agli infermieri ai medici).</p>
<p style="text-align: justify;">Uno stigma che, come un peccato originale, è sempre stato presente nelle strutture e le ha in qualche modo segnate anche in negativo, sia nella qualità dei servizi che nelle risposte alle crisi. Per questo è passato in questi anni quasi tutto sulla testa dei lavoratori interni agli ospedali e dell&#8217;opinione pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono passati i favori ai privati a scapito delle strutture pubbliche, le chiusure dei reparti, gli scandalosi calcoli economici del tutto astratti quanto più volevano essere “neutri”.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la scusa della crisi economica (ma che animale è? l&#8217;economia non esiste, semmai esiste l&#8217;economia politica, quindi una crisi politica) che obbliga ai tagli, eccetera, eccetera, si vendono frottole, frasi fatte, subalternità interessate ai poteri (politici e non) delle grandi e medie classi.</p>
<p style="text-align: justify;">A nulla serve ricordare a una gang di ipocriti che andare ad Avellino invece che a Sant&#8217;Angelo dei Lombardi comporta dei costi assurdi in tutti i sensi, sia per le persone che per l&#8217;organizzazione sociale dei territori.</p>
<p style="text-align: justify;">Una gang curiosa che va dai “realisti” di tutti i tipi (destra, centro e sinistra), che altro non sono che dei servi dei bilanci dell&#8217;economia borghese interessata ai propri privilegi, a quelli che un tempo hanno lottato (si fa per dire, in realtà è stato un impegno facile per classi dirigenti che avevano lo stato in mano) per gli ospedali in Alta Irpinia, e oggi invece si guardano bene dal riproporre lo stesso impegno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono poi i sindaci e gli amministratori dei nostri scalcagnati Comuni, che ci provano a lottare ma lo fanno (quando lo fanno) in modo penoso, senza mai entrare dentro l&#8217;argomento principe della discussione, cioè un rafforzamento dei servizi comuni quindi di un&#8217;istituzione comune (il Nuovo Municipio, di cui vado parlando da tempo anche in questo blog).</p>
<p style="text-align: justify;">E così il rischio è che passi qualsiasi cosa, magari anche un contentino clientelare (siamo sempre lì, alla stessa “cultura”) senza che la questione serva davvero a mutare in senso autonomistico la nostra visione complessiva delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre invece è proprio una questione decisiva come l&#8217;organizzazione delle strutture sanitarie a rimettere al centro una nuova visione dell&#8217;Unione Europea, dello stato nazionale, dell&#8217;autonomia locale.</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa è sicura: il progresso autentico presuppone un andare avanti non indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">La liquidazione delle strutture sanitarie in Alta Irpinia riporta a quarant&#8217;anni indietro il territorio, dando un&#8217;altra botta pesante alla sua già fragile (e clientelare) “autonomia”.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina foto di William Klein</p>
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		<title>IL SUONO E L’IMMAGINE: UN RAPPORTO COMPLESSO</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 09:33:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Gianpaolo Faia In questo post, vorrei analizzare alcuni aspetti riguardanti i prodotti mediali polisensoriali, tipici dell’era moderna, attraverso una piccola analisi teorica del rapporto tra il suono e l’immagine,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di Gianpaolo Faia</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/Pink-Rome-di-David-LaChapelle.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-904" title="Pink Rome di David LaChapelle" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/Pink-Rome-di-David-LaChapelle-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>In questo post, vorrei analizzare alcuni aspetti riguardanti i prodotti mediali polisensoriali, tipici dell’era moderna, attraverso una piccola analisi teorica del rapporto tra il suono e l’immagine, ovvero dell’interazione fra il registro sonoro e quello visivo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’audiovisione non è il mero risultato di una sommatoria semplice di stimolo uditivo e stimolo visivo, di per sé espressioni singole di monodimensionalità, ma al contrario è un risultato unitario che si connota in una multidimensionalità sconosciuta alle singole parti: è proprio il connubio immagine-suono che dà vita a questo nuovo soggetto ibrido dotato di una propria ragion d’essere peculiare alla propria unicità e irripetibilità. Nella percezione cognitiva, i singoli stimoli visivi e sonori perdono i loro tratti di stimoli distinti e vengono inglobati in un “unicum” rappresentato proprio dalla “forma-cinema”, che diviene così un prodotto mediale ad espressione polisensoriale in cui convivono, in dignità paritetica, sia il registro visivo che quello sonoro. Esso presenta, quindi, oltre alla caratteristica dell’immagine, una compartecipazione dei più svariati aspetti legati alla percezione uditiva, rappresentati dai dialoghi, la musica, i suoni “ambient”, gli effetti ecc.<span id="more-903"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il suono (inteso come dialoghi, effetti ambientali) e la musica nel cinema sono fondamentali per caratterizzare quello che viene rappresentato sullo schermo, che acquista una maggiore valenza soprattutto dal punto di vista emotivo (in primis nel caso della musica). Il criterio di riferimento dell’impiego della musica è, quindi, quello di stabilire un rapporto di tipo empatico con ciò che viene rappresentato ed espresso tramite le immagini.</p>
<p style="text-align: justify;">Partendo dal concetto della dimensione temporale del suono, possiamo asserire che le caratteristiche peculiari della percezione uditiva che la differenziano da quella visiva sono la maggior risoluzione temporale e soprattutto l’irreversibilità del continuum temporale. Nel caso di una successione rapida di immagini, il nostro sistema visivo ha notevoli difficoltà di percezione; nel caso invece di una successione rapida di eventi sonori, il nostro sistema uditivo ci permette una ricezione molto più nitida della successione degli input sonori rispetto a quelli visivi. Il ruolo dell’irreversibilità del tempo (carattere distintivo della forma-canzone come di qualsiasi onda sonora, sia essa rumore, voce, effetto ecc.) si denota come un carattere strutturale e strutturante del complesso audiovisivo unitario. E’ il flusso degli accadimenti sonori a fissare la temporalità di tutti gli eventi, anche e soprattutto quelli visivi (dove le immagini non presentano un ordine temporale così definito come quello sonoro, essendo immerse nella dimensione della spazialità), conferendone consequenzialità e nettezza.</p>
<p style="text-align: justify;">La molteplicità delle funzioni della musica e del suono in genere sono palesi in tutte le tipologie di racconto filmico, e per sottolineare questa sua valenza quasi profetica e anticipatrice rispetto al susseguirsi delle immagini-evento, nonché la sua funzione di raccordo e sintesi, è molto interessante l’opinione di Pasolini, il quale sottolineava che “il cinema è piatto, e la profondità in cui si perde, per esempio una strada verso l’orizzonte, è illusoria. Più poetico è il film, più quest’illusione è perfetta. La sua poesia consiste nel dare allo spettatore l’illusione, di essere dentro le cose, in una profondità reale e non piatta (cioè illustrativa). La fonte musicale – che non è individuabile sullo schermo – nasce da un “altrove” fisico per sua natura “profondo”, sfonda le immagini piatte, o illusoriamente profonde, dello schermo, aprendole sulla profondità confuse e senza confini della vita”. Il rapporto osmotico suono-immagine conferisce pertanto quella tridimensionalità che manca alle singoli componenti, sintetizzate in una percezione che diviene onnicomprensiva, e che è proprio la forma ricettiva dello spettatore rapportato ad un prodotto filmico, cinematografico e mediale polisensoriale in genere.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In Copertina Pink Rome di David LaChapelle</p>
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		<title>AUTONOMIA, AUTONOMIA, AUTONOMIA, AUTONOMIA, AUTONOMIA, AUTONOMIA…  (CONTINUATE VOI, ALL’INFINITO)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 10:09:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo Se uno mi chiedesse qual&#8217;è il male del nostro territorio, intendo la nostra Alta Irpinia, e volesse una risposta unilaterale e secca come si fa nei giochi...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michele Fumagallo</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/Dipinto-di-OLaf-Hajek.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-891" title="Dipinto di OLaf Hajek" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/Dipinto-di-OLaf-Hajek-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" /></a>Se uno mi chiedesse qual&#8217;è il male del nostro territorio, intendo la nostra Alta Irpinia, e volesse una risposta unilaterale e secca come si fa nei giochi tra amici, non avrei nessun dubbio a rispondere: il nostro male è la mancanza di autonomia.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente questo vale per tanti altri territori e nazioni, e il rischio è quello della risposta di principio che può escludere tutti i fattori che mettono in risalto una crisi.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece per me tutto si racchiude in quella parola magica, onnicomprensiva della libertà di agire e delle risposte adeguate ai bisogni della nostra libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">E, infatti, non c&#8217;è alcun dubbio che se non si prende in mano il proprio destino, innanzitutto sul piano personale e “mentale” (si chiamava “presa di coscienza” una volta), non c&#8217;è speranza di raggiungere una libertà matura.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma l&#8217;autonomia è la parola cardine per tutti, innanzitutto per i soggetti forti del cambiamento, cioè la “classe operaia diffusa” del lavoro dipendente e il mondo femminile. Ma vale anche per tutti gli altri soggetti, forse meno forti ma comunque decisivi nel gioco sociale: giovani e anziani, per esempio.<span id="more-890"></span></p>
<p style="text-align: justify;">E vale per le istituzioni, la cui vitalità si misura proprio dal punto di vista del gioco delle reciproche autonomie.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza autonomia del mondo femminile non ci può essere nessun cambiamento sociale degno di questo nome. Se le donne non prendono in mano il destino del mondo (del loro mondo innanzitutto) e gli danno una loro impronta o “linea guida”, non c&#8217;è speranza. Voglio dire che non c&#8217;è speranza per le persone (tutte, a partire dai maschi) che aspirano a una libertà e a una vita degna di questo nome.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la “classe operaia diffusa” del nostro mondo atomizzato non guarda innanzitutto in se stessa e prende in mano i destini di tante cose, a partire da quella cosa opaca che si chiama “economia” e la trasforma in quella cosa chiara che invece si chiama “economia politica”, non guiderà mai i processi sociali e sarà sempre in preda allo sfruttamento, comunque camuffato.</p>
<p style="text-align: justify;">Se i giovani non rivendicano una loro autonomia di giudizio, quindi una ribellione verso il mondo adulto genericamente inteso (dai padri ai poteri di ogni tipo), si preparano a un futuro di dipendenza e di sfruttamento. Oppure, per i “fortunati”, un futuro di sfruttatori, cioè di “morti che camminano” (si chiamano zombie, nella fantasia artistica).</p>
<p style="text-align: justify;">Se gli anziani non rivendicano la loro autonomia di soggetto fortissimo (e non debolissimo, come si usa adesso che le cose hanno preso il sopravvento sulle persone), con un “dominio” sul mondo che tutti (tutte le persone libere) si aspettano da chi ha avuto la fortuna di vivere a lungo e quindi acquisire una saggezza, saranno “morti” anzitempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che vale per i soggetti sociali, poi, vale anche per le istituzioni. Le nostre istituzioni in crisi (una crisi nascosta da un ottimismo di maniera che nessuno mette in discussione) hanno bisogno, per rinnovarsi, di un tragitto di autonomia: cioè un gioco collettivo di reciproche autonomie tra istituzioni della stessa “casa madre”. Altrimenti non se ne esce, o meglio se ne esce nel modo peggiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, in conclusione, l&#8217;autonomia è la conquista dell&#8217;Alfabeto (mi permetto la maiuscola). Che non è ancora il Racconto o Romanzo (anche qui, maiuscola) che ognuno deve “scrivere” nella propria vita, ma le lettere indispensabili per farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza, c&#8217;è il futuro dipendente e sfruttato, già da tempo ormai sempre più insopportabile.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina  Dipinto di Olaf Hajek</p>
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		<title>DUE PESI, DUE MISURE (CALCIOPOLI ATTO SECONDO)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 10:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Gianpaolo Faia In questo post vorrei soltanto riportare degli aneddoti curiosi. Conoscerete bene ormai l’argomento in questione, quello di Calciopoli, argomento sul quale si è detto di tutto di...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di Gianpaolo Faia</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/Misicisti-di-Olaf-Hajek.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-887" title="Misicisti di Olaf Hajek" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/Misicisti-di-Olaf-Hajek-300x298.jpg" alt="" width="300" height="298" /></a>In questo post vorrei soltanto riportare degli aneddoti curiosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Conoscerete bene ormai l’argomento in questione, quello di Calciopoli, argomento sul quale si è detto di tutto di più. Bene, vorrei evidenziare alcuni aspetti “casualmente” ritenuti non rilevati o sottovalutati dalla maggior parte dei media, anche e soprattutto per sfatare dei luoghi comuni.</p>
<p style="text-align: justify;">“Moggi truccava le partite e parlava con gli arbitri tramite schede svizzere che acquistava in esclusiva, ed era solo lui a farlo”; ok, volendo dare per buona tale affermazione (che invece non può essere comprovata, causa mancanza di prove e assoluzione nel processo penale degli arbitri indagati), dovremo almeno fare un appunto: Moggi NON era l’unico a possedere queste famose schede. Sapete perché? Perché, in un’udienza del processo in corso a Napoli, il De Cillis (il fornitore delle suddette schede) ha affermato sotto giuramento (in un processo penale, ricordiamolo), seppur con una strana riluttanza, che Moggi non era l’unico a servirsi da lui. Sapete chi sono gli altri acquirenti di tali schede? Dirigenti di varie squadre di calcio. E sapete quale nome salta fuori? Quello di Marco Branca, il puro e onesto dirigente dell’Internazionale F. C.<span id="more-886"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ora mi chiedo: come mai di questo fatto si sa poco o niente? Come mai per l’accusa le schede “brancaleoniche” non sono rilevanti e quelle moggiane si? Mmm… strano questo, non vi pare?</p>
<p style="text-align: justify;">Altra disinformazione: si sbandiera ai quattro venti che Moggi ha chiuso in uno sgabuzzino l’arbitro Paparesta: falsità comprovata nel processo che ha scagionato Paparesta da tutte le accuse.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la dirigenza interista spergiura che non ha mai avuto contatti con arbitri (arbitri! Un nome: De Santis, contatto provato da un’intercettazione con Facchetti, ex-presidente Inter) e designatori se non per gli auguri di Natale, come mai tutti a credere alle messianiche parole “morattinaie”, e invece quando il designatore Bergamo e l’arbitro De Santis sostengono che intrattenevano rapporti telefonici frequenti con i dirigenti nerazzurri, tutti a riderci su e a gridare “bugiardi!” ai due? E invece… appaiono d’incanto una cinquantina di telefonate interiste ad avallare la tesi dei due “condannati preventivamente” dal popolo (e i capi popolo: i media, sempre molto faziosi in Italia, sia politicamente che… sportivamente).</p>
<p style="text-align: justify;">Potrei portare alla luce ancora mille incongruenze, ma non ce n’è bisogno: basta ascoltare o leggere gli atti dei vari processi “calciofolai” (ricordo sempre le fonti per onestà intellettuale: gli audio si trovano sul sito di radio radicale).</p>
<p style="text-align: justify;">Ora mi chiedo e vi chiedo: non vi sembra che il nostro resta sempre il paese dei “due pesi, due misure”?</p>
<p style="text-align: justify;">In Copertina  Musicisti  quadro di Olaf Hajek</p>
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		<title>Manuele: padre da quando è nata Martina</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 09:55:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gente di questo pianeta (osservazioni metropolitane)]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Mariacristina Costanza Ho dei vaghi ricordi di gite al mare con papà. Passava a prendermi di prima mattina a casa di mia madre, dove io vivevo con lei, e...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di Mariacristina Costanza</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/sonar/wp-content/uploads/2010/04/Opera-di-Olaf-Kajek.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-883" title="Opera di Olaf Kajek" src="http://www.sonarweb.it/sonar/wp-content/uploads/2010/04/Opera-di-Olaf-Kajek-260x300.jpg" alt="" /></a>Ho dei vaghi ricordi di gite al mare con papà.</p>
<p style="text-align: justify;">Passava a prendermi di prima mattina a casa di mia madre, dove io vivevo con lei, e lui non viveva più da circa 3 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Tre anni prima, infatti, papà aveva incontrato nel suo cammino Cristina Manetti. Si era innamorato di lei e dopo breve era andato via da casa, quando Cristina aveva annunciato l’arrivo di Elena, la mia sorellastra.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so dove, ma una volta lessi che i ricordi perdono le sfumature se non li si va, di tanto in tanto, a rispolverare. Questa regola, io penso, è limitata alle esperienze che non ti toccano forte, quelle cose che realmente ti possono sfuggire di mente e scappare via dal cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non credo potrò mai scordare quella sensazione di vuoto che mi lasciava zitto ad osservare il mare.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano le quattro del pomeriggio, era quasi maggio, io e Alberto, mio padre, eravamo al mare, insieme. Io lo pregavo di starmi più vicino, ancora più vicino, lui era occupato al telefono.<span id="more-882"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Sentivo una voragine che mi si stava aprendo dentro, fra il cuore e la gola, un luogo che per la prima volta sentivo nel mio corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi, impossibile da cancellare in me, una seconda sensazione: più triste e ancora più profonda. Ho ancora la scena davanti agli occhi, il rumore del mare nelle orecchie, mi sembra di sentire persino quell’ odore di salsedine mista a crema solare al cocco.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco quella regola, per me ed in me, non è che un fallimento, perché sono trascorsi 25 anni e io non l’ho dimenticato affatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo ricordo alla perfezione. Io sono sdraiato al sole e sto perdendo lo sguardo nei movimenti lenti e ovattati di due ragazzini della mia stessa età, che giocano urlando e ridendo, in acqua. Mio padre, invece, è impegnato in una conversazione con la moglie, Cristina, e io sento qualcosa che scricchiola dentro. Sempre in quella parte di me. Poi, come se non fosse stato già abbastanza, nella telefonata entra Elena, la figlia di papà, piccola e paffutella. Non ho il coraggio di voltarmi per guardare che faccia abbia mio padre quando, con una vocina buffa, cerca di strappare qualche parola alla sua bambina, che ancora non sa parlare.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse non lo ricordavo, e comunque non lo ricordo ancora, forse non è mai successo, ma in quell’istante ebbi la sensazione che mio padre non si fosse mai rivolto a me con quella tenerezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era un cattivo uomo, non era insensibile, ma era stato travolto da un nuovo amore, per Cristina e poi per Elena, che aveva fatto diventare me e mia madre prima antagonisti, poi co-protagonisti pacifici di una storia in cui, tante volte, non mi sentivo poi così desiderato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho ancora la sensazione della sua mano sulla mia schiena, come a cercarmi in un momento in cui io ero tagliato fuori. Faceva quei versetti alla figlia e mi sfiorava.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sentii niente, a parte freddo e tristezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello lo ricordo bene: lo scricchiolio aveva aperto un buco in me, che nell’attimo della carezza si estese fino a diventare una voragine.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso che sto per diventare padre mi rendo conto di quanto la situazione sia stata difficile anche per lui, di quanto potesse essere stato complicato giocare su tanti campi diversi e contemporaneamente. Si, forse avrei spento il cellulare così da evitare di farmi sentire un peso, nient’altro che un obbligo da fine settimana.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quella domenica di maggio di tanti anni fa, ho visto mio padre solo in casa mia, niente gite né eventi particolari.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la mia adolescenza è stato molto presente, ma, forse il periodo critico, forse il nostro rapporto fragile, non abbiamo parlato molto ultimamente. E per ultimamente parlo degli ultimi cinque anni, da quando Cristina l’ha lasciato portandosi via Elena.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sera, l’ultima in cui ci siamo visti, mi disse che si sentiva un fallito.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è stato un padre perfetto, ma apprezzavo con occhi di adulto la sua volontà di non aver mai rinunciato ai suoi desideri. Quella volta lo abbracciai e lui pianse sulle mia spalla. Trascorremmo la notte insieme, la mattina era già partito.</p>
<p style="text-align: justify;">Stamattina Beatrice, mia moglie, ha rotto le acque. Fra poco Martina apparterrà a questo mondo. Appena sono arrivato in ospedale mia madre era lì.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo circa un’ora hanno portato Beatrice in sala travaglio. Io sono rimasto fuori, preferisce così.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella sala d’attesa mi è arrivato questo ricordo, come uno schiaffo dal passato. Ho pensato che fosse un segno: in quel momento, mentre io stavo per diventare padre, vedevo chiaramente che padre avevo avuto io. Ho sentito come un gusto amaro in bocca, poi ho chiamato Alberto per avvertirlo della situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono trascorse circa cinque ore, presto Alberto sarà qui. Sono pieno di emozioni in questo momento, mio padre, mia moglie e una creaturina nascitura stanno segnando la mia giornata, e la mia vita.</p>
<p style="text-align: justify;">“Figliolo… “. Una voce squilla dietro di me.</p>
<p style="text-align: justify;">“Papà”, dico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho troppe emozioni dentro adesso per fare il calcolo di come sia giusto chiamarlo e di quanto sia giusto dargli.</p>
<p style="text-align: justify;">I suoi occhi stanno brillando e anche i miei.</p>
<p style="text-align: justify;">La regola, forse, ha ragione: i ricordi ci sfuggono di mano, anno dopo anno. Forse si tratta semplicemente di una memoria limitata, in cui, dopo un po’, devi fare spazio. Qualche ricordo, forse, può essere ricatalogato, qualche altro si sceglie di buttarlo via.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che so è che ci sono momenti nella vita in cui senti te stesso vivere più forte che mai, in bene o in male. Quei momenti non credo sfuggano via.</p>
<p style="text-align: justify;">Non potrò mai perdere quella sensazione che offese il mio cuore di bambino silenzioso. Allo stesso modo, sono felice di aver gioito di altri momenti, che mi hanno tolto l’amaro di bocca. Anche con Alberto.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle 21.42 del 29 aprile Martina è venuta al mondo e dopo pochi secondi ha emesso il suo primo gemito, ha urlato al mondo che da allora in poi ci sarebbe stata anche lei. Quando l’hanno riportata fra le braccia di Beatrice, quattro paia d’occhi, quattro persone, celebravano il suo arrivo nel mondo: io, mamma, Beatrice e mio padre.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina Opera di Olaf Hajek</p>
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		<title>Finis Terrae</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 09:47:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Luigi Capone Due fari gialli nella notte corrono per il deserto della Basilicata indispettiti bevendo birra e fumando sigarette con la radio accesa, perché suo fratello sta con la...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di Luigi Capone</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/quadro-di-Guttuso.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-880" title="Quadro di Guttuso" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/quadro-di-Guttuso-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a>Due fari gialli nella notte corrono per il deserto della Basilicata indispettiti bevendo birra e fumando sigarette con la radio accesa, perché suo fratello sta con la sua donna, e gli amici, cattivi bastardi, pensano che non è buono; così và spedito, verso sud-est, verso il finis terrae , come un t- rex, sparato come un tuono.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono strade che ti seguono e non sei tu a seguire loro, e c’è una luna appuntita che li accompagna e li guarda, coricata su una stella, da quando sono partiti.<br />
Corrono con loro, nella loro mente, tutti i mostri, gli animali, i ladri, gli assassini, gli avvocati e le puttane del loro mondo, in attesa di uno schianto, verso il finis terrae.<br />
Intanto un’altra macchina in un’altra zona della terra, corre in direzione opposta, verso nord-ovest e non sa che sta andando a morire anch’essa. Stanno bevendo champagne e fumando pagliette, urlano, ridono, e sfrecciano con lo stereo a volume alto, come un bordello mobile. Non sentono l’ululato dei lupi, non vedono che la luna li aggira e li sta squadrando.<span id="more-879"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Corre la macchina a sud est, nella visuale di Roberto passano in rassegna le facce delle storie passate, e delle storie ancora in svolgimento. In quel momento la sua Jessica stava probabilmente nell’altra macchina, sfrecciando nella direzione opposta, in un’orgia di sesso e droga con Marco. In quello stesso momento, i suoi amici stavano scopando con lei. Nel medesimo lasso di tempo stava perdendo molti amici.</p>
<p>L’acceleratore andava giù sempre più pesante, verso i 180 km/h, incurante degli autovelox della Basentana. Si ricordava di quando Veronica lo portò nel campo di grano, della terra di sotto il Vulcano, di quando Ilaria lo lasciò in mutande a Roma, di quanto fossero lunghe, vuote e insopportabili le giornate nel suo piccolo paese.<br />
Ormai era a 240 km/h , e si rese conto che non era il destino che lo seguiva, ma era lui che lo inseguiva, perciò non poteva scappare, non poteva rompere la sua gabbia, non poteva rompere le sbarre della sua prigione, e cercava qualcosa che lo uccidesse, per uscire. Pensava che fosse meglio morire che non poter essere sé stesso.<br />
Stava quasi albeggiando, quando entrò a Finis terrae era ancora notte, ma qualche stella stava già morendo. Le stelle morivano, qualche stella addirittura precipitava bruciandosi ancora più in fretta, era strano che tutti a parte lui non capissero che stavano precipitando allo stesso modo della stessa e come lui su quella cazzo di strada.<br />
Per tutta la vita, era stato sempre in un posto diverso, con una storia diversa, a sfuggire da qualcosa e ad inseguire qualcos’altro, ma ora le cose erano cambiate, niente più era con lui, dentro di lui, o fuori di lui, era in nessun posto, stava per valicare il finis terrae.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei posti dove era stato si era accollato le pene di tutti, come se vi avessero abitato in lui, e infelice aveva scrutato nell’aria i malanni, gli affanni, e la calvizie della vecchiaia.<br />
Fu così che una notte in pieno inverno, confuso, triste, stanco, drogato, disperato, solo, con la puzza di pioggia che entrava dal balcone aperto della sua stanza a via delle Chaudet, si mise a scrivere il finale di una storia che ancora non conosceva e che non aveva capito, ma voleva che finisse e basta, forse era la sua storia. Ricordo che gli prese un senso di vertigine, come gli prendeva sempre quando era davanti a un burrone, anche se c’era la ringhiera.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli venivano spesso, presto capì che non era per la paura di finire giù ma per la voglia di buttarsi di sotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Scriveva al lume di una vecchia lampada “Fleming”, che emetteva una luce gialla polverosa, era solito avere sul tavolo sempre una bottiglia di Jack Daniel’s vicino allo stereo, e ascoltava un cd che avevo comprato in un mercatino dell’usato; quel giorno, quando entrò nel negozio e chiese alla ragazza dietro il bacno se c’era questo cd, lei lo trovò subito e mentre glielo dava era sopresa, perché fuori pioveva a dirotto e il mondo era una merda, e quel tipo con la faccia da disadattato stava comprando proprio quel cd esattamente in quel momento . (e una canzone d’un tratto diceva : “Come on Alex, you can do it”)</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il suo protagonista beveva bottiglie di Jack Daniel’s che teneva sempre sul tavolo, ma andava in giro con una Beretta calibro nove in tasca.<br />
Lui era pronto per sparare i suoi colpi ora, adesso poteva sparare tutte le sue cartucce, si era liberato dal fardello di essere una persona per bene e rispettabile, era riuscito a lasciarsi dietro lacrime e sangue, e gente che parlava di lui tutto il giorno, in quel buco di mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">(Un bel giorno, quando aveva sedici anni, una ragazza gli disse di volare via con lei, gli disse che era qualcosa d’importante per lei. Erano passati vent’anni, e lui continuava a pensare a lei, ogni tanto la chiamava con un numero anonimo, lei rispondeva con la solita magnifica voce che aveva, e a volte lui pensava che lei avesse capito chi era, chissà forse qualche volta è stato così; non poteva più chiamarla da tanti anni, da quando lei si era convinta che fosse un fuori di testa, un ragazzo con seri problemi che non poteva aiutare, e del quale, anzi, voleva liberarsi. Ma lui continuava sapere tante cose di lei, sapeva che ora stava con un ragazzo di Roma e viveva lì, e lo sapeva perché questo ragazzo lo chiamò e lo minacciò varie volte. )<br />
Roberto era passato definitivamente dalla parte di sotto e non sarebbe mai più tornato sopra,nel mondo dei buongiorno e buonasera.</p>
<p style="text-align: justify;">La gente da tempo lo guardava come un tipo malato da dover evitare, ma la gente non si chiedeva come mai lui non voleva frequentare la gente, forse non si chiedevano se erano loro tutti a non essere alla sua altezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando passò Finis Terrae fu libero, felice, esattamente per un minuto e mezzo: Finis Terrae, la sua anticamera dell’inferno. Poi la macchina precipitò giù pesante come se non vedesse l’ora di cadere, a rallentatore, la terra era finita, si sentì un grosso tonfo nell’acqua; sprofondò nell’acqua come una nave, come nella sorte di migliaia di marinai e di pirati del mediterraneo nei secoli, in cerca di fortuna; nella fredda acqua salata, finì avvolto dal mare, i suoi polmoni si riempirono di acqua marina e scoppiarono. La morte stavolta, non era mai stata più reale, e si era liberato anche dal quel senso di vertigine che sempre lo inseguiva.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In copertina quadro di Renato Guttuso</p>
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		<title>MA CHISSA&#8217; DI COSA PARLANO I CATTOLICI (PER ESEMPIO LA DOMENICA DELLE PALME)</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 08:39:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo Mi era venuta voglia, la Domenica delle Palme (per la verità mi era venuta in molte altre scadenze “cristiane”), passeggiando per il paese e vedendo molte persone...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Michele Fumagallo</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/natale-foto-di-oliviero-toscani.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-863" title="natale foto di oliviero-toscani" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/natale-foto-di-oliviero-toscani-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></a>Mi era venuta voglia, la Domenica delle Palme (per la verità mi era venuta in molte altre scadenze “cristiane”), passeggiando per il paese e vedendo molte persone con i rametti di ulivo in mano, di sentire un po&#8217; le opinioni e gli umori di qualche cattolico su di una festa fondamentale, ma, come tutte le feste di una certa importanza simbolica, stravolta da chi la festeggia. Niente di scandaloso, naturalmente: è il destino eterno di tutte le cose rivoluzionarie che vengono col tempo manipolate e consegnate alla storia di una tradizione del tutto opposta al significato originario.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Poi, un po&#8217; la pigrizia, un po&#8217; l&#8217;atomizzazione estrema che stiamo vivendo in questo periodo storico con il suo contorno “babelico” (quando il Signore ti vuole perdere confonde le lingue, dicevano i vecchi saggi), mi hanno fatto desistere dall&#8217;impresa.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tuttavia qualche riflessione voglio farla sui rametti d&#8217;ulivo e questa scadenza straordinaria nella vita del Nazareno.<span id="more-862"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ricordo qualche tempo fa, in un dibattito su di un altro blog, la polemica che innescai (involontariamente, credo) sulla stessa festa e sul suo significato, con scandalo di qualcuno.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ricordai in pratica il concetto semplice che la Domenica delle Palme altro non è che il Trionfo della Povertà (p maiuscola).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Chi non è quindi interessato a questo, intendo alla povertà e ai suoi valori e al suo straordinario “potere” rivoluzionario (gli unici cambiamenti veri, cioè appunto rivoluzionari, sono “patrimonio” dei poveri sempre e ovunque nella storia degli uomini), è meglio che stia alla larga da una ricorrenza che non gli appartiene e non l&#8217;ha capita per niente; oppure è meglio che stia dentro lo stravolgimento della festa fatta dalla tradizione della chiesa cattolica.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ingresso trionfale a Gerusalemme infatti, con la forma e i simboli della povertà esplicitamente richiesti dal vincitore (e non poteva essere altrimenti essendo il coronamento del tragitto di una vita del personaggio), è una straordinaria vittoria su qualsiasi forma di espressione della prevaricazione dell&#8217;uomo sull&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ma soprattutto è la dimostrazione della tesi iniziale del protagonista principale di quella straordinaria avventura: è dalla “spoliazione” di sé, dal distacco dalle cose per ricercare le persone (“pescare gli uomini”) che inizia la nuova vita e la conquista della libertà e della felicità, cioè di un Potere (p maiuscola) realmente alternativo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Era la rivoluzione del protagonista principale della storia, così diversa dai cambiamenti finti che vivono di invidia dei poteri e quindi di mera sostituzione ad essi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Mentre la rivoluzione messa in atto in quei giorni puntava ad altro: ad una irriducibilità ai poteri dati (tutti, dal religioso all&#8217;economico, al politico), alla valorizzazione della povertà come strada maestra per la libertà e la felicità (il distacco dalle cose come avvicinamento alle persone).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per questo il “figlio del falegname” decise di fare il regalo più gioioso ai suoi amici e al suo popolo: un ingresso trionfale in città con i simboli della povertà (l&#8217;asinello, i rami di ulivo).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Grande giornata e schiaffo definitivo ai poteri in auge allora; che, infatti, impazzirono, letteralmente. Perché intuirono che per loro era davvero finita. Ed era finita ad opera di poveri che avevano dalla loro un grande amore verso le “pecore perdute della casa di Israele”, quindi un grande futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">I pochi giorni a venire sarebbero stati spesi dalle cricche impazzite al potere (a partire dalle “vipere” della casta religiosa) per cercare di dare la morte a quel protagonista e ai suoi amici. Una ricerca affannosa e disperata che si concluse con l&#8217;ultimo capitolo della storia (il processo farsa, la morte e la resurrezione del Nazareno) di cui parleremo magari un&#8217;altra volta.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ecco, ogni volta che mi capita di pensare alla grande avventura cristiana delle origini, mi viene sempre in mente la stessa domanda provocatoria (ma non tanto): ma di cosa parlano oggi i cattolici?</p>
<p style="text-align: justify;">Foto di Oliviero Toscani</p>
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		<title>“FARSOPOLI”, IL GRANDE INGANNO</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 08:36:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianpaolo Faia Dopo quattro anni di supplizio, gogna mediatica, sberleffi e umiliazioni, poco prima della fatidica data del 13 aprile 2010 del processo di Napoli su calciopoli (ricordiamolo: processo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Gianpaolo Faia</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/giorgio-de-chirico-in-canzone-meridionale.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-860" title="giorgio de chirico in canzone meridionale" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/giorgio-de-chirico-in-canzone-meridionale-245x300.jpg" alt="" width="245" height="300" /></a>Dopo quattro anni di supplizio, gogna mediatica, sberleffi e umiliazioni, poco prima della fatidica data del 13 aprile 2010 del processo di Napoli su calciopoli (ricordiamolo: processo penale fra i cui imputati troviamo Luciano Moggi, ex DG della Juventus accusato di associazione a delinquere), l’opinione pubblica e gli organi sportivi (intesi sia come organismi ufficiali quali FIGC sia come media) vengono a conoscenza di fatti di assoluta rilevanza che certamente stravolgeranno le sorti di un episodio atroce della storia dello sport italiano. Episodio atroce ancor di più perché profondamente ingiusto. E’ il luglio 2006: con un processo sommario, repentino, in cui vengono lesi tutti i diritti basilari del giusto processo (primo fra tutti il diritto alla difesa), la Juventus F:C: viene annientata con un colpo di spugna: retrocessione in serie B con penalizzazione, revoca di due scudetti, non partecipazione alla Champion’s League 2006-2007. Ovviamente, la penalizzazione reale è estremamente maggiore di quella formale, in quanto la società ha visto dilapidare un patrimonio e un parco giocatori di assoluto top team essendo costretta a svendere i suoi campioni e a non poter usufruire più di contratti di sponsorizzazione legati alla permanenza in squadra nella serie A (il danno economico è quindi di centinaia di milioni di euro). La  Juve viene condannata, secondo la sentenza, per aver commesso un “illecito strutturale” (fino ad allora non esistente nell’ordinamento), ovvero aver commesso delle presunte piccole slealtà volte a stravolgere il campionato. L’articolo presumibilmente violato è il n°1, slealtà sportiva, che non comprende pene severe, e non il 6, illecito sportivo, che invece viene considerato cardinale: pur di incastrare la Juve, ci si inventa questo: la somma (intesa numericamente) delle violazioni dell’articolo 1 è tale da creare i presupposti per l’applicazione dell’articolo 6. <span id="more-859"></span>Nella sentenza si legge che, pur NON essendo stata truccata alcuna singola partita, è stato falsato il campionato in favore della Juventus. Mi domando: ma come si fa a truccare un campionato senza truccare nessuna partita? Misteri della vita. A furor di popolo, con forconi e torce alla mano, tutti sono pronti a mandare il mostro al rogo. Ebbene, dopo ben quattro anni, accade l’imprevedibile (non per tutti però): il mostro non è più mostro, in quanto gli inquisitori si dimostrano più mostruosi del condannato al rogo. Il ragionamento è semplice: all’epoca si inventarono leggende metropolitane (chiusura di arbitri negli sgabuzzini, assicurazioni munifiche in esclusiva tra designatori e determinati dirigenti) prontamente smentite dagli ultimi accadimenti (confessioni e accertamenti durante il processo attestano la falsità di tali dicerie; fonte: atti e udienze del processo penale calciopoli, reperibili in audio su radio radicale). All’epoca si disse che il “mostro” (Luciano Moggi, ndr) era l’unico ad intrattenere rapporti stretti con designatori, arbitri e affini, l’unico a creare le famose “griglie” arbitrali per truccare le partite: ebbene, le ultime intercettazioni telefoniche venute a galla dimostrano chiaramente che non è così! La mole di informazioni è abnorme, ma cerchiamo di fare chiarezza. I grandi accusatori di Moggi sono il pm Narducci e il colonnello Auricchio: il primo si occupa direttamente dell’accusa in tribunale, il secondo è il carabiniere che si incaricò delle indagini. Essi sostengono che Moggi era a capo di una cupola atta a dominare illegalmente il calcio italiano: per tale motivo, l’Auricchio a suo tempo iniziò un’indagine preventiva non per scoprire l’eventuale marcio del campionato in modo super partes, ma con un obiettivo preciso e unico: Moggi e la Juventus. In questo cervellotico disegno, il suddetto utilizza intercettazioni e trascrizioni a senso unico, TRALASCIANDO tutto ciò che invece era emerso a carico di soggetti terzi (e facciamoli questi nomi: INTER in primis) ritenendolo non rilevante e consono per la sua indagine a senso unico. Ebbene, gli avvocati di Moggi ascoltano parte delle 171.000 telefonate tralasciate dagli inquisitori, e scoprono che esistono intercettazioni clamorosamente insabbiate riguardanti altre società di calcio. In un’udienza di qualche tempo fa, il pm Narducci sostiene in aula che “piaccia o non piaccia, NON esistono telefonate tra altri dirigenti e designatori” vari a parte le moggiane, quelle di Meani, dirigente milanista addetto agli arbitri (quello del Milan è un altro capitolo che meriterebbe un libro intero, società praticamente graziata per chissà quale motivo) e altre società (Fiorentina, Lazio, Arezzo, Reggina). Invece, ecco che d’incanto le telefonate appaiono! Facchetti, ex presidente Inter (massimo rispetto per il grande terzino defunto, ma non possiamo occultare per questo la verità), chiamava regolarmente i designatori sia degli arbitri che dei guardialinee parlando con essi delle famose “griglie”, inoltre spunta anche una telefonata molto “particolare” con un arbitro stesso (De Santis), in cui emerge palesemente l’interesse per gli arbitri da parte del dirigente (testi delle intercettazioni sono disponibili sia sui molti siti internet che su youtube, pertanto chiunque volesse accertarsi della veridicità delle cose fin qui dette non avrà difficoltà). La società meneghina, che per ben quattro anni ha sottaciuto a tali contatti proclamandosi immacolata (ma non scatta la reiterazione di reato?) viene colta così in fallo, dopo essersi orgogliosamente fregiata di uno scudetto strappato dalle maglie bianconere e riappiccicato a forze su quelle nerazzurre. Esistono molti punti oscuri sulla questione, anche comici. Nel 2006, il commissario incaricato (dal governo Prodi) alla decisione all’assegnazione di uno dei due scudetti revocati alla Juve, è Guido Rossi, ex membro del c.d.a dell’Inter (CLAMOROSO) e dirigente Telecom (ricordiamo che Telecom è azionista Inter tramite Tronchetti Provera): la grande genialata del Rossì è quello di assegnare lo scudetto ai nerazzurri, nonostante sia la commissione dei saggi che i tribunali sportivi avevano optato per la NON ASSEGNAZIONE del titolo. Dopo aver fatto il misfatto, l’avvocato Rossi lascia il ruolo di commissario e torna a lavorare in casa madre, la Telecom.  Almeno la decenza di non farlo sapere in giro, invece… Dopo tale nefandezza, il presidente immacolato Moratti fa sfoggio dello scudetto “degli onesti”, costruendo la sua squadra sulle macerie della Juventus (ricordiamo che il Moratti comprò a prezzo di svendita alcuni campioni della Juve, che in quel momento rischiava il fallimento), occupando un vuoto di potere tecnico tattico e giocando campionati praticamente senza avversari credibili. In tutto ciò, per quattro anni assistiamo a negazioni di contatti e a lezioni di pseudo-correttezza. Questa posizione crolla alle calende di Aprile 2010 con la pubblicazione delle intercettazioni di Moratti e soprattutto Facchetti (da allora, ogni giorno appare una telefonata sempre più compromettente dei due). Il tempo è galantuomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro aspetto clamoroso della vicenda è che, durante le udienze del processo, a precisa domanda “ma il Moggi (e la Juventus) hanno mai commesso illecito? Ha le prove?”, l’Auricchio risponde con un secco “NO, NO”. Inoltre, lo zelante colonnello, per le sue indagini, non utilizzava atti ufficiali come fonte, ma ritagli della Gazzetta dello Sport (consultati il lunedì con cornetto e cappuccino, dichiarazione sua)! E notoriamente, non è che la suddetta testata sia filo-juventina… Negli atti del colonnello, risultano svariate imprecisioni: addirittura, alcune partite perse dalla Juve (ricordiamo un Juve-Bologna), per il colonnello risultavano VINTE dai bianconeri, e tramite questo giochetto, le sue tesi potevano avere (per lui) un riscontro reale. Dopo tante clamorose superficialità, il pm Narducci giunge infine sconsolato ad ammettere che “forse ci sono state delle imprecisione, qualcosa sarà sfuggito”…. QUALCOSA?</p>
<p style="text-align: justify;">Il tenore delle telefonate di Moggi, Facchetti, Meani potrebbe anche essere considerato molto simile (e anche questo è opinabile, ad esempio il Facchetti conosceva i guardialinee molto prima di un Inter-Juve, e molto prima di Moggi, a quanto si evince dall’orario estrapolato dalle intercettazioni), ma ricordiamo l’assoluta mancanza di imparzialità nel giudizio sulla faccenda. La Juve è stata distrutta, il Milan salvato dalla serie B e mandato a vincere una Champion’s, e l’Inter tacciata per onesta, pura, fregiata di un titolo sporco del sangue juventino.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora esistono tutti i presupposti per riaprire il processo sportivo, e sembra che gli organi addetti stiano muovendosi giustamente in questa direzione. Sembra certa almeno la revoca dello scudetto della vergogna (interista, 2006).</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo il processo penale, qualora Moggi venisse assolto, allora sarebbero nulle anche tutte le condanne inflitte alla Juve; qualora invece egli venisse condannato, dovrebbero entrare nel novero dei condannabilissimi anche altri dirigenti e altre società (Inter, ma molte altre ancora).</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti innocenti o Sansone morirà con tutti i filistei?</p>
<p style="text-align: justify;">Se giustizia esiste (anche se non è di questo mondo), se non si vuol riabilitare la Juve e Moggi (restituendo due scudetti e dando un risarcimento plurimilionario ai bianconeri), perlomeno si condanni chi ha mentito per quattro anni occultando le proprie nefandezze (serie B con due titoli tolti sembra pena congrua). Ma siamo in Italia, no?</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina Quadro di </p>
<p> De Chirico</p>
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		<title>Italo: un anziano a spasso con uno sconosciuto</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 08:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gente di questo pianeta (osservazioni metropolitane)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Cristina Costanza Abitavo al terzo piano di un palazzo banale e trascorrevo tutte le mie giornate bloccato da un malessere che non voleva lasciarmi in pace. Andavo allo specchio...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Cristina Costanza</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/Quadro-di-Picasso.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-855" title="Quadro di Picasso" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/Quadro-di-Picasso-219x300.jpg" alt="" width="219" height="300" /></a>Abitavo al terzo piano di un palazzo banale e trascorrevo tutte le mie giornate bloccato da un malessere che non voleva lasciarmi in pace.</p>
<p style="text-align: justify;">Andavo allo specchio e lo ritrovavo lì: fermo e freddo nel mio sguardo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sei ancora qui</em>, gli dicevo con un filo di voce.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto era molto solitario in casa.</p>
<p style="text-align: justify;">La felicità di un tempo era stata rimpiazzata dalla presenza di tutti quei fronzoli da vecchio vedovo, appartenenti ad un passato che non ricordavo quasi più. La casa non aveva più un’anima da quando Angela si era portata via, con la sua dipartita, tutto quello che eravamo stati.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi trascinavo in casa per giorni interi facendo niente, ma quel giorno, allo specchio, avevo visto qualcosa di nuovo e strano.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Che sia comunque un grande giorno, </em>avevo sospirato.</p>
<p style="text-align: justify;">Feci colazione con pane e latte, come quando ero bambino. E, come quando ero bambino, il latte che con un morso strizzavo via dal pane ricadeva da tutte le parti, sul tavolo e sul mio mento. Era quasi divertente quella libertà che mi stavo concedendo.<span id="more-854"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Finita la colazione, mi avviai a letto, perché sentivo una grande debolezza nelle gambe. Stetti per minuti a guardare il soffitto, sul quale la lucina del comodino rifletteva un cerchio perfetto come la Luna.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiusi gli occhi con una dolcezza commovente, li riaprii e poi li richiusi ancora. Mi immersi, attraverso tutto il silenzio di quella solitudine, in un mondo soffice e caldo. Il sonno mi prese presto.</p>
<p style="text-align: justify;"><ins datetime="2010-04-11T10:57" cite="mailto:costanza"> </ins></p>
<p style="text-align: justify;">Quando riaprì gli occhi, un uomo più giovane di me sedeva alla mia scrivania: stava leggendo i miei quaderni di giovinezza con un sorriso leggero sulle labbra.</p>
<p style="text-align: justify;">Aprii gli occhi e lui non disse niente, ma si accorse del mio risveglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Si voltò e mi sorrise. Chiuse il quaderno, disse soltanto <em>sei pronto?</em> e io dissi soltanto <em>si, </em>non so perché.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Posso mettere la cravatta?, </em>chiesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Certamente, certamente</em>, rispose. E poi ritornò alla sua lettura.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando fui pronto, mi parai dinnanzi a lui in tutta la mia eleganza da ex operaio vestito a festa.</p>
<p style="text-align: justify;">Alzò lo sguardo e mi guardò per la prima volta negli occhi. <ins datetime="2010-04-11T10:58" cite="mailto:costanza"></ins></p>
<p style="text-align: justify;">Si stupì per il mio stile e io ne fui lusingato. <ins datetime="2010-04-11T10:58" cite="mailto:costanza"></ins></p>
<p style="text-align: justify;">Si alzò in piedi e ci avviammo verso la porta.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di uscir di casa, mi guardai allo specchio d’ingresso: non sembravo io. Avvertii un entusiasmo che mi toccava il cuore fino alla pelle: qualunque sarebbe stata la meta, io uscivo finalmente di casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Fuori era ancora buio, e io non capii perché, ma non volli chiedere a quell’uomo che seguivo con passo deciso, in silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">Scendemmo per <del datetime="2010-04-11T10:58" cite="mailto:costanza">via Cimone</del>la via di casa e scoprì tutto quello che mi ero perso in quel tempo di ritiro solitario.</p>
<p style="text-align: justify;">La strada era pulita e sgombra e, alla fine, prima del grande incrocio in fondo, vidi per la prima volta la nuova gelateria.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne avevo sentito parlare ma da tempo non mi spingevo al di la dell’incrocio di casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti alla vetrina, presi ad osservare quel mondo nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gelatiere sembrava appartenere ad un tempo lontano. Era paffuto e pulito nella sua pelle color del latte. Indossava una <em>parannanza</em> bianca e un simpatico berrettino che si era messo obliquo sulla sua testa. Lavorava il gelato con una paletta all’interno di un recipiente di acciaio lucente.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraversammo la strada, passammo la piazzetta, dove uomini e donne montavano i banchi del mercato e scaricavano la merce dai loro furgoncini.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Vuoi comprare qualcosa?, </em>mi chiese.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Non mangio della frutta fresca da non so quanto tempo</em>, dissi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>E allora approfitta!</em>, mi disse sorridendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Comprai delle fragole e delle albicocche che presi a mangiare mentre continuavamo la nostra passeggiata.</p>
<p style="text-align: justify;">Camminammo ancora e giungemmo finalmente in piazza.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu un momento commovente per me e lui se ne accorse.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cosa ti sta dicendo per farti piangere?</em> disse indicando quello che circondava.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Se solo potessi dirlo…</em> sospirai.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quando ero bambino &#8211; </em>iniziò a parlare per farmi compagnia in quell’emozione unica – <em>venivo qui tutti i giorni ad osservare la gente vivere</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quando io ero un ragazzino – </em>presi la parola – <em>questo parchetto non era ancora incatenato dalle sbarre: apparteneva al resto della Riserva. Io e i miei amici attraversavamo il parco tutte le mattine. Nessuno di noi amava andare sull’asfalto, allora tagliavamo per i prati e giungevamo fin qui dove la vita di città diventava vera.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mentre lo dicevo i miei occhi cercavano i miei ricordi, che si erano posati su quei luoghi per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo guardai negli occhi e gli dissi: <em>seguimi tu, adesso!</em></p>
<p style="text-align: justify;">Percorremmo la piazza e ci affacciamo a guardare il fiume che ormai era povero e silente. Con i miei occhi potevo vedere me e i bambini del circondario saltare allegri e chiassosi dentro quell’acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">Camminammo ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni passo una parte di me prendeva vita. La riuscivo a vedere: qui il mio primo bacio, qui il punto esatto del <em>pratone</em> in cui chiesi ad Angela di sposarmi e mi disse <em>si</em>, e qui la prima volta che mio figlio aveva corso.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto parlava di me e di una vita che, lontana, si stava risvegliando.</p>
<p style="text-align: justify;">Camminammo per ore, forse, e poi giungemmo di nuovo davanti casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi voltai, ma lui non c’era più.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">D’improvviso fui di nuovo dentro il mio letto.</p>
<p style="text-align: justify;">Aprii gli occhi e sorrisi con il risveglio sensazionale che mi aveva procurato quella passeggiata ancora sulla pelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Aprii gli occhi e sorrisi in faccia a quella Luna artificiale ed elettrica.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi li chiusi, di nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Non abbiate paura: morire non fa male.</p>
<p style="text-align: justify;">In copertina Quadro di Picasso</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Reazioni a Catena</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 08:13:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Capone “Nuscu è nu carcere apiertu, tutti ngi stannu malamentu, ma nisciuni si ni volu i”. &#8211; Peppu Scumazza Seduto sullo sgabello, con le spalle alla porta, per...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luigi Capone</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/Picnic-1999-di-Fernando-Botero.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-852" title="Picnic 1999 di Fernando Botero" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/04/Picnic-1999-di-Fernando-Botero-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>“Nuscu è nu carcere apiertu, tutti ngi stannu malamentu, ma nisciuni si ni volu i”. &#8211; Peppu Scumazza</p>
<p style="text-align: justify;">Seduto sullo sgabello, con le spalle alla porta, per non vedere chi entra, e soprattutto per non vedere lei che potrebbe entrare da un momento all’altro, la puttana che mi ha tradito. Anche se non entra nessuno, le persone sono poche e poco gradite. Esco ugualmente.<br />
Esco lo stesso tutte le sere, anche se non è un gran bel vedere, anche se per le strade non c’è assolutamente nessuno. Quando escono tutti, ad esempio per andare in discoteca, esco malvolentieri. La maggior parte della gente, inoltre, esce sempre nel momento peggiore.<br />
Esco lo stesso perché sennò impazzisco. Mi serve sempre un maledetto bancone e un maledetto bicchiere. La maledetta puzza della strada. E’ un veleno da cui se ti disintossichi troppo la tua stabilità mentale diventa a rischio. Di questo veleno, come ogni altro veleno, è meglio prenderne una dose continua o non prenderlo affatto, in modo da iniziare a tollerarlo.<span id="more-851"></span><br />
Esco da solo, perché anche in questo caso è una questione di abitudine, anche se la tua stabilità mentale rischia lo stesso. Ma infondo, vaffanculo la stabilità!<br />
Apro il mio taccuino e mi apparto. Qualcuno alla fine si avvicina sempre e inizia a commentare per infastidirmi. So benissimo che a nessuno interessa un cazzo di quello che scrivo, ma infondo è impossibile scrivere qualcosa di interessante, perché è tutto inutile. La scrittura è una masturbazione che serve ad arricchire l’ego narcisista di chi la fa. E’ solo questo. Io la abbino al vino, e così passo le serate. Certo, sono più i fogli che ho bruciato nel cesso che quelli che ho pubblicato.<br />
Ma voglio dire questo: alla gente interessano solo le minchiate, sono quelle che fanno girare il mondo, le stronzate. Vogliono essere presi per il culo e incantati; per questo la televisione è il mezzo di “comunicazione” ( non lo chiamerei così, lo chiamerei mezzo di inculamento e marchiamento dei cervelli) privilegiato.<br />
Io non sono talmente socievole e interessato alla gente da scrivere qualcosa per fargli un piacere.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non sono talmente socievole da farmi una sega. In tutta tranquillità. Nemmeno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il luogo in cui vivo è quello che è . Ti nasce e ti cresce dentro come un verme nello stomaco.<br />
Qui ovunque semini non nasce niente. Ogni cosa che lanci si schianta sull’immobile roccia.<br />
Il paese adagiato male e stanco, abbandonato a sé, sotto continue piogge invernali, assume le sembianze di una fogna. E’ una fogna che mi sento dentro. Piove da diversi giorni che non mi ricordo più l’ultimo giorno di sole, ma mi va bene così. Anzi il cielo grigio cupo plumbeo, specchia meglio la mia anima stufa. Vorrei che fosse sempre così, in uno stato di quiete, sebbene la quiete di cui parlo sia intrisa di morte e desolazione.<br />
Le fogne sgorganti sono in simbiosi con il paese, che pare tutto intero una fogna sgorgante. E le case di cemento e alluminio sembrano monche e sgualcite con i loro marciapiedi sull’asfalto dissestato.<br />
La mia vita si svolge sempre in questo genere di luoghi, dove la gente vorrebbe sempre stare in altri luoghi. Per questo anch’io sono in preda a una tale frenesia, che non mi consente di fermarmi.<br />
Ho visto le città. Ho visto città di tutti i tipi, le ho anche vissute in una certa misura. Più che dei grandi cacatoi, non mi sono sembrate altro. Io, ragazzo di provincia, non potevo che contemplare l’anonimato e il movimento continuo senza senso. L’intrecciarsi di storie e di situazioni, nelle quali districarsi diventa impossibile.<br />
Nel frattempo, qui stasera c’è una coppia di coniugi cattolici chiusi in casa con giocattoli erotici.<br />
C’è una quarantenne sfiorita, depressa e alcolizzata, fumatrice incallita, appesa a un bancone.<br />
C’è un ritrovo di borghesotti intellettuali inutili intorno ad un tavolo nel loro salotto da bene, rinchiusi da qualche parte.</p>
<p style="text-align: justify;">I CONIUGI</p>
<p style="text-align: justify;">Una coppia come tante, un uomo e una donna intorno ai trentacinque anni, Marina e Francesco, sposati, con un figlio dodicenne. Un lavoro onesto e ben stipendiato, il loro appartamentino in un condominio, un piccolo spazio di giardino, un garage con due posti macchina. Stimati e rispettati da tutti nel timore di Dio e nel decoro cattolico più squallidamente normale.<br />
Così come ogni domenica andavano a messa nella cattedrale, e ad ogni festa di paese fossero presenti, ad ogni funerale per onorare il defunto, e ad ogni cerimonia o occasione di ritrovo da salotto, così pure, una volta alla settimana si mettevano in macchina e andavano nelle periferie degradate di Napoli o Salerno a trovare mignotte, trans o ragazzini.<br />
Non c’era nulla di male, ma vivevano un altro mondo, per scrollarsi di dosso quell’immagine per bene almeno ogni sette giorni.<br />
Non ci meravigliamo se il figlio avesse ben altri vizi. Conobbi la moglie perché gli piaceva farsi sbattere ogni tanto da me, e un giorno mi chiamò, mentre il marito era al lavoro. Mi chiamò alle 6 di sera, allarmata, implorandomi di correre a casa sua. Corsi da lei, pur avendo capita che non si trattava che voleva farsi sbattere, e la trovai di fronte alla porta del bagno. Suo figlio si era chiuso dentro da oltre due ore e non voleva uscire.</p>
<p style="text-align: justify;">-Io cosa posso farci?- le dissi –Non sono mica un pompiere! Prova a chiamare il padre! -.<br />
-Il padre è a lavoro e ogni volta che qualcosa non và si incazza con me, per questo ho chiamato te-.<br />
-Ok, risolvo tutto io-. –Anzi, no, io me ne vado ! –<br />
-Fa qualcosa! –<br />
-Ok , ok faccio qualcosa! &#8211; e dissi – Vuoi uscire fuori da questo cesso o no? – Rivolto al ragazzo. Non rispondeva.<br />
-Ok provo a sfondare la porta! –<br />
-No, ma sei pazzo! –<br />
-Ok, chiamo i pompieri- .</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivarono in mezzora, io fumavo e me ne sbattevo i coglioni.<br />
Marina in preda al panico, e i pompieri presero a sfondare loro la porta e trovarono il ragazzo con una scopa incastrata nel culo.<br />
-Benissimo, grazie Marina, il nostro lurido amore è finito così- . Salutai e ringraziai e tirai la porta.<br />
Ma le vicende dei due coniugi non poterono che girare di nascosto per il paese per motivi analoghi.<br />
Venni a sapere che li trovarono quelli della protezione civile, con il cazzo di un ragazzo giovanissimo incastrato in quello di Marina, e con il cazzo del marito incastrato in quello del ragazzo.<br />
Reazione a catena.</p>
<p style="text-align: justify;">Quadro di Fernando Botero</p>
]]></content:encoded>
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		<title>DUE PAROLE SULLA NUOVA EMIGRAZIONE</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 13:20:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo   Da ormai più di un quindicennio è ripresa l’emigrazione dai nostri paesi. Non è una novità naturalmente, essendo il nostro territorio, come gran parte del Sud...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Michele Fumagallo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/03/Le-donne-di-Cindy-Sherman.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-834" title="Le donne di Cindy Sherman" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/03/Le-donne-di-Cindy-Sherman-223x300.jpg" alt="" width="223" height="300" /></a>Da ormai più di un quindicennio è ripresa l’emigrazione dai nostri paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è una novità naturalmente, essendo il nostro territorio, come gran parte del Sud e, in anni lontani, pezzi notevoli del Nord, luogo storico di emigrazione. </p>
<p style="text-align: justify;">Detta così, sembra che la questione rientri nel normale decorso della storia del territorio che ci interessa in questa rubrica, cioè la nostra Alta Irpinia. </p>
<p style="text-align: justify;">Invece la nuova emigrazione è davvero una cosa nuova.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché avviene al culmine del progresso (del vecchio progresso) e quindi è chiaramente, per le classi dirigenti che hanno guidato i processi sociali ed economici del territorio, colpevole e devastante. </p>
<p style="text-align: justify;">Nulla, si può dire, mette a nudo la pochezza, l’ipocrisia e il cinismo delle classi dirigenti locali (e nazionali) più del fenomeno dell’emigrazione. </p>
<p style="text-align: justify;">Che è, ripeto, una responsabilità grave delle classi dirigenti dei nostri paesi (e della nazione, ovviamente): perché avviene in anni di crescita del territorio, di modernizzazione, di spesa pubblica (soprattutto fondi europei) notevole, in definitiva in anni di “progresso” diffuso. </p>
<p style="text-align: justify;">Anni di progresso diffuso, ma malato e distorto da classi dirigenti parassitarie, clientelari, che hanno se stesse al centro degli interventi. </p>
<p style="text-align: justify;">E questo è davvero il punto da cui non si può prescindere. Invece si prescinde, eccome!</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-826"></span>Niente del vecchio progresso e delle vecchie classi dirigenti viene messo in discussione adeguatamente e seriamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella migliore delle ipotesi vige il vecchio e tragico trasformismo. </p>
<p style="text-align: justify;">Ora, che il lascito degli investimenti, dei progetti e di tutto il resto sia la fuga delle persone (giovani in gran parte, ma non solo) dal nostro territorio, la dice lunga, più di qualsiasi altro argomento.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, sull’emigrazione continuano a circolare idee false, interessate, astruse.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte avvolte dentro un sentimentalismo di maniera che non ne fa comprendere le meccaniche politiche. E di classe.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Vanno via, come in ogni emigrazione che si rispetti, innanzitutto i “poveri”, magari “moderni” cioè laureati, ma “poveri”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Le classi dirigenti non emigrano, tutt’al più viaggiano. Mantenendo spesso saldo in mano il potere nei territori d’origine.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La casta politico-amministrativa, gli intellettuali del ceto medio (medici, architetti, tecnici, eccetera), non se la passano male, anzi. Per loro potrebbe continuare così all’infinito.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Se si dicesse, insomma, che, per un vasto mondo delle classi dirigenti locali, la storia continua come una pacchia, non si sarebbe molto lontani dalla realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Si conferma così un principio base, spesso dimenticato dagli stessi protagonisti dell’esodo: l’emigrazione altro non è, alla fine, che una forma di espulsione di un ceto sociale (povero) da un territorio, per il consolidamento degli interessi dei ceti che rimangono.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">I quali, così, hanno grandi vantaggi. Almeno due, apparentemente opposti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nel primo: si tolgono dalle palle una marea di gente che, se restasse, premerebbe su di loro per la risoluzione dei problemi e la distribuzione della ricchezza (questo è il punto cruciale).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel secondo: si danno la possibilità di predicare e piagnucolare sulla tragedia dell’emigrazione come se non dipendesse da loro ma dal caso. Per questo vediamo in giro esponenti delle classi dirigenti, responsabili con le loro scelte (e quelle dei loro leader nazionali) della nuova emigrazione, che cianciano e sparlano sull’argomento e si pongono addirittura alla testa di una lotta per bloccare l’esodo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">E’ la vecchia storia del Sud, del suo trasformismo politico, del clientelismo duro a morire.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Quando si prenderà coscienza che il Sud (e anche la nostra Alta Irpinia) è una parte del territorio nazionale dove avviene questa cosa assurda e “originale”, cioè la spesa pubblica che produce disoccupazione e emigrazione (caso unico, penso, nel mondo occidentale), soltanto allora sarà l’inizio di una storia nuova.</p>
<p style="text-align: justify;">Foto Le donne di Cindy Sherman</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"> </p>
]]></content:encoded>
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		<title>SANREMO 2010: LE PAGELLE (E IL “CASO MORGAN”)</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 13:18:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianpaolo Faia Prologo E’ il festival della Clerici (oh, mio Dio!)… saremo un po’ prevenuti forse, ma analizzando gli antefatti, le proposte, gli ospiti e gli scandaletti, non si...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gianpaolo Faia</p>
<p><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/03/Violinista-di-Chagall.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-832" title="Violinista di Chagall" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/03/Violinista-di-Chagall-249x300.jpg" alt="" width="249" height="300" /></a>Prologo</p>
<p style="text-align: justify;">E’ il festival della Clerici (oh, mio Dio!)… saremo un po’ prevenuti forse, ma analizzando gli antefatti, le proposte, gli ospiti e gli scandaletti, non si prospetta nulla di decente. Premessa: sarò di manica molto larga nei voti. La serata parte con una certa verve: tutto merito del duo Bonolis-Laurenti, che con battute stile “senso della vita” scandiscono un buon ritmo conduttivo… ma poi eccoci: l’apparizione messianica della Clerici ci riporta nella mediocrità quotidiana: è un’impressione mia o la giunonica conduttrice ha qualche difficoltà ad affrontare la platea? Sembra inespressiva, impallata, frastornata. Ah, quelle tagliatelle della nonna…! IRENE GRANDI: ecco la prima artista ad esibirsi. La canzone è dei Baustelle: scritta e sembra anche cantata dai Baustelle. Tonalità forse un po’ troppo bassa per l’aggressiva voce di Irene. Comunque il pezzo è orecchiabile, l’arrangiamento abbastanza “fresco”, e Irene è sempre Irene.</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 6,5</p>
<p style="text-align: justify;">VALERIO SCANU: ecco il giovane rampante lanciato da “Amici”. “Lanciato” è la parola giusta, nel senso che andrebbe lanciato “in ogni lago”, come si evince dal testo della sua canzone. Dicono rappresenti il futuro della musica italiana, ma come sappiamo il tasso demografico del nostro Paese tende sempre più verso l’anzianità. Il rampollo ha circa 20 anni, ma la sua canzone ne dimostra un centinaio in più. E’ un giovane molto, ma molto vecchio.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-824"></span></p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 1</p>
<p style="text-align: justify;">TOTO CUTUGNO: l’italiano nazionalpopolare entra in scena con una canzone delle sue. Panico. E che stecche negli incisi! Ascoltiamolo e soffriamo in silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO O,5</p>
<p style="text-align: justify;">ARISA: il look orrorifico resta sempre lo stesso, così come l’ambientazione “vintage” della canzone proposta, che si accosta molto per banalità a quella vincitrice dell’anno precedente. Eppure piace, e non mi spiego mai il perché. Sarò io forse il problema?</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 2</p>
<p style="text-align: justify;">NINO D’ANGELO: la sua è l’unica canzone, ovviamente, cantata in dialetto (napoletano…). Il sound è tipico, e la voce di Maria Nazionale anche. Però è una delle migliori canzoni ascoltate finora; niente di eclatante, anzi, però rispetto a Scanu e Cutugno…</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 5,5</p>
<p style="text-align: justify;">MARCO MENGONI: altro prodotto di un talent show (X Factor), è giovane e rispetto a Scanu rappresenta molto di più la sua generazione. Voce interessante, canzone quasi sufficiente, arrangiamento quasi moderno. Il sound, soprattutto nelle sviolinate di archi, riporta un marchio di fabbrica “morganiano” abbastanza riconoscibile.</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 6+</p>
<p style="text-align: justify;">SIMONE CRISTICCHI: piacevolissima sorpresa. Sui testi satirici lui ci ha sempre saputo fare, ma in questa canzone ha aggiunto, oltre all’ironia, anche il sound. Il pezzo funziona, non è banale e suona bene. Gli arrangiamenti, poi, sono di altissimo livello (in particolare archi e fiati, ma anche sezione ritmica, campioni e chitarrone). Una botta di energia che ci voleva davvero. Bene, bene.</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 8</p>
<p style="text-align: justify;">MALIKA AYANE: la sua voce è senza dubbio caratteristica e riconoscibile al primo impatto. L’atmosfera proposta è sempre da “un’estate” alla Giuliano Sangiorgi, comunque c’è di peggio. Lei è brava, intonata, ma potrebbe fare molto meglio. Comunque avalliamo anche questa. L’avevo premesso: voti larghi.</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 6+</p>
<p style="text-align: justify;">PUPO, FILIBERTO E CANONICI: mi sembra il trio “pizza margherita”, rigorosamente tricolore. Che dire, tristezza. E pensare che la pizza è ottima. Ma avete sentito il testo? Allucinante. E così, dopo l’esilio, la candidatura per le europee e “ballando con le stelle”, ecco l’Ariston. Viva l’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 0</p>
<p style="text-align: justify;">ENRICO RUGGERI: “questa è la storia di…”; il crocicchio questa sera è rappresentato dal palco più prestigioso d’Italia, e il buon Enrico indossa nuovamente i panni del cantante. Il brano è un mix tra linea vocale standard-melodica e arrangiamento pseudo-moderno, non una scelta felicissima, a mio avviso. Il suono del basso non è male. Però mi aspettavo di meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 5</p>
<p style="text-align: justify;">SONHORA: gli idoli delle teenager. Che suonassero solo per le teenager. “Baby”… proprio in tema “Moccia”. Però dai, almeno non hanno steccato più di tanto. Non mi dilungo.</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 3</p>
<p style="text-align: justify;">POVIA: e dopo i bambini che fanno oh, i piccioni, i gay, non poteva mancare un altro tema scottante. Il tema dell’eutanasia è una questione serissima, e non mi convince la ripetitività con cui il cantante cavalca costantemente l’onda dell’argomento visibile di turno con troppa facilità. E’ sincero il suo impegno sociale? Non ho elementi tangibili su cui basarmi, quindi sospendo il giudizio sulla questione, anche se sono alquanto perplesso. Riguardo il sound, è carente e scontato&#8230; ma qualcuno mi spiega perché i suoi testi sembrano sempre scritti da un bambino di 3 anni d’età?</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 4</p>
<p style="text-align: justify;">IRENE FORNACIARI feat NOMADI: la figlia di Zucchero è intonata, ma estremamente anonima. Farla partecipare tra i “big” mi sembra un azzardo. Riguardo i Nomadi, è come se non fossero stati presenti sul palco: dov’è il loro sound in questo pezzo? Ma c’erano? Un vero peccato, perché sono una grande band. E intanto ci chiediamo “perché il mondo piange”.</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 5,5 di stima (per i Nomadi)</p>
<p style="text-align: justify;">NOEMI: altra “fatta” da “X Factor”… come se in Italia l’unico modo per dar visibilità e compimento al proprio talento sia passare in tv in un talent show. Anomalia tutta nostra, questa, e se ne vedono i risultati (e i discografici si lamentano, che incongruenza). Comunque Noemi è brava, ha una voce particolare e rende le sue canzoni sempre riconoscibili e passionali. Però era molto emozionata la ragazza. Oserei dire timorosa. Troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 6+</p>
<p style="text-align: justify;">FABRIZIO MORO: altra sorpresa. Mi aspettavo la solita solfa, invece ecco un ritmo reggae, qualche scratch di quà e di là e un inciso finale molto presente. Non sono un amante del reggae, però il pezzo ha il suo perché e la sezione ritmica, soprattutto nel finale, picchia che è un piacere. Bello l’arrangiamento dei fiati. Molto meglio del previsto… ah, maledetti pregiudizi!</p>
<p style="text-align: justify;">VOTO 7,5</p>
<p style="text-align: justify;">Diamo i voti anche ai conduttori e agli ospiti della serata? Ma si, dai…</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ilaria: la moglie deludente e silenziosa</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 13:17:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gente di questo pianeta (osservazioni metropolitane)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Cristina Costanza Sabato 20.12.2008 Roma Termini &#8211; Catania Centrale Ore 21.28 Partirono di casa troppo tardi. Lei si scusava, lui invece lo sapeva!! La fragile Ilaria non faceva che...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Cristina Costanza</p>
<p style="text-align: justify;">Sabato 20.12.2008</p>
<p style="text-align: justify;">Roma Termini &#8211; Catania Centrale</p>
<p style="text-align: justify;">Ore 21.28</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/03/Amanti-Rosa-di-Chagall.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-830" title="Amanti Rosa di Chagall" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/03/Amanti-Rosa-di-Chagall-223x300.jpg" alt="" width="223" height="300" /></a>Partirono di casa troppo tardi. Lei si scusava, lui invece <em>lo sapeva!!</em> La fragile Ilaria non faceva che ripetersi gli errori nella propria testa: <em>forse dovevo lavare i capelli ieri, forse avrei dovuto fare le valigie ieri sera. <span style="font-style: normal;">Il fatto è che qualunque cosa Ilaria avesse fatto, non sarebbe stato comunque abbastanza.Il <em>marito</em>, un uomo né bello, né particolarmente intelligente, aveva scelto la donna giusta per lui, forse per quella sua capacità di essere docile e silenziosa.Ilaria non è una donna stupida, vede perfettamente i difetti del <em>marito</em>, ma ha sempre creduto di poterlo guarire dal suo male del mondo. Per questo lo aveva sposato, nel giorno in cui aveva detto <em>si</em> a quel difetto travestito da uomo. Non si parla certo di un vizio di ordine fisico. Tutto sommato, il <em>marito </em>si sarebbe potuto dire anche un bell’uomo. Ma mai piacevole né carino con la moglie, questo no. Ci sono uomini viziati dalla madre, altri dal padre, altri ancora dalla moglie. Nel caso del <em>marito</em> a dar spazio a quel vizio erano stati madre, padre, ex-moglie, e poi la stessa Ilaria. Ma Ilaria aveva imparato la pazienza. <em>Pazienza, abbi pazienza lui è tuo marito e se l’hai sposato c’è un perché</em>, un ritornello capace ormai di giustificare qualunque comportamento di lui.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;"><em>Che ore sono, tesoro?</em>, chiede Ilaria.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-820"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Da dentro il taxi Ilaria scorge un orologio che segna le 20.40, ma si dice che non è possibile che siano passati già quaranta minuti dal momento in cui hanno lasciato casa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Non lo so, Ilaria, non mi assillare. Facciamo in tempo. Non ti agitare.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Poi si rivolge al tassista, forte di quella che possiamo chiamare solidarietà maschile.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Se riesci a non farlo</em>, aggiunge<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ilaria lo guarda di profilo, mentre fuori è quasi buio e per un istante ha paura di dire a se stessa di come quell’uomo al suo fianco appaia un estraneo qualsiasi.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure è suo marito, lei era felice quando ha detto <em>si</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma prima che abbia finito di congetturare, la sua mente è già preda del suo solito ritornello.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal finestrino la città appare così in pace che Ilaria sente un sussulto nel cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse sarà l’ansia per la partenza, forse sarà la nostalgia di lasciare casa, forse qualcos’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, i suoi pensieri cadono lievi lievi come la neve, il cervello le si svuota. In silenzio, ferma, resta ad ascoltare il sentire della città nella fredda sera di febbraio.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli occhi si fanno scrutatori e vanno alla ricerca di pace.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando sono fermi al semaforo, inizia ad osservare il palazzo dal suo finestrino: 7 piani. Sette famiglie calde, sette case accoglienti, sette televisori accesi sui programmi della sera, sette cucine piene di buon odore.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando scatta il verde, mentre fugge via da quel paesaggio che solo per un attimo ha fatto preda di lei, pensa a quelle stanze buie: camere vuote in attesa di compagnia. Questo pensiero le fa gelare il sangue.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>E comunque siamo in tempo. Tu e le tue solite ansie! </em></p>
<p style="text-align: justify;">Ha gli occhi gelidi mentre il <em>marito</em> pronuncia quelle parole.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora fa cenno di si con la testa, quasi senza sentire, senza dire nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il resto del viaggio, cerca di abbandonare i pensieri sul <em>marito</em> e sul viaggio che li aspetta, senza voler pensare alla meta, un luogo del terrore per lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Guarda le macchine, guarda i bambini dentro le macchine e sorride senza mai illuminarsi. Si fa quasi pena.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla stazione Termini, però, arriva l’errore numero due.</p>
<p style="text-align: justify;">Ilaria non ne sa tanto di treni, si è sempre portata alla stazione con anticipo, ha chiesto aiuto, spiegazioni, chiarimenti. Ed è sempre stato sufficiente.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quale sarebbe la carrozza? Spero non avrai dimenticato i biglietti Ilaria</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Una borsa capace di tenere un po’ di cose, diventa un mare confuso di oggetti, presenti e assenti. Quando ha cercato l’accendino, l’ha trovato subito. Lo stesso è successo con le sigarette.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché adesso non riesce a trovare i biglietti?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma poi come naufraghi in un’immensità liquida, li trova e li afferra.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Eccoli</em>, dice al <em>marito. Li ho trovati.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Brava, </em>dice ironico. <em>Vediamo un po’</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Li afferra con uno strattone e le graffia un dito. Solo che ha fretta, non fa niente, non è niente. Lui non glielo chiede nemmeno. Lei succhia una goccia di sangue dal dito indice mentre aspetta il verdetto finale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Carrozza 30, </em>dice, e già ha perso la pazienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono davanti alla carrozza uno, così si incamminano.</p>
<p style="text-align: justify;">Via via che i numeri crescono, Ilaria si chiede se mai sia esistito un treno a 30 carrozze.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>marito</em>, invece, non si chiede nulla e perplesso aumenta il ritmo del suo passo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sette… otto… nove. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Si blocca.</p>
<p style="text-align: justify;">Non esistono altre carrozze dopo la nove. Non ci sono.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci sono altre carrozze in coda alla nove.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Santo cielo, Ilaria, ma è possibile che tu non faccia mai una cosa per bene. Mio Dio. </em>Emette un sospiro greve poi continua: <em>lascia che chieda a qualcuno. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Quando Ilaria aveva fatto i biglietti aveva vissuto un pomeriggio di libertà da adolescente. Era uscita di casa verso le 4 del pomeriggio. Aveva attraversato la città a bordo di un autobus. Poi, arrivata alla stazione, aveva acquistato i biglietti per sé e per il <em>marito</em> senza farsi troppe domande sulla numerazione della carrozza, sulla testa e sulla coda. Alla fine si era detta <em>brava </em>con un bel cono al gelato pistacchio e cioccolato.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre il <em>marito</em> chiede informazioni al capotreno, Ilaria sente crescere dentro il senso di colpa che fa pesanti i pensieri, come un uomo prossimo alla condanna.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sa, sta arrivando: lei ha sbagliato tutto e lui la farà sentire di nuovo piccola e incapace.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando il capotreno smette di parlare, il <em>marito</em> si volta e le lancia uno sguardo misto di rassegnazione e desolazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La carrozza 30 sta in testa, Ilaria! Prima della 1! Come hai fatto a non vederla, Ilaria, me lo dici?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ilaria si chiede perché quell’uomo dia colpa a lei di qualunque cosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dove è il mio rasoio elettrico, Ilaria? Ilaria – </em>urla dalla camera accanto &#8211; <em>non si trova mai niente in questa casa</em>. <em>Questa pasta non ha sapore Ilaria</em>, dice la sera a cena. <em>Perché questo letto è sempre gelato, Ilaria</em>? quando si sdraia prima di dormire.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre Ilaria fa questo triste quadro della situazione, il <em>marito </em>continua a gridarle in faccia parole che diventano sempre più diffuse e lontane.</p>
<p style="text-align: justify;">Parole diverse cominciano a rimbalzarle in testa.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima <em>libertà</em>, poi <em>desiderio</em>, poi <em>amore per se stessi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove erano nascoste queste parole?, pensa.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi arrivano <em>dignità, rispetto e riconoscenza</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno la vede eppure quasi le scappa da ridere perché quel pensiero le ha fatto solletico dentro.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Corri presto, il treno parte fra otto minuti! Corri Ilaria!</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il trolley diventa un divertente carretto da trainare, la borsa diventa leggera. La sensazione dura poco perché è tempo di correre davvero.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Otto minuti e le vacanze sono andate! Io non ho intenzione di tornare ancora qui domani, Ilaria!</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>marito</em> inizia a correre, Ilaria lo segue.</p>
<p style="text-align: justify;">Guarda i suoi piedi andare e li imita nel ritmo e nel percorso. Supera un gruppetto di poliziotti in divisa, schiva due ragazze ferme a fumare una sigaretta prima di partire, da una spallata ad una ragazza con gli occhiali che stringe in mano un piccolo cactus, suo compagno di viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Guarda e corre, corre e guarda.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ecco, ecco! Ce l’abbiamo fatta! Saliamo! Presto, Ilaria, fai presto!</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quando sono sul treno il piacere della vittoria va al suono del suo respiro forte ed affannato.</p>
<p style="text-align: justify;">Prende aria con la bocca.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui non si volta nemmeno.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Respira, Ilaria, respira</em>, pensa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ventidue e ventiquattro, ventidue e ventiquattro</em>. <em>Ecco qua! Ma non avevi detto che erano cuccette, Ilaria?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Un nuovo orizzonte triste e problematico si apre agli occhi di Ilaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Cuccette, posti a sedere, sedili in corridoio, che importa: lei non vuole prendere quel treno. Ha quasi vergogna del suo pensiero, quindi lo nasconde e tace.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dovevamo prendere quel treno ad alta velocità, quante volte ti avrò detto di venire in stazione a fare i biglietti, Ilaria!  Hai voluto aspettare, i posti sono finiti e adesso viaggiamo in questo carro bestiame!</em></p>
<p style="text-align: justify;">La voce del <em>marito</em> è alta e risonante, le tre persone già sedute nello scompartimento si vedono palesemente imbarazzate. Nessuno osa dire niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendono posto. Mancano pochi minuti alla partenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando il <em>marito</em> ha preso finalmente posto, Ilaria riceve la telefonata della madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorride un po’ per l’imbarazzo verso i compagni di viaggio, un po’ per la sua tanta speranza di dissolvere quella tensione scura.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Si, </em>sorride, <em>non sai che corse è toccato fare!</em> &#8211; dice alla madre dall’altra parte del telefono &#8211; <em>dalla carrozza uno alla nove e poi di nuovo alla uno. Pensavamo di fare tardi! </em></p>
<p style="text-align: justify;">E mentre lo dice mostra falsa tranquillità in una risatina stridula e veloce.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>marito</em>, mentre gli altri tre stanno zitti, sbotta senza cura, ancora come un bambino di sette anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pensavamo? Noi pensavamo, Ilaria? Ma fammi il favore! Mi stai rompendo le scatole da casa. Che ore sono, quando arriviamo. Poi </em>– si rivolge con eleganza da vero gentiluomo ai tre astanti &#8211; <em>sbaglia carrozza, mi fa correre come un ossesso su e giù per il binario e mi dice pensavamo! Smettila, Ilaria!</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono momenti nella vita di un essere umano che hanno valore più di interi anni. Piccole cose, coincidenze all’apparenza stupide segnano il percorso a venire, per lungo tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il momento di Ilaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Guarda il <em>marito</em> negli occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorride e tutto è già chiaro e limpido.</p>
<p style="text-align: justify;">Il treno fischia, afferra la borsa e scappa via.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pubblico che assiste alla scena non capisce. Nessuno capisce.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>marito </em>non capisce quanto gli altri e, mentre lei corre via, si alza in piedi e vede la moglie saltare giù dal treno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il treno è partito.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>marito</em> guarda Ilaria che, sulla banchina, ride fragorosamente si volta e prende a salterellare verso l’uscita. <em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Quelle furono le vacanze più brutte che il <em>marito</em> avesse mai trascorso, nonostante avesse desiderato da giorni di tornare a casa dei genitori in Sicilia.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando tornò a Roma, nella casa in cui viveva con Ilaria, tutto quello che apparteneva a lei non c’era più. Non ebbe spiegazioni, non ricevette lettere o messaggi. Ad attenderlo c’era solo un bigliettino adesivo con su scritto un lapidario <em>addio</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un bigliettino appiccicato alla sua seconda notifica di richiesta di divorzio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dipinto Amanti Rosa di Chagall</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>LA DANZA DELLE SCIMMIE</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 13:15:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi capone &#8230;dall&#8217;inquietudine del vivere il realismo quotidianamente&#8230; Mi dà rabbia che in questo paesino di merda (per chi ha ancora la forza di dirlo), Nusco, ci sia la...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luigi capone</p>
<p style="text-align: justify;">&#8230;dall&#8217;inquietudine del vivere il realismo quotidianamente&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/03/Botero-Banistas.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-828" title="Botero-Banistas" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/03/Botero-Banistas-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a>Mi dà rabbia che in questo paesino di merda (per chi ha ancora la forza di dirlo), Nusco, ci sia la media di coglioni più alta d&#8217;Italia.<br />
Gente dotata di una totale incapacità in tutto, con un&#8217;intelligenza di gran lunga inferiore ai 70, analfabeti, idioti, ridicoli fino ad arrivare al surreale. Raccomandati dal boss della zona, De Mita, lavorano tutti e prendono 2000 euro al mese, per fare danni alla regione, alla provincia, nelle scuole, negli ospedali, nei servizi pubblici. Parlano con l&#8217;aria di uomini che hanno avuto successo, perchè hanno potuto permettersi un abbigliamento degno di qualche imprenditore truffatore milanese. Non hanno nemmeno il pudore di andare a nascondersi, anzi scorazzano con le loro macchine costose con buffoneria.<br />
I nuscani, gli abitanti del non-luogo chiamato Nusco, sono anche i più grandi voltafaccia e traditori della zona. Chiunque, qualsiasi cosa dica, è pronto a vendersi la madre per un &#8220;posto&#8221; in ufficio.<br />
Mi dà anche rabbia che in questo sistema vanno avanti i peggiori, quelli che meriterebbero di essere impiccati per i coglioni in piazza. Quelli che sono figli di grandissimi SERVI e SCHIAVI.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi dà rabbia che da un lato c&#8217;è questa classe di analfabeti e dall&#8217;altra una classe di &#8220;intellettuali&#8221;(che parolone!) piccolo borghesi che li appoggia e da cui sono largamente sostenuti, che diffonde ignoranza, menzogne e illusioni. A molti di loro brucia il culo non aver mai avuto favori dal boss.<br />
Cari amici della comunità provvisoria, mi sembrate degli zombi cattolici. Lo sapete benissimo che qui non ci vuole un risollevamento, ma una bomba atomica per distruggere tutto e ripartire da 0. Caro Arminio, scrittore che leggo volentieri, un tempo sicuramente andavi anche tu dal grande boss De Mita, ora ti auguro di diventare famoso, così finalmente  lascerai la tua fottutissima, inesistente e fuori dal mondo irpinia d&#8217;oriente.<span id="more-822"></span><br />
Mi dà rabbia essere nato proprio qui, in questo lurido pantano fiorito e cementificato di scudi crociati.<br />
Mi dà rabbia che ancora non mi hanno ucciso, vuol dire che non ho affondato bene la lama.<br />
Gli dà rabbia che sono ancora vivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono vivo perchè non ho una buona reputazione da difendere, mi rendo conto di essere fottuto a vita e questa è la mia forza. Aspetto solo che qualcuno mi spari in fronte.</p>
<p style="text-align: justify;">Auspico una guerriglia al più presto, ma non so se è più una speranza o un futuro prossimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mi considero &#8220;di Nusco&#8221;, non considero i forti campanilismi tra i paesi, ma mi ritengo altirpino; e comunque è solo una provenienza, un&#8217;origine, non sarà mai la mia dimora fissa.</p>
<p style="text-align: justify;">Vivo in una condizione di profonda inquietudine, marginalità e disagio continuo, accerchiato da bastardi nati, coi soldi e senza scrupoli.<br />
Voglio morire perchè non ci sono motivi per stare in questa situazione.<br />
Non voglio vivere semplicemente per non darla vinta agli stronzi, come fa la maggiorparte della gente.<br />
Voglio allontanarmi da tutto, perchè niente più mi interessa: nè i soldi, nè le puttane, nè la droga, nè l&#8217;amore, nè Dio.<br />
Sono nomade e senza Dio. Sono perso senza speranza, ed ho una collezione di ombrelli rotti nel bagagliaio.<br />
Chi scrive, chi ha un&#8217;anima e un buon cervello prima o poi se lo prende nel culo. Sempre.<br />
Qui si è salvato solo chi se n&#8217;è andato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni mattina mi capita di svegliarmi con la sensazione che mi stia entrando qualcosa nel culo e capita anche quelle mattine, in cui mi sveglio sputando peli di fica. Il buco nero che tutto inghiotte; immondizia, ladri e tutte le disgustose facce che mi capita di vedere. Esiste da qualche parte un pozzo senza fondo pronto ad accogliere la feccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli artisti, dal canto loro, non hanno futuro e il futuro nemmeno avrà artisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Facciamo spazio alle discariche, alle centrali nucleari e alle scorie davanti alle case dei pezzenti e dei morti di fame e rinchiudiamoci nelle nostre ville milionarie coi pannelli solari, comprate dai soldi di posti di lavoro rubati dallo stato. Spegnamo anche l&#8217;ultimo barlume di dignità.<br />
Andiamo a puttane, anzi andiamo a votare per le puttane, e facciamogli guadagnare soldi e posti di potere, perchè noi abbiamo il culo su un bel divano e abbiamo macchine, televisori e vestiti senza aver mai fatto niente per meritarceli. Facciamo la danza delle scimmie. Andiamo in disco e trucchiamoci come dei coglioni.Poi facciamo un rave dove ci faremo di pasticche e di cocaina, e facciamoci togliere la patente al posto di blocco. Solo qualche stronzo che non esce si farà di eroina chiuso nella sua stanzetta a morire.</p>
<p>Dipinto di Botero-Banistas</p>
]]></content:encoded>
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		<title>PICCOLE, MEDIE E GRANDI GANG A GUARDIA DEL PASSATO</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 18:56:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo   E’ deprimente assistere alle discussioni sulle elezioni regionali in Italia. E non perché tutte le discussioni del ceto politico ancora in auge (in modo diverso e...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Michele Fumagallo</strong><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-743" title="GetAttachment.aspxWoody Allen di Pericoli per il post mio" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/02/GetAttachment.aspxWoody-Allen-di-Pericoli-per-il-post-mio.jpeg" alt="GetAttachment.aspxWoody Allen di Pericoli per il post mio" width="340" height="462" />E’ deprimente assistere alle discussioni sulle elezioni regionali in Italia. E non perché tutte le discussioni del ceto politico ancora in auge (in modo diverso e con argomentazioni diverse, è un mondo inadeguato che va liquidato tutto) siano di per sé deprimenti. Ma perché manca sempre la discussione sul ruolo delle istituzioni in un periodo di crisi e di passaggio come l’attuale.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà assistiamo a un tragico occultamento di verità per mantenere in piedi il mondo istituzionale così com’è (o magari cambiarlo in peggio, con un federalismo falso): è la vecchia storia della “casta”, cioè del ceto politico &#8211; tale è il coacervo di “impegnati” in quella che si continua ipocritamente a chiamar politica, allo stesso modo in cui si continua a chiamare fede quella cosa morta che si pratica nelle chiese &#8211;  che cerca di resistere come può e come sa, cioè con il moltiplicarsi della corruzione (oggi legalizzata) e della compravendita delle persone e con una linea di intervento nelle cose che sposa il più trito e selvaggio liberismo, da noi “all’italiana” naturalmente, cioè condito di super assistenzialismo verso i clientes.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma quel che è vero per l’Italia lo è purtroppo altrettanto per i paesi dell’Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Che dire?</p>
<p style="text-align: justify;">Assistiamo a un gioco perverso in cui grandi, medie e piccole gang “politiche” si danno una mano per mantenere in piedi il passato in tutta l’area dell’Unione Europea. Una cosa che sarebbe ridicola se non fosse terribilmente tragica. Un comportamento che blocca in Europa il futuro, già peraltro incerto in tutto il pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-742"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LA GRANDE GANG</strong><strong> EUROPEA</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Quella macchietta (di questo davvero si tratta) chiamata Unione Europea non fa nessun passo avanti nell’unica strada che permette di guardare avanti in tempi di globalizzazione, cioè la costruzione del Nuovo Stato Europeo, magari federale.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è una grande GANG, fatta di presidenti del consiglio degli (ex) stati nazionali, ministri, commissari e funzionari che gironzolano attorno a questa macchina-totem chiamata Unione Europea. Vi gironzolano mettendo in atto (magari non tutti lo fanno apposta, ma i riflessi condizionati sono potenti) un unico principio: tutto si deve muovere senza smuovere i vecchi assetti istituzionali. Tradotto in parole povere: tutto si deve muovere senza toccare gli assetti dei vecchi stati nazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, ovviamente, questo non è possibile. O meglio, è possibile soltanto chiudendo la porta alla costruzione di un nuovo Stato “collettivo”, che è come dire chiudendo la porta al futuro. Ma allora non si capisce perché si è presa la strada della “Unione” con alcune cose di peso già fatte, vedi moneta comune. E’ un andazzo che va avanti da anni, senza nessuno scandalo del ceto politico (e si capisce perché: difendono privilegi di “casta”), ma anche senza nessun sussulto di quella che dovrebbe essere l’ “opinione pubblica”.</p>
<p style="text-align: justify;">La tragedia di cui parlo è questa: una classe dirigente europea (chiedo scusa della parola immeritata) inetta e parassitaria (qui davvero purtroppo non contano le differenze di linea politica) e un’opinione pubblica assente, cioè culturalmente e civilmente “agonica”, si danno la mano a bloccare il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, si capiscono di più le recenti prese di posizione della Cina e degli Stati Uniti che tendono a considerare l’Europa per quello che è: un’area, magari ricca di storia e di possibili insegnamenti, ma decadente.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>LA MEDIA GANG</strong><strong> NAZIONALE</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Né le cose vanno meglio nei vecchi Stati Nazionali che fanno parte dell’Unione Europea (27, per adesso). Anche qui si fa a gara per non far capire nulla dell’Unione. Né di cos’è, né di cosa si vuole per il futuro. Tanto meno di quale nuovo Stato si vuol costruire. Si fa finta di niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo, mettiamo in questo caso in Italia ma il ragionamento vale per tutti i paesi, una media GANG, cioè una banda di automi (meglio: di paraculi) che si comporta come se l’Italia fosse il vecchio stato di un tempo, con i suoi riti e i suoi miti istituzionali. Nulla deve essere toccato in chiave europea, tutto deve andare avanti mantenendo testardamente in piedi il feticcio del vecchio stato nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa logica, ad esempio in Italia, si va ad elezioni regionali che non c’entrano davvero nulla con la realtà del futuro. Le regioni attuali sono davvero inutili e devastanti perché al di fuori della storia: il futuro infatti è fatto di Stati Nazionali che si ridimensionano a Regioni. La regione Campania e la regione Lombardia non c’entrano quindi più nulla con questa istituzione intermedia.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece tutto serve a perpetuare una casta reazionaria e conservatrice che impedisce alle nuove generazioni (il problema dei giovani è squisitamente e unicamente europeo) di sviluppare le proprie vitalità ed energie.</p>
<p style="text-align: justify;">Assistiamo quindi alla miseria politica di una media gang che guida gli (ex) stati nazionali verso il nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>LA PICCOLA GANG</strong><strong> DEI</strong><strong> POTERI LOCALI</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche le classi dirigenti dei poteri locali (o cosiddetti locali: le regioni sono istituzioni “intermedie”, è improprio definirle locali), le piccole GANG, non scherzano in quanto a conservatorismo e reazione. Anzi. Proprio a partire dalle Regioni, assistiamo a una devastazione della storia e del futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi ripeto, e chiedo scusa: le Regioni sono istituzioni sorpassate dal tempo, che avevano un senso nei vecchi e chiusi stati nazionali. Oggi, addirittura con ruoli accresciuti, esse stabilizzano lo status quo dei vecchi stati nazionali, quindi di fatto sono antieuropee per definizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece, ecco il grottesco, le Regioni sono interlocutori principali dell’Unione Europea: una straordinaria ironia della storia che pagheremo, temo, molto caramente.</p>
<p style="text-align: justify;">In più, ripeto, esse diventano devastanti perché usurpatrici di un potere che spetta nel presente e nel futuro ad altri, cioè ai vecchi stati nazionali: il ruolo autentico, infatti, dell’Italia, della Francia, della Slovenia, della Spagna eccetera, nella futura Unione Europea, non può che essere quello di una Regione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Né le cose, sempre per stare all&#8217;Italia, vanno meglio per le Province, che sono l’unica istituzione “usabile” per l’immediato futuro (poi non ce n’è più motivo): perché sono più radicate e antiche nella loro maggioranza, più vicine ai territori municipali.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece, anche qui, assistiamo a un balletto atroce, in cui le classi dirigenti provinciali si acquattano, non mettono in moto nessun protagonismo attivo, non denunciano la devastazione regionalistica, non producono nessun progetto di aiuto a costruire, nelle realtà di base, i “Nuovi Municipi”.</p>
<p style="text-align: justify;">E, dulcis in fundo, le cose precipitano nelle realtà municipali perché si è incapaci di capire l’importanza del potere comunale, quello più vicino ai cittadini, punto centrale del cambiamento e della partecipazione alle istituzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">E quindi, anche qui, assistiamo a una vera e propria perversione: nelle realtà metropolitane, invece di puntare al decentramento come fa positivamente la città di Roma con la valorizzazione dei quartieri urbani divisi in venti municipi, si va all&#8217;istituzione di quella vera e propria stupidità che è la &#8220;città metropolitana&#8221;, negazione di autonomia e  municipalità autentica.</p>
<p style="text-align: justify;">All’opposto i vecchi, piccoli comuni (di cui l’Italia, ma anche l’Europa, è piena) dovrebbero unirsi per fondare Nuovi Municipi, giacché è impossibile continuare con panni infantili una vita da adulti: i bisogni sono cresciuti e un Comune moderno non può programmare senza avere un numero sufficiente di abitanti che ne giustificano i servizi essenziali e di base (all’altezza della modernità, naturalmente), dalla scuola alla salute, dai servizi ai trasporti, eccetera.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>IN CONCLUSIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, ma non c’è conclusione perché siamo soltanto all’inizio di una nuova storia e di una nuova lotta, dovremmo muoverci tutti con una stella polare di guida: quella del binomio Nuovo Municipio-Nuovo Stato Europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">E cominciare a colpire, senza perdere tempo, con contenuti nuovi e istituzioni nuove, la vecchia classe dirigente, già morta, per quanto mi riguarda, e quindi non meritevole delle attenzioni che si riservano alle cose vive.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il gioco anche in Alta Irpinia, il luogo del nostro Nuovo Municipio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tutto il resto, cioè quello che si vede in giro, semplicemente “non esiste”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">p. s. : ricordo, da appassionato di cinema, la trilogia di George Romero sugli Zombi (“La notte dei morti viventi”, “Zombi”, “Il giorno degli zombi”). Lo zombi-morto vivente, cioè in senso figurato la persona senza passione e futuro (lasciamo stare le origini antropologiche del mito che forse sono diverse), non tollera la vitalità del vivo. Quindi deve aggredirlo, succhiarne il sangue per riportarlo in morte. Nei nostri paesi dell’Alta Irpinia (a Nusco, Montella, Morra, Calitri, eccetera), in Italia, nell’Unione Europea, ci sono infiniti zombi che attraversano le strade. Sono i morti viventi figli del passato che non tollerano quindi il futuro. Bisogna stare attenti, riconoscerli, evitarli. Ecco perché dico, memore dell’insegnamento di un tale che invitava a lasciare i morti con i loro morti, che non bisogna perdere tempo. C’è sempre in agguato uno zombi che non vede l’ora di aggredire il vivo (il futuro) e riportarlo nella tomba (del passato).</p>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">Woody Allen visto da Tullio Pericoli</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>AVATAR E LA DIFESA DI PANDORA</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 18:52:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Gianpaolo Faia Qualche giorno fa, stimolato da un bombardamento mediatico senza precedenti, ma ancor più spronato dai suggerimenti di alcuni amici, ho assistito alla visione del film “Avatar”, rigorosamente...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di Gianpaolo Faia</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-740" title="Foto di Chat Baker a Montescaglioso per il post di Gian paolo." src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/02/Foto-di-Chat-Baker-a-Montescaglioso-per-il-post-di-Gian-paolo..jpeg" alt="Foto di Chat Baker a Montescaglioso per il post di Gian paolo." width="294" height="480" />Qualche giorno fa, stimolato da un bombardamento mediatico senza precedenti, ma ancor più spronato dai suggerimenti di alcuni amici, ho assistito alla visione del film “Avatar”, rigorosamente in 3D. Non sono un esperto cinefilo; tuttavia, le sensazioni che tale “esperienza” (perché è di esperienza che si tratta) ha suscitato in me, sono state molteplici e ciò mi ha invogliato a condividerle e ad esternarle in questo post. Non nascondo che, pensandoci, intravedo anche una sottile ironia, un gioco del destino, su ciò che mi sta portando a scrivere questo post: le mie ultime trattazioni riguardavano, guarda caso, la presunta “solitudine cosmica” dell’essere umano e la possibile esistenza di vita su altri mondi…</p>
<p style="text-align: justify;">Non sto qui a riassumere il film, ma un accenno alla trama mi sembra doveroso: trattasi di un film diciamo “naturalista”, in cui vengono estremizzate alcune delle peculiarità negative dell’essere umano nei confronti sia dei suoi simili che della natura in genere; una mancanza di rispetto per se stesso (quando il feticcio-merce diviene l’unico Dio…) che certamente non può tradursi in una filantropia universale. Uomo esploratore di altri mondi; uomo conquistatore di mondi; uomo distruttore di mondi. Dunque distruttore di se stesso. Nemesi. Ma anche speranza, fievole, forse effimera, ma viva.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, la mia attenzione si è focalizzata sia sulla qualità delle immagini che sul messaggio insito all’interno del film.<span id="more-739"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Quando parlo di “esperienza”, voglio sottolineare innanzitutto un’esperienza polisensoriale: in questo, la tecnologia ha fatto passi da gigante; vedere il suddetto film in tre dimensioni ha rappresentato un’immersione quasi reale (molto realistica) in quel mondo-altro onirico rappresentato dal pianeta “Pandora” e le sue meraviglie. Uno spettacolo al quale difficilmente si può restare indifferenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non nascondo il mio entusiasmo sull’aspetto tecnico-visivo della questione, in quanto non sono affatto un avversario purista di qualsivoglia tipo di tecnologia che possa migliorare la qualità della vita delle persone. Tuttavia, un paletto irremovibile per me, è rappresentato dall’ecosostenibilità di tale progresso (in fondo, è uno dei messaggi lanciati proprio dal film di Cameron) e dal rispetto che ogni essere vivente dovrebbe avere per la vita stessa. Cosa, banale dirlo forse, estremamente rara nella nostra realtà… “rispetto”: una parola così piccola, eppure così roboante… ci fosse almeno quello, le persone forse non starebbero meglio, ma sarebbero certamente meno stressate e sclerotiche… (spero perdoniate questa mia piccola digressione, o constatazione di un dato di fatto sotto gli occhi di tutti e ammesso da pochi).</p>
<p style="text-align: justify;">Il messaggio del film è estremamente chiaro, ed estremamente semplice, forse banale, ma… credo fortemente che tali messaggi non possano far male. Se vogliamo criticare tutto, ok. Illudiamoci che l’uomo sia un essere di una bontà innata, insita nell’animo, capace di travalicare qualsivoglia ostacolo e interesse: non è così. Luci ed ombre ci avvolgono, e le ombre si fanno sempre più cupe e soffocanti. Indifferenza alle cose del mondo che si traduce in indifferenza e incapacità di ascoltare il proprio animo, le proprie passioni, i propri amori. Non sono un filantropo. Assolutamente. Probabilmente sono più assimilabile alla figura del misantropo tracotante. Ma quello che mi sta a cuore, è la capacità di sentire, ascoltare. “Sentire” la musica, sentire le parole, sentire la natura, sentire le persone che ci stanno a cuore, e infine, sentire se stessi. Perché troppo spesso non si dà ascolto all’abisso celato dentro di noi, quando esso stesso ci chiede di attanagliare le ombre che ci avvolgono, inglobandole in se.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ah, dimenticavo: sapete che il film è stato censurato in Cina?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Foto, anonima, di Chat Baker a Montescaglioso (Matera).</p>
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		<title>Sorrisi e umanità: le terapie non farmacologiche</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 18:48:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[ContemporaneaMENTE (nei deserti dell'anima)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tiziana Rullo Attraverso l’evoluzione storica e culturale dell’ospedalizzazione infantile, si è passati dal curare il bambino all’avere cura del bambino. In Europa, fino all’ Ottocento, il bambino non era...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Tiziana Rullo</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-737" title="man-ray-noire-et-blanche" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/02/man-ray-noire-et-blanche-300x237.jpg" alt="man-ray-noire-et-blanche" width="300" height="237" />Attraverso l’evoluzione storica e culturale dell’ospedalizzazione infantile, si è passati dal curare il bambino all’avere cura del bambino.</p>
<p style="text-align: justify;">In Europa, fino all’ Ottocento, il bambino non era oggetto di attenzione, motivo per il quale la pediatria nasce molto tardi; i medici ritenevano impossibile curare esseri che non erano neanche capaci di dire di cosa soffrivano, per cui la mortalità infantile era del 50%.</p>
<p style="text-align: justify;">Intorno alla metà del 1800, grazie alla pubblicazione del primo Manuale di Pediatria nascono gli ospedali pediatrici che, però, non consentivano il ricovero ai bambini al di sotto dei tre anni perchè considerati troppo impegnativi.  In realtà, in quelle condizioni, l’ospedalizzazione pediatrica comportava numerose fonti di stress poiché la vulnerabilità dei bambini veniva messa a dura prova: visite, procedure e luoghi sconosciuti, cibi, abiti e giochi d’ospedale, personale medico austero e sconosciuto, manifestazione dell’ansia genitoriale, dolore e vergogna, terminologia specifica. Erano tutte condizioni che non facilitavano la guarigione del bambino piuttosto comportavano cambiamenti psicofisici severi.<span id="more-736"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Pietra miliare del percorso che ha portato all’umanizzazione dell’ospedale pediatrico è stato il Convegno delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo svolto a New York nel 1989, che ha dato motivo di realizzare i conseguenti Progetti Materno-Infantile che ne sono derivati.</p>
<p style="text-align: justify;">Umanizzare è rispettare il bambino come essere umano fin da quando nasce e anche prima, e coinvolge vari settori (le organizzazioni, le risorse, ecc.) e necessita di ambiti di competenza e collaborazione, una sorta di integrazione come pratica di intervento. In primo piano ci sono l’empatia, l’ascolto, l’attenzione, la disponibilità e la fiducia. Ci sono state varie conquiste in merito: innanzitutto il ricovero, ora, viene fatto solo quando è necessario; il bambino può avere sempre la mamma con sé; le degenze sono piuttosto brevi, le dimissioni protette; la non- pigiamizzazione del paziente; sono stati inserite anche la scuola, la biblioteca e la preziosa figura dei clown.</p>
<p style="text-align: justify;">La Clown Terapia è l’arte del dono di sé, la chiave d’accesso per l’altro, diventando parte integrante delle terapie mediche; i clown donano loro stessi  così come sono, regalando giochi e sorrisi. Si interagisce prima con i genitori per ottenere la loro fiducia, per poi avere la serena partecipazione dei bambini e provare a trasformare il dolore.  E’ stato dimostrato che il sorriso e il buonumore incidono in maniera considerevole sui tempi di guarigione di diverse patologie, anche gravi, perché accrescono l’autostima, rimuovono gli effetti negativi dello stress, ridimensionano i timori più cupi e aiutano a socializzare. I Clown Terapeuti sono molto spesso volontari, studenti di Medicina, Psicologia, Scienze Infermieristiche, che attraverso un’adeguata preparazione e una lodevole volontà, intrattengono i bambini ricoverati in ospedale con giochi, magie e tanto buonumore per alcune ore settimanali, regalando sorrisi e attimi di spensieratezza: guarire ridendo soffrendo di meno.                                                                                                                                                    Il bambino malato ha paura , si ritrova in un mondo completamente estraneo a lui e qualunque siano le cause del suo stato di disagio il momento che vive è di estrema fragilità e può provocare traumi. Ma grazie alla nascita di terapie alternative e solidali (Clownterapia, Pet therapy, Musicoterapia ecc.), che hanno apportato evidenti effetti positivi, la degenza del bambino in ospedale ha ottenuto dignità, si aiuta il bambino ad inquadrare positivamente ogni ricordo negativo legato a precedenti procedure, restituendogli la preziosa ingenuità che gli appartiene. Semplicemente una grande forma d’amore.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">Fotografia-ritratto di Man Ray</span></p>
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		<title>Il fantasma del cinema porno</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 18:43:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Luigi Capone Un tempo abitavo a Napoli, a Rua Catalana. Numero di matricola 03156754 dell’Università Federico II.  Prima ero stato per un paio d’anni a Forcella, poi avevo cambiato...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di Luigi Capone</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-734" title="Dipinto di Niki de Saint-Phalle per Luigi" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/02/Dipinto-di-Niki-de-Saint-Phalle-per-Luigi.jpeg" alt="Dipinto di Niki de Saint-Phalle per Luigi" width="400" height="320" />Un tempo abitavo a Napoli, a Rua Catalana. Numero di matricola 03156754 dell’Università Federico II.  Prima ero stato per un paio d’anni a Forcella, poi avevo cambiato zona, stanco di quella piccola casbah fetida. I vicoli putrefatti e pieni di immondizia non erano esattamente quello che avevo sperato per me. La gente che usciva dalle case fatiscenti con cannottiera e zoccoli ai piedi. Un tossico di piazza del Gesù, soprannominato zi Ernesto,una volta mi disse la cosa più saggia che puoi sentirti dire da quelle parti. -Cosa saresti tu, studente??-                                                               -Qua o rubi, o ti droghi o muori-.                     I   miei coinquilini spacciavano cocaina e vendevano telefonini rubati. Guardavano 10 ore di televisione al giorno e parlavano un dialetto quasi incomprensibile. Il loro passatempo era rendere la vita un inferno a me e all&#8217;altro disgraziato che viveva in quella casa. I soprannomi che gli avevo dato erano “il verme” e “il topo di fogna”, perché gli si addicevano. Di lì a due anni avrei lasciato anche la città. <span id="more-733"></span>Nell’altra casa invece, avevo una stanzetta in cui stava cadendo la controsoffittatura e si sentivano i piccioni che si muovevano sopra, che cacavano e che scopavano. Un altro problema era che c’era un’invasione di scarafaggi neri e rossi enormi che uscivano dalla doccia, dal lavandino e dal cesso. Condividevo la stanza con un fascista, ex carabiniere, che si portava parecchie ragazze diverse a scopare in camera. La prima cosa che mi disse quando entrai in casa per la prima volta fu :- sei frocio? vai coi trans? perchè in questa casa non si tollerano queste schifezze-. Spesso si ammirava allo specchio con i suoi perizomi rosa, rossi, fucsia. Vivevamo del tutto separati, non ci scambiavamo che poche parole alla settimana. Una volta però lo aiutai a portare un materasso in un altro appartamento e parlammo un po’, e scoprii anche che non era infondo così male. Arrivammo al quinto piano di un palazzo dei quartieri spagnoli a prendere quel fottuto materasso, e a un certo punto si affacciò alla finestra e mi disse:</p>
<p style="text-align: justify;">-Guarda–<br />
–Napoli è una fogna, ma è bella-.</p>
<p style="text-align: justify;">In generale, comunque, non avevo amici, non sapevo con chi uscire, dove andare e cosa fare. Quindi la sera o anche il pomeriggio non andavo a ballare, né andavo in piazza a passeggiare, né al bar, né davanti al centro sociale dai soliti tossici “comunisti”. Non andavo nemmeno a puttane, andavo al cinema porno. Mi infilavo nei vicoli di quella città scura, sporca, puzzolente e pericolosa. Pagavo il biglietto di soli 3 euro che bastava per tutta la giornata. Era un cinema porno nei sotterranei, formato da cunicoli e antri bui. Era l’unico posto dove riuscivo a rilassarmi.</p>
<p>Così ogni volta da solo scendevo le scalette e mi inoltravo all’interno di quel mondo. Puttane, froci, transessuali, ragazzini rumeni che si vendevano il culo, vecchi malati di mente giravano per la sala scura che non si vedeva a un passo. Nella stanza adiacente c’erano i cessi, incrostati e marroni, che puzzavano di piscio fino a farti vomitare, pieno di cicche di sigarette e di preservativi usati. Chissà chi lì dentro stava facendo una pompa. In un’altra stanza c’era il televisore acceso che trasmetteva un altro porno, e l’unica luce era quella della tv. Un vecchio si stava facendo una sega, una vecchia puttana era in fondo a quella stanza vicino al distributore di aranciate e snack, seduto su una sedia di plastica. Tutti fumavano. Erano come anime perse vaganti per i gironi dell’inferno, in quel mondo sotterraneo dove erano loro stessi, e venivano fuori per quanto erano perversi. C’era puzza di vecchi e di vecchiaia, di peli di culo, di cazzo, di piscio, di tabacco e di AIDS. Continuavano a muoversi agli angoli e strisciando sui muri a passi brevi, alcuni si accoppiavano anche sulle sedie della sala con lo schermo gigante. Io ero seduto sulla mia sedia maleodorante di panni sporchi, guardavo il film e fumavo. Mi passò vicino un vecchio grasso, tozzo, basso e calvo con gli occhiali e si presentò. Mi disse: -sono un professore dell’università, ti posso fare una pompa?-. La mia espressione disgustata fece in modo che mi risparmiai di mandarlo a fanculo. Il professore della mia università, la Federico II, lì dentro era solo un pompinaro. Una delle tante anime dannate. Un giorno mi venne vicino un uomo sui trenta e prima che potessi muovermi mi mise una mano tra i coglioni. Io continuavo a pensare alle mie cose, alla mia stanzetta fetida, all’università, ai deviti da pagare in giro, eccetera. Mi curai talmente poco di lui che lo lasciai fare, così iniziò a farmi una sega, dopo un po’ lo prese anche in bocca. Un altro uomo dall’altro lato guardava la scena e tentava di avvicinarsi ma io lo scansavo, poi ne arrivò un terzo, e in un lampo mi trovai che me lo stavano succhiando in due. La cosa faceva un po’ schifo. Erano due ombre anonime e perdute che mi leccavano la cappella. D’un tratto si sentì uno sparo e delle urla provenienti dal cesso. Un nero e un vecchietto uscire di corsa verso l’uscita del cinema. Ci fu qualche secondo di panico. Pareva di essere dei minatori, in una miniera che stesse per crollare, in trappola. Volevamo uscire. I trans sembravano delle grandi mamme preoccupate, i froci gridavano come delle femminelle impazzite, i vecchietti continuavano a sputare ed erano i più calmi. I due tipi che me lo stavano leccando si dileguarono come delle ombre nell’oscurità e nel panico. Rimasi col cazzo moscio in mano, e finii di farmi la sega. Una sega è una cosa che và portate a termine. Una volta finito mi pulii con un fazzoletto, lo buttai a terra e iniziai a guardarmi intorno. Era successo che un vecchio si era portato un nero nel cesso per fargli una pompa e questo aveva cercato di rapinarlo. Il vecchio aveva reagito e il nero si era messo a sparare. Ora rimaneva il rapinatore nella hall del cinema che sparava alla cieca e spaccava ogni cosa. Quando arrivò la polizia, dopo 10 minuti, si chiusero le porte del cinema.  Velocemente si dileguarono tutti come topi in trappola verso la luce del sole. Fuori sembravano tutti persone normali, magari un po’ disgraziate. Mi chiedevo come mai non si potessero riconoscere in mezzo al trambusto della città, e se fossero meno anonimi fuori o dentro il cinema. Uscivamo tutti, come cani bastonati e un po’ colpevoli di fronte alle forze dell’ordine. Iniziai a pensare che se non mi era ancora venuta l’aids o l’epatite e non ero ancora stato sparato da un nero, forse aveva qualche possibilità di cavarmela fuori da quel buco. Avrei potuto cambiare abitudini, anche se non sapevo cos’altro fare, come sostituire il cinema nel tempo libero. L’unico altro pomeriggio di tregua era quello in cui andavo a suonare a fuori grotta, io con una fender stratocaster e gli altri con le gibson semiacustiche a tentare di fare jazz. E le serate di tregua in un locale al vomero, l’Around Midnight, a suonare e ad ascoltare gli allievi della scuola di musica. Il mio maestro di musica mi insegnò più cose sul piano personale ed emotivo che sulla chitarra.<br />
Avrei dovuto trovare qualcos’altro ancora, ma avevo appena aggiunto un altro tassello alla mia conoscenza del muro che la gente si piazza davanti fuori dai cinema porno, alla luce del sole. Ero un fantasma che si muoveva al buio lì dentro, e fuori una nullità.</p>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">Dipinto di Niki de Saint-Phalle</span></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>SE C’E’ QUALCOSA DA RICORDARE NELL’ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO DEL 23 NOVEMBRE 1980</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 16:41:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo   Il 23 novembre scorso è stato il ventinovesimo anniversario del terremoto che ha segnato in modo importante la vita nei territori colpiti, e soprattutto nella nostra...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Michele Fumagallo</strong><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-727" title="Foto di Uliano Lucasper " src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/01/Foto-di-Uliano-Lucasper-michele-300x199.jpg" alt="Foto di Uliano Lucasper " width="300" height="199" />Il 23 novembre scorso è stato il ventinovesimo anniversario del terremoto che ha segnato in modo importante la vita nei territori colpiti, e soprattutto nella nostra Alta Irpinia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, sarebbe troppo lungo fare un discorso complessivo su quella tragedia e sui suoi lasciti: dalla questione centrale dell’urbanistica e delle sue malattie, a quella del modello di sviluppo intrapreso, alla crisi che ne venne anni dopo, al senso di decadenza che ha ripreso a circolare da ormai tanto tempo (la nuova emigrazione ne è il sintomo più evidente), al rimosso che prende spesso le strade del disagio “privato” così come ormai capita con tutte le cose della vita nei nostri territori, al sociale ridotto a pura finzione compresa naturalmente quella che oggi viene chiamata impropriamente politica. Il discorso “complessivo” sul terremoto del 1980 dobbiamo quindi rimandarlo ad altri interventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi limito, perciò, in queste brevi note, a parlare di un aspetto forse dimenticato, certamente ridimensionato soprattutto dalle classi dirigenti: quello del volontariato che si sviluppò immediatamente dopo il disastro e andò avanti, in alcune sue “punte”, addirittura per qualche anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo cominciato a scrivere sul quotidiano “Il manifesto” un paio d’anni prima del sisma. Era un modo per sfuggire alla crisi politica che aveva devastato le espressioni radicali della sinistra, compreso il gruppo del Manifesto a cui appartenevo.</p>
<p><span id="more-726"></span>La mia scelta del territorio di corrispondenza col giornale fu allora condizionata dalla cultura delle “zone interne” che molti di noi (ma c’era la stessa tendenza in espressioni politiche opposte) coltivavano. Scelsi quindi come luogo di impegno politico-giornalistico un ambito che comprendeva un vasto territorio cerniera tra la pianura campana e quella pugliese. Era appunto, più o meno, la zona che poi il terremoto, quello più rovinoso,  “delimitò”.</p>
<p>Mi ero intanto in quei giorni “accampato” in una roulotte del sindacato (non so se trentino o fiorentino) nel campo sportivo di Nusco, che faceva un po’, nelle settimane dopo il sisma, da quartier generale. Vi abitai per circa sei mesi o poco più. Incontrando lì, ma soprattutto andando in giro per tutta l’area terremotata, centinaia e centinaia di volontari provenienti da tutta l’Italia. Si tenga presente che molte organizzazioni facevano i turni, quindi il via vai dei volontari in tutta l’area del disastro era nel numero delle migliaia.</p>
<p>Mi “costrinsero” (scherzo, fu una cosa molto piacevole) persino a fare il postino. Distribuii infatti, su proposta della redazione, il mio giornale (“Il manifesto”) tra i volontari (erano ovviamente i quadri di “area”) di una striscia di terra che andava da Nusco a  Laviano, con diramazioni varie. Trovavano difficoltà a procurarsi il giornale, e allora ogni mattina caricavo il pacco che arrivava da Roma a Nusco e via con una vecchia cinquecento della mia fidanzata.</p>
<p>Non mi ricordo più quanti paesi toccavo e quanti volontari servivo ma ricordo il gruppo folto della Provincia di Bologna che si accingeva a mettere in piedi il più interessante villaggio di prefabbricati (fu la Conza nuova “in legno”, proprio a ridosso della diga che costeggiava l’Ofantina e che frequentammo tutti per anni), il gruppo della Provincia di Siena a Sant’Andrea che dopo avrebbe discusso un progetto di industrializzazione che prevedeva tre o al massimo sei aree (invece delle venti, clientelari, che furono poi costruite), i portuali di Genova a Laviano, quadri di non ricordo più dove a Pescopagano, i sindacalisti e le avanguardie di fabbriche fiorentine e torinesi, i romani (a Lioni) intesi come gruppo vasto che girava allora attorno all’amministrazione di sinistra della capitale, e tanti altri; soprattutto ricordo operai e sindacalisti di molte fabbriche.</p>
<p>Naturalmente frequentavo, anche per ragioni politiche, i volontari interni alla vasta (allora) area di sinistra che esisteva nel paese. Ma il volontariato in tutta l’area terremotata comprendeva un po’ tutte le espressioni politiche, culturali e religiose. Fu un esplosione di solidarietà nazionale unica, non perché non ce ne fossero state altre prima di quel sisma (e anche dopo). Ma perché fu davvero grande e coinvolse tutte le organizzazioni sociali. E perché fu uno spartiacque nella storia d’Italia. Da allora, infatti, le cose in Italia non furono più quelle di prima, nel senso che l’unità d’Italia non fu più quella di prima.</p>
<p>Naturalmente sarebbe esagerato dare al post -sisma (e alle sue incongruenze, se non vogliamo chiamarli veri e propri scandali) la responsabilità di tutto questo; ne fu però una valanga potente che relegò, qualche tempo dopo, la antica questione meridionale nel dimenticatoio.</p>
<p>Ecco, a me piacerebbe che si discutesse del terremoto di allora pensando soprattutto a questo. Mi piacerebbe che ci fossero questi interrogativi in tutta l’area del sisma, e, per quel che ci compete in questa rubrica, in Alta Irpinia. Perché quella solidarietà è svanita e si è tramutata in molti nel suo contrario?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché non si è riusciti a stabilizzare quei rapporti?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, in definitiva, proprio dal post-terremoto venne la spinta più potente alla Lega Nord, per anni l’unica (ahimé, e, se posso permettermi, ahinoi!) vera novità politica in Italia, per le sue “chiusure” nordiste e le sue idiosincrasie verso il Sud?</p>
<p style="text-align: justify;">So che sono interrogativi difficili perché si intrecciano con la storia del nostro paese, ma è proprio la storia d&#8217; Italia che deve essere in cima ai nostri pensieri, intendo ai pensieri del nostro territorio. O no?</p>
<p style="text-align: justify;">Ritessere la tela di una storia nazionale smarrita, naturalmente oggi dentro il gioco più vasto dell’Europa quindi con un ridimensionamento del vecchio stato nazionale in chiave regionale, è l’imperativo categorico che dovrebbe occupare il tempo di tutti noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritessere la tela di una storia nazionale smarrita in termini di discorso generale, al di fuori di ogni localismo deteriore, è la cornice dentro cui dobbiamo rivedere la nostra nuova storia di comunità (e di nuova identità, e di nuova municipalità).</p>
<p style="text-align: justify;">Ritessere infine la storia delle persone, del loro sentirsi comunità nazionale, del loro scambio tra diversi ma convergenti (tale fu il rapporto tra volontari e terremotati).</p>
<p style="text-align: justify;">Non è tardi, come dicono i pessimisti. E non perché “non è mai troppo tardi”, come dicono gli ottimisti rincoglioniti. Ma perché è la strada maestra per riprendere il rapporto “tra persone” (e magari tra persone della stessa classe) che guardano a un fatto particolare (il terremoto) nel modo giusto in cui si guardano i particolari: come un sintomo del quadro generale, in cui sono coinvolti quindi tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Già, perché l’aspetto interessante delle grandi tragedie è proprio questo: siamo legati, nessuno di noi può far da solo.</p>
<p style="text-align: justify;">E, infatti, molti quadri della sinistra sindacale, sociale e politica vennero da noi anche per misurarsi e ritrovare se stessi. Per ritrovare le motivazioni di una vita di lotta che sentivano finire sotto i colpi della rivincita “antisessantottina” delle classi dirigenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1980, non lo si dimentichi, fu in Fiat, la più grande fabbrica italiana, un anno di svolta antioperaia che avrebbe cambiato la storia del nostro paese e aperto le porte alle degenerazioni antipopolari che stiamo vivendo ancora adesso.</p>
<p>Foto di Uliano Lucas</p>
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		<title>LA FESTA</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 16:24:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Teatro Reale]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi, vi lascio una piccola storia incompleta, l’ambientazione scelta, è quella classica di un giorno di festa d’estate del mio paese. Lo so, che è natale, ma le suggestioni e...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Oggi, vi lascio una piccola storia incompleta, l’ambientazione scelta, è quella classica di un giorno di festa d’estate del mio paese. Lo so, che è natale, ma le suggestioni e le sensazioni delle feste del paese sono le stesse. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Di Francesco Prudente</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-723" title="Australia inizio Novecento orchestra di musicisti di Viggiano " src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/01/Australia-inizio-Novecento-orchestra-di-musicisti-di-Viggiano-per-francesco-300x204.jpg" alt="Australia inizio Novecento orchestra di musicisti di Viggiano " width="300" height="204" />Giro per il paese, vado avanti e indietro seguendo la banda che è venuta per la processione, che si terrà fra qualche ora per le vie e i vicoli del paese. In questo momento stanno accordando gli strumenti, sulle tonalità giuste, scelte dal maestro, andato in bassa fortuna, e che si trova incastrato tra clarini e tromboni mobili, dopo anni di conservatorio e centinaia di concorsi per le migliori orchestre d’Italia. Si fermano nelle due piazze del paese e intonano inni alla gioia scordati, per svegliare la cittadinanza sognante, nelle lenzuola della festa. Dopo l’ultimo accordo all’unisono, tre boati artificiali uno dopo l’altro scandiscono l’inizio dei festeggiamenti, lasciandosi dietro un fumo bianco candido che nella giornata di sole d’agosto, sembra una nuvola scomposta taglia dal vento. La gente, piano piano, comincia ad affluire in strada come se fossero delle trote d’acqua dolce vestite a festa. Molti escono dalla chiesa madre dopo la messa mattutina, un poco insonnoliti all’uscita,  sono annebbiati dal forte sole, escono come talpe da un buco, ad occhi chiusi, prostrando le mani davanti al fascio di luce che li acceca. Alcuni negozi migranti, stanno cominciando ad aprire i baldacchini, appendendo macchinine colorate con il manico, alla pensilina, e disponendo le varie leccornie gommose e gli zuccheri diabetici in base al colore, dai tenui ai più forti. <span id="more-722"></span>La gente si concentra tra le piazze e i giardini del paese, creando dei raggruppamenti di lingue taglienti, che all’ombra degli ippocastani fioriti, discorrono di politica e cronaca del paese, sempre con la solita retorica; mentre i figli si dimenano fra le aiuole, e i giochi disegnati col gesso sull’asfalto, cantando filastrocche, tormentoni in rima, snervanti, senza sosta. Adolescenti  assonnati, nascosti nelle retrovie dei giardini, fumano la prima sigaretta della giornata, furtivamente, sputando ad ogni tiro per non lasciare intriso l’alito  dell’odore acre del fumo, ed una volta finito, fanno la spola tra negozi e mura domestiche, per fornire le cucine abitate da indaffarate mamme, nella speranza di fare la cresta sulla spesa, e con i proventi fornire di nuovo combustibile il maligno vizio. In ogni casa tradizionalmente, si preparano mitologici pranzi, come una macchinosa catena di montaggio le donne, regine del focolaio, imbandiscono lunghe tavole incartate, di ogni tipo di prodotto fatto a mano, come in una sorta di degustazione onnivora, come in una favola, dove migliaia di ristoratori si fossero messi insieme a fare uno straordinario pranzo per il principe dei principi. In piazza la banda suona il buon appetito, sotto le luminarie spente della piazza principale, la gente si comincia ad alzare dai tavolini dei bar, dopo aver tracannato l’ennesimo aperitivo alcolico della mattinata, e si avvia verso casa, dandosi appuntamento con i propri compagni di bevuta, alla processione serale, sicuri di ritornare al bancone del bar e di continuare a “pregare” l’amico barista, e non il santo protettore, portato in giro tra lenzuola, fiori e luci.</p>
<p style="text-align: justify;">La sala da gioco annebbiata, si svuota.</p>
<p style="text-align: justify;">Il distillatore di alcol, spazza le cicche di sigarette spente a terra senza rispetto. Imprecando apre la porta del bar, che come una voragine in un aereo pressurizzato, fa schizzare fuori il fumo di sigarette, nube tossica,  che abbandona l’angusto bar e si confonde nell’aria scontrandosi con il fumo bianco dell’ultimo boato artificiale, che saluta i fedeli, alle celebrazioni pomeridiane.</p>
<p style="text-align: justify;">(…)</p>
<p style="text-align: justify;">in copertina , Australia inizio Novecento orchestra di musicisti di Viggiano</p>
]]></content:encoded>
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		<title>SIAMO SOLI IN QUESTO VIAGGIO. OPPURE NO?</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 16:19:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianpaolo Faia L’essere umano, fin dalla sua “nascita” (non quella biologica, ma quella “storica”), si è sempre posto degli interrogativi riguardo il senso e lo scopo della propria esistenza....]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gianpaolo Faia</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-720" title="foto di_Gianni_Berengo_Gardin " src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/01/foto-di_Gianni_Berengo_Gardin-gianpaolo-300x197.jpg" alt="foto di_Gianni_Berengo_Gardin " width="300" height="197" />L’essere umano, fin dalla sua “nascita” (non quella biologica, ma quella “storica”), si è sempre posto degli interrogativi riguardo il senso e lo scopo della propria esistenza. Quest’interrogativo trasversale ha lambito ogni campo dello scibile, sfociando conseguenzialmente nella sfera dell’esoterismo misterico, della religione, della fantasia e dell’inconoscibile (scientificamente parlando) in genere. Tuttavia, questa “domanda atavica” ha sostanzialmente cambiato le sue connotazioni e implicazioni nel corso dei secoli, essendo mutata radicalmente la “prospettiva” dalla quale tale domanda è stata formulata. In una visione cosmologica, per così dire, “geocentrica” (quindi antropocentrica), il termine di riferimento primo ed ultimo è la condizione di vita terrestre, e dunque del suo più illustre rappresentante, miracolo genetico-evolutivo e simbolo di successo di adattabilità e plasmazione: l’essere umano. In tale visione, egli rappresenta l’Alfa e l’Omega della sfera esistenziale: senza dubbio, una posizione di grande responsabilità, ma anche e soprattutto di grande solitudine. Solitudine che non può essere colmata, se non con una forte radicalizzazione religiosa (monoteistica, politeistica, animistica o “feticistica” che sia). Ecco dunque apparire uno dei tormenti dell’uomo, in primis dell’individuo moderno: quello di essere solo. Essere soli con se stessi nella società della megalopoli; essere soli dinanzi alla propria vita e alla propria morte. Ed infine, essere soli in questo incredibile viaggio che è l’esistenza stessa intesa come Vita. Guardare il mondo come ciclico, immutabile ed immutato, per poi osservare il cielo delle “stelle fisse” che, rivolte verso di noi passivamente, a loro volta ci osservano, rappresenta il leit motiv di buona parte dell’esistenza storica dell’umanità. <span id="more-719"></span>Questa prospettiva ha varie caratterizzazioni: per prima cosa, denota una sorta di “presunzione” egocentrica ed autoreferenziale dell’uomo, il quale per lungo tempo si è sentito il “centro del cosmo”, quale essere eletto e prescelto da un’entità metafisica, nonché il solo ad essere degno di una salvazione dalla corruttibilità del mondo e dunque di qualsiasi altra forma di vita, essendo egli l’unico in possesso della così detta “anima”. Il risvolto uguale e contrario viene rappresentato da quell’innato bisogno di sicurezza insito nel genoma di ogni cellula, e l’idea di essere in un luogo fisso, non in balia di un nomadismo cosmico, nonché avere l’ancora salvifica dell’esclusività della redenzione, rappresentano senza dubbio uno scoglio sul quale aggrapparsi per non venire trascinati nel mare magno dell’ignoto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni cosa si evolve. Si evolve la scienza; si evolve la religione. Dunque anche la prospettiva da cui viene posta la domanda Ultima.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella nuova visione eliocentrica, frutto delle nuove conoscenze scientifiche, ma anche e soprattutto nel modo di concepire la vita e l’esistenza (sia in campo religioso che etico-sociale), l’uomo non rappresenta più il centro dell’universo. Non è neanche il centro della nostra galassia. E, addirittura, neppure quello del sistema solare. Diviene un elemento quasi privo di esclusività, abitante uno dei pianeti rocciosi di un sistema posto alla periferia della Via Lattea. Le stelle non sono più fisse in quanto si muovono continuamente: non solo, a muoversi è anche la “casa” dell’uomo, divenendo così come un’ enorme zattera alla deriva nello spazio profondo. Tutte le sicurezze vengono a cadere, e l’orgoglio s’intacca. La consapevolezza di tale condizione e il dubbio di non essere gli “eletti” attanaglia le menti degli uomini. Siamo sicuri di essere gli unici esseri degni di un’attenzione speciale?</p>
<p style="text-align: justify;">In questa situazione, tutte le sensazioni possono essere amplificate, e ancor di più il senso di solitudine. Essere soli su un’isola è ben diverso che essere soli su di una zattera; per lo meno, su un’isola si hanno moltissime probabilità in più di sopravvivere, no? Tuttavia, esistono dei risvolti sorprendenti in questa nuova condizione. Si prova a scrutare l’orizzonte in varie prospettive, e con un binocolo si riescono a vedere terre lontanissime. Per ora irraggiungibile. Ma il solo fatto di scoprire l’esistenza concreta di altri lidi, può portare nuovi risvolti e nuove domande: c’è acqua in quelle terre? C’è vita in quelle terre? Ci sono esseri intelligenti che non ho mai visto, in quelle lande?</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, dunque, affacciarsi la possibilità di non essere più soli in questo universo. L’esistenza di altri pianeti, alcuni addirittura simili al nostro per composizione chimica, è linfa fondamentale per la ricerca della vita e del suo modo di espandersi e colonizzare il cosmo. E la scoperta di forme di vita extraterresti sarebbe una rivoluzione almeno paragonabile a quella copernicana, sia per le implicazioni scientifiche che etico-religiose.</p>
<p style="text-align: justify;">In un prossimo post, mi riproporrò di trattare in modo più scientifico e meno “filosofico” la possibile esistenza di forme di vita extraterrestri, addirittura all’interno del nostro sistema solare, partendo dalla presenza o meno di un elemento comunissimo sul nostro pianeta, ma che è fondamentale per la nascita della vita stessa: l’acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>Foto di_Gianni_Berengo_Gardin</p>
]]></content:encoded>
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		<title>I PARADISI (PERDUTI?) DELLA GLOBALIZZAZIONE</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 16:13:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Succede (nel mondo globalizzato)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tanja Contino In questi giorni a Dubai viene inaugurato il grattacielo più altro del mondo, 800 metri di cemento, 160 piani, 700 appartamenti di superlusso. Il Burj Dubai è...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">di Tanja Contino</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-715" title="nudo modigliani" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/01/nudo-modigliani-300x195.jpg" alt="nudo modigliani" width="300" height="195" />In questi giorni a Dubai viene inaugurato il grattacielo più altro del mondo, 800 metri di cemento, 160 piani, 700 appartamenti di superlusso. Il Burj Dubai è un simbolo che serve a scacciare la crisi e a continuare a dare della città l’immagine di ricchezza e centralità nello scenario globale, nonostante la bolla immobiliare e finanziaria che ha colpito il principato e in seguito tutta la regione. Da qui le contraddizioni e le polemiche su questi modelli di sviluppo economico repentino e spesso illusorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Segue un estratto dal libro “La morsa” della economista ed esperta di terrorismo internazionale Loretta Napoleoni che, con uno sguardo più attento a queste “Disneyland della globalizzazione”, mostra come banalmente non è tutto oro quello che luccica.</p>
<p style="text-align: justify;">“Come s’è visto, il cuore economico di Las Vegas è il gioco d’azzardo, quello di Dubai è il gioco finanziario. Dal 2000 tutte le grosse banche internazionali aprono un ufficio a Dubai. Ma sebbene la finanza islamica e quella occidentale creino un grosso nodo di smistamento internazionale, Dubai cresce soprattutto perché è un paradiso fiscale islamico, e quindi attrae un tipo particolare di investitore. Vediamo di chi si tratta.<span id="more-711"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Primi fra tutti sono i ricchi d’Oriente: i pakistani seguiti a ruota dagli indiani e dai russi, che considerano l’emirato la loro Florida. Nei mesi invernali le linee aeree fanno affari d’oro tra Mosca e Dubai. Quest’ultima è anche un centro di smistamento importante per il commercio e il contrabbando dell’oro. Dal 2001, le Nazioni Unite aprono una serie d’indagini sul ruolo che l’emirato svolge nel commercio internazionale di quello congolese che proviene dall’Uganda. Questo tipo di attività, infatti, viola le sanzioni Onu imposte sul Congo e relative allo stato di anarchia che regna nella parte orientale del Paese, in mano ai signori della guerra e ai gruppi armati.</p>
<p style="text-align: justify;">Turismo miliardario, affari poco limpidi, ma Dubai è anche un nodo importante del riciclaggio del denaro sporco favorito dalla sua legislazione permissiva. I limitati controlli doganali trasformano la metropoli artificiale nel luogo ideale in cui lavare i proventi sporchi dell’attività criminale. Le mafie asiatiche ne colgono rapidamente l’efficacia e stabiliscono importanti basi nell’emirato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’immagine però che Dubai proietta al mondo è ben diversa. Esattamente come accade con Las Vegas, la città viene spesso percepita solo come un irresistibile parco-giochi per adulti, la Disneyland della globalizzazione. E l’offerta di divertimento attrae l’individuo medio globalizzato che va a Dubai per curiosità e in vacanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo corrisponde a una strategia ben precisa perseguita dall’emirato. Il mercato su cui punta è infatti il settore finanziario e il turismo. La formula nata dal nulla e cementata dai traffici che abbiamo analizzato funziona per anni e produce un boom economico inaspettato. Poi improvvisamente la bolla esplode.</p>
<p style="text-align: justify;">Che il turismo sia un’industria ciclica non sorprende nessuno, il problema è che sia Las Vegas che Dubai vivono di ben altro. Per Dubai è fatale l’onda lunga della crisi finanziaria, la contrazione dell’industria del denaro la fa precipitare immediatamente nella recessione. Egualmente per Las Vegas la fisiologica diminuzione del gioco d’azzardo legata alla recessione si rivela fatale. Era la patria della piena occupazione, del lavoro per tutti, ora il tasso di disoccupazione nella città è ai massimi storici e tra i più alti nel Paese dagli ultimi vent’anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai poli opposti del mondo i grattacieli scintillanti nel deserto, dunque, sono sempre più vuoti all’inizio del 2009. Le vendite di appartamenti a Las Vegas sono scese da cento a tre al mese e, sebbene Dubai si guardi bene dal rendere noto questo tipo di statistiche, tutti sanno che il settore immobiliare dell’emirato è al collasso; gli acquirenti russi, che rappresentavano una massa critica importante, non si vedono più in giro. Con loro stanno scomparendo anche comunità di vacanzieri occidentali. Così le ville fiabesche e gli appartamenti di lusso costruiti nelle nuove isole artificiali restano invenduti. Anche i leggendari <em>malls</em> dell’emirato, i giganteschi centri commerciali in cui è addirittura possibile sciare o visitare uno degli acquari più grandi del mondo, sono semivuoti. Ma anche i casinò e i bar di Las Vegas non se la passano troppo bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella capitale dell’azzardo il valore delle case è crollato e il numero delle famiglie che perdono l’abitazione perché non riescono a pagare le rate del mutuo è tra i più alti in America. Alcuni quartieri sembrano appartenere a una città fantasma, case vuote una accanto all’altra. Molti le abbandonano nel momento in cui il valore scende al di sotto dell’ipoteca da ripagare.</p>
<p style="text-align: justify;">Come naturale conseguenza, il tessuto delle due città si sta sfaldando. Il tasso di suicidi nel Sud del Nevada è il doppio di quello nazionale. Las Vegas ha anche il più alto numero di adolescenti che abbandonano la scuola ed è la città con il numero più alto di residenti privi di assicurazione sanitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">A Dubai un esercito di braccianti e lavoratori stranieri ha già perso il lavoro, quattro quinti della popolazione della megalopoli dell’emirato è costituita da stranieri. Solo gli indiani residenti sono un milione e mezzo e alcuni ormai vivono per strada senza i soldi per pagarsi un alloggio né tantomeno per comprare un biglietto d’aereo e tornare a casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Michael Green, professore di storia alla University of Southern Nevada e residente a Las Vegas, definisce la recessione l’elemento che demolisce l’illusione della ricchezza. Sembra giusto generalizzare questa frase perché proprio d’illusione si è trattato. Per anni chi ha fallito a New York ha preso la strada per il Nevada e tentato la sorte a Las Vegas, i poveri del mondo invece hanno preso quella per Dubai per giocarsi il loro destino. Pochissimi però hanno fatto fortuna, e oggi il futuro di tutti costoro sembra legato a doppio filo a quello della città”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per approfondimenti:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Loretta Napoleoni, <em>La Morsa: distratti da Al Qaeda, derubati da Wall Street. Come ne usciamo?</em>, Chiare lettere, 2009.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/esteri/burj-dubai/burj-dubai/burj-dubai.html</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nudo di Amedeo Modigliani</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Lo stronzo di Passaggio</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 15:56:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Capone -Ehi Jack ti stai lamentando come uno stronzo, se ce ne andremo di qui nessuno sentirà la nostra mancanza, e ne guadagneremo solo noi. Siamo tutti spacciati,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luigi Capone</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-709" title="Quadro di Gino Severini " src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2010/01/Quadro-di-Gino-Severini-luigi-300x209.jpg" alt="Quadro di Gino Severini " width="300" height="209" />-Ehi Jack ti stai lamentando come uno stronzo, se ce ne andremo di qui nessuno sentirà la nostra mancanza, e ne guadagneremo solo noi. Siamo tutti spacciati, chi più, chi meno –</p>
<p style="text-align: justify;">-Ehi, Jack, a proposito, ho calpestato una merda &#8211; .</p>
<p style="text-align: justify;">Così dicevo a Toni, una notte al bar. Nell’ultimo anno sono invecchiato di 15 anni almeno, e me ne porto almeno un centinaio addosso. Il mio cervello ha subito troppe brutte notti e troppi pessimi risvegli.  L’estate della mia vita è finita ed è stata deludente, scadente. Speravo che il meglio non fosse proprio quella merda lì. Ho sprecato le mie migliori occasioni, e sono rimasto qui, non sono riuscito ad andarmene.  Sono rimasto qui a marcire in questo posto di merda. Mi è sempre stato detto che se non sai fare niente non puoi andare da nessuna parte. Questa è la mia situazione. Con un po’ d’impegno potrei andare a lavare i cessi al nord ma la differenza a quel sarebbe solo chilometrica. Molti sono partiti da contadini e sono arrivati in svizzera per fare gli inscatolatori di ortaggi in fabbrica. Per loro però è una conquista sociale.  <span id="more-708"></span>Sui treni, sugli aerei per Berlino, per Londra, per Parigi, la gente è la stessa. Gli studenti con il loro portatile e i tipi con la valigetta, ognuno con il suo cellulare, e nessuno però ha un’anima. Si tratta di gente morta che si sposta da un posto all’altro. Tra chi fa il cameriere a Londra, chi studia a Roma, chi lava piatti in Germania, chi vende marijuana in Spagna. La propria anima non la si può rincorrere una volta persa. Non si può rincorrere nemmeno la poesia, capita soltanto a volte di avvertire delle situazioni irripetibili, del tutto impreviste, magiche e sorprendenti. Quella è la poesia. E’ un attimo isolato nella vita,un piccolo bagliore di luce, nella vita che ti stringe, ti abbraccia, e poi ti da un pugno in faccia, ti sbatte a terra, e non torni più com’eri prima. La vita si vive come un colpo di pistola. Non possiamo sapere dove andremo a finire ma siamo sparati in partenza. Non hai scelta e il colpo in canna è uno.  In tutto ciò io devo trovarmi un lavoro di merda prima possibile. Mi è venuto lo schifo della vita universitaria, degli esami, dei professori, degli studenti, e di essere uno stronzo con pochi soldi in tasca dipendente dai genitori. Gli studenti sono la peggiore categoria. Sono quelli messi davanti a una televisione a fumarsi le canne, senza capire nemmeno cosa trasmette, con la bocca aperta e lo sguardo nel vuoto, fisso, e da coglioni. Un essere delle nullità viventi. Francesca l’altro giorno mi ha detto che devo farmi meno seghe, perché quando stavamo a letto non mi si alzava più nemmeno il cazzo. Non so se si è sbagliata anche stavolta, o se aveva ragione in pieno, o se il fatto è che sono sempre ubriaco o sempre depresso. Le lenzuola del mio letto sono macchiate di sangue mestruale di ragazze diverse che non ricordo nemmeno. Troiette che vogliono il cazzo e nulla di più. Ti lasciano non appena si rendono conto che hanno perso troppo tempo e devono riprendere la ricerca del loro Johnny Depp. Ho avuto la disapprovazione indignata di varie donne, ma loro non sanno che tra qualche anno nessuno più vorrà la loro fica, e forse quando sfiorirà la loro bellezza si metteranno un cappio al collo. Le ragazze si aggrappano agli uomini, si attaccano come Tarzan da un cazzo all’altro, ma va bene così, non mi interessa. Alcuni uomini invece parlano di scienza e tecnologie ma hanno il culo aperto per via di incontri ravvicinati del terzo cazzo. Su quel letto comunque, mi ci sono davvero impantanato, e non vedo l’ora di alzarmi. Devo andarmene di casa, devo affittarmi una stanza a Milano e vedere se col lavoro che trovo riesco a sopravvivere. Devo partire da questo maledetto sud. Essere del sud è come essere un drogato o un alcolizzato : hai sempre torto. Ma non importa,io avrei torto comunque. Nella mia vita tutto ciò che voglio è una stanza, un cesso, alcool, sigarette e nessuno con cui spartirmi la miseria. La musica ce l’ho in testa e mi aiuta ad impazzire senza coscienza. A volte mi vale di più una canzone che decine di ore passate a leggere libri. Sto per andare a perdermi ad Amsterdam e non mi troveranno più. Voglio drogarmi e sognare. Quando sei drogato e ubriaco sei fottuto lo stesso ma almeno puoi risalire, almeno puoi illuderti un attimo. Io so per certo che solo prendendo certe droghe si possono capire determinate cose. Io sono cresciuto nel momento in cui ho capito che la realtà è un incubo, che saremo cenere per terra. Che la verità è un dogma perché la verità reale è puttane, ladri e tossici. Potrei morire presto di questo passo, ma non mi curo della morte. Non mi piace vivere, lo trovo noioso e desolante, ma non ho mai provato a suicidarmi perché non si può fare. Il vero suicidio è nascere, spararsi in bocca è solo accorciare le distanze tra te e la morte. Io qui sono solo lo stronzo di passaggio, non duro qui. Lascerò tutti presto, lascerò quel che sono stato a breve, qui niente dura, niente rimane. Passando da un letto a un altro, da un posto a un altro mi sto consumando.  L’unica cosa reale che rimane è il dolore. Preferisco isolarmi e non parlare con la gente. Solo whisky, penna, musica, foglio bianco e il mio angolino. Isolato e ubriaco è l’ideale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quadro di Gino Severini</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>CLIENTELISMO: NE VOGLIAMO PARLARE ? </title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2009/11/clientelismo-ne-vogliamo-parlare-%c2%a0/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 08:36:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo Nelle ultime elezioni amministrative di Nusco, durante i comizi finali della campagna elettorale, ha fatto capolino la questione sempiterna del clientelismo, la corruzione che ci portiamo dietro...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Michele Fumagallo</strong></p>
<p>Nelle ultime elezioni amministrative di Nusco, durante i comizi finali della campagna elettorale, ha fatto capolino la questione sempiterna del clientelismo, la corruzione che ci portiamo dietro da tempo e vera causa della dipendenza del nostro territorio. Naturalmente la pratica clientelare è cosa diffusissima in tutto il sud ma anche nel centro-nord, sia pure intrecciata con un’altra storia della coscienza dei propri diritti.</p>
<p>Ha fatto capolino, ovviamente, nel modo più stupido e volgare: il vecchio Ciriaco De Mita ha accusato i suoi avversari (ma sostanzialmente non lo sono, perché si è scaldato tanto?) di essere venuti spesso da lui a raccomandarsi per poi magari voltargli le spalle. Ora, che il capo (insieme ad altri comprimari) della degenerazione clientelare, di cui siamo stati tutti testimoni in questi anni, possa permettersi il lusso di “accusare” chi va a chiedergli un intervento per un posto di lavoro è davvero troppo. Ed è anche, come si suol dire, una caduta di stile, anzi peggio: una cosa ipocrita e volgare. Tuttavia la risposta degli “accusati” si è guardata bene dall’affrontare di petto la questione che in fondo, nel loro maldestro e fatuo (e ipocrita) “antidemitismo”, doveva essere pane per i loro denti. Hanno optato per parlare d’altro mettendo in atto, come di consueto, la classica “fuga dalla realtà”.<span id="more-843"></span></p>
<p>Una fuga che continua: abbiamo visto finora convegni e incontri, ovviamente inutili come tutto ciò che non si interroga sul passato per affrontare il presente e il futuro, ma mai nessun incontro o convegno sul clientelismo. Né, temo, avverrà in futuro; ma spero di essere smentito.</p>
<p>Chi è stato giovane negli anni 60, parlo di anni in cui alcuni di noi cominciavano a far politica a Nusco e nel territorio, conosce bene il moltiplicarsi della pratica clientelare in concomitanza con la crescita politica di Ciriaco De Mita. Una crescita e un consenso sicuramente reali, data la cultura del nostro popolo, pervasa di cattolicesimo passivo e di antica storia; ma anche un consenso drogato da un rapporto corrotto con la popolazione.</p>
<p>Ora, in qualsiasi manifestazione sportiva, il doping, non è soltanto proibito nella forma, ma è anche causa di allontanamento dalla  gara oltre che di punizione.</p>
<p>In politica, invece, nel nostro sud (ma la pratica si va diffondendo nel ricco e “decadente” centro-nord), è il contrario: viene premiato.</p>
<p>Ci sarebbe tanto da discutere della storia di questo rapporto dipendente e corrotto tra cittadino e poteri: le origini si perdono in un passato lontano dove la chiesa cattolica ha il consueto primato “culturale”. Prima dei politici, infatti, era dai preti e dai vescovi che si andava a “raccomandarsi”. Qualcuno ha continuato a farlo, magari in concorrenza con la grande organizzazione di consenso clientelare della politica.</p>
<p>Sempre negli anni 60 e inizio 70 del secolo scorso, mi è capitato di essere testimone diretto e indiretto della pratica clientelare. Voglio citare tre flash, presenti nella mia memoria, sia pure in modo confuso.</p>
<p>1) I supporter di De Mita parlavano spesso con me, giovane comunista ormai approdato al gruppo del Manifesto e animatore con altri di un po’ di vivacità nel paese, con queste argomentazioni: devi capire, il nostro territorio è povero. Sottinteso: la pratica clientelare è inevitabile, almeno fin quando non finirà la povertà. Poi, però, la povertà è finita, ma il clientelismo si è addirittura moltiplicato.</p>
<p>2) Ricordo la fila di gente che andava in villa da De Mita a Nusco, o in ufficio ad Avellino: ho vissuto tutto questo con grande rabbia e umiliazione verso una popolazione da cui mi sentivo lontano per cultura e pratica politica ma che tuttavia amavo, forse conscio anche di anni precedenti in cui avevo visto la fatica immane, il lavoro ma anche l’orgoglio del mondo contadino, artigianale e operaio. Nella cantina di famiglia dove ho vissuto da ragazzo, forse per un periodo uno dei locali pubblici più grandi e frequentati del paese, quando le persone cominciavano a bisticciare, si offendevano in questo modo: “bruraru” (sostanzialmente: leccaculo). Era, ovviamente, un appellativo brutto, ma significativo di un orgoglio della propria fatica ancora presente nel mondo del lavoro. Poi è finita quella offesa, ma è finito anche l’orgoglio del proprio lavoro.</p>
<p>3) L’altro flash è un episodio che mi riguarda, che cito raramente per ovvi motivi, ma che può essere importante nella microstoria del nostro paese (e magari mi piacerebbe che fosse anche di aiuto ad altre persone per affrontare liberamente la loro microstoria, anche opposta). Ormai giovincello, avevo da tempo abbandonato gli studi e praticamente mi ero dato anima e corpo all’impegno politico. Ma, disoccupato, e non in vena di pensare al proprio futuro (almeno nell’accezione comune del termine), venivo ovviamente sollecitato da mia madre. La quale non stava con le mani in mano e si impegnava nell’ombra (sapeva della mia suscettibilità e contrarietà) per trovarmi un posto, naturalmente rivolgendosi al gruppo politico che gestiva tutto ciò. Mi ero da tempo accorto di questo. Un giorno venne da me il vigile urbano e mi disse che il segretario mi aspettava in comune. Fu una scena molto comica perché lui fingeva di non sapere e io pure. Ma poi mi decisi e gli chiesi: ma che vuole? Anche lui si decise: guarda che si è liberato un posto (se non ricordo male qualcuno era andato via dal Comune) e vuole parlartene. E allora io, di punto in bianco: ma che c’entra? Se si è liberato un posto facciano un concorso oppure un sorteggio e ci partecipiamo tutti. Si mise a ridere, naturalmente. E cercò di convincermi ad andare. Visto che non ci riusciva, mi prese da parte e mi disse: guarda, ti ammiro e voglio darti la mano. Ma poi, con un pizzico di buon senso meridionale (che non è nelle mie corde) aggiunse: però devo dirti che hai sbagliato a vivere qui, tu dovevi vivere a Londra.</p>
<p>Ecco, se racconto in modo confuso tutto questo, è certamente un invito a parlarne, ma non solo. E’ soprattutto una modesta proposta a riprendere in mano una questione decisiva che, ancorché complessa e che affonda le radici in una distorsione e manipolazione della giusta preoccupazione per le sorti delle persone, se continua a imperversare come sempre, bloccherà di nuovo qualsiasi crescita civile del nostro (e di altri) territori.</p>
<p>Far nascere dentro il nostro popolo la coscienza dei propri diritti e l’avversione alla pratica clientelare è un imperativo per chiunque abbia a cuore la democrazia autentica. E anzi, si potrebbe dire che tutte le parole in grado di produrre progresso vero (la stessa politica non esiste più anche perché non si pone la questione decisiva del superamento del clientelismo) non possono che passare al vaglio di questo problema.</p>
<p>Fino alla questione centrale di una nuova normativa che renda illegale e reato il rapporto clientelare in modo chiaro e non opaco come accade adesso.</p>
<p>Foto di Mario Giacomelli</p>
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		<title>TUTTO HA UNA FINE?  Parte II</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 08:18:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di Gianpaolo Faia</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-664" title="Salvador Dali" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/11/Salvador-Dali-300x225.jpg" alt="Salvador Dali" width="300" height="225" />Dopo aver accennato, nel post precedente, alla teoria standard riguardo l’inizio dell’Universo, ora mi soffermerò con maggiore attenzione a quella riguardo il suo “destino ultimo”. Iniziamo col dire che il destino dell’universo sarà determinato dalla sua densità. Cosa significa ciò? Significa che la “fine” di tutto dipenderà dalla “quantità” di materia e di energia contenuta nel cosmo. Tale postulato è strettamente legato a quello riguardo la “forma dell’universo”, in quanto essa dipenderà proprio dalla densità. Vi sono sostanzialmente tre filoni teorici principali. Il primo riguarda la “teoria dello stato stazionario” e “l’universo oscillante”, il che implica un universo sostanzialmente eterno (i dati attuali però fanno pensare non sia così). Il secondo abbraccia le teorie della “morte termica” e del “Big Rip”, conseguenze di una visione di un universo che ha avuto un inizio, ma non avrà una reale fine. L’ultimo filone sostiene che tutto ha avuto un inizio e che avrà una fine ben definita ed è rappresentato dalla teoria del “Big Crunch”. I dati scientifici raccolti fino ad ora  (riguardanti la velocità di espansione e la densità di massa) sostengono che l’universo non avrà una vera fine e dunque non collasserà su se stesso. Ora, come ho evidenziato prima, forma e destino del cosmo sono estremamente collegati e dipendono in gran parte dalla quantità di energia oscura ivi presente. <span id="more-663"></span>Se la densità media è maggiore della densità critica, l’universo avrà forma sferica e sarà chiuso. Su tale superficie, la somma degli angoli di un triangolo sarà maggiore di 180°. In tale condizione, la gravità fermerebbe l’espansione del cosmo e lo farebbe collassare in una singolarità matematica (simile a quella iniziale del Big Bang) denominata Big Crunch. In parole povere, tutto avrebbe un inizio ed una fine determinati. Se la dm è minore della dc, l’universo avrà la forma di una sella e sarà aperto. La somma degli angoli di un triangolo, su tale superficie, sarà minore di 180°. In questo caso, l’universo sarà in continua espansione accelerata, e questo implicherebbe o la morte termica (Big Freeze) o il Big Rip (uno strappo nel continuum spazio temporale). Se la dm è uguale alla dc, allora si avrà un universo sempre aperto, ma piatto. Esso si espande a ritmo crescente se vi è molta energia oscura, decrescente se ve n’è poca. Anche in questo caso ci sarebbe il Big Freeze o il Big Rip. Oggi si tende a pensare che l’universo sia piatto. Ora, cosa si intende per Big Freeze o morte termica? Sostanzialmente, la continua espansione genererebbe un universo freddo, non in grado di sostenere la vita (in pratica si “spegnerebbe”). Ciò si verificherà in un universo piatto o iperbolico (a sella di cavallo). “Big Rip” significa “grande strappo”: in pratica, la velocità di accelerazione sarà talmente elevata, da distruggere la struttura fisica dell’universo, in cui tutto sarà disintegrato in particelle elementari non legate tra loro. Sarà la conseguenza di un universo aperto (piatto o a sella). Il Big Crunch può essere considerato come un Big Bang al contrario, in cui tutto collasserà in un’unica singolarità matematica (universo chiuso, sferico). Tale teoria potrebbe però implicarne un’altra, ovvero quella dell’”universo oscillante”: l’universo si contrarrebbe in un Big Crunch per poi riesplodere e rinascere in un nuovo Big Bang, in una sequenza pressochè infinita di nascita e morte. In conclusione, sembra proprio che l’universo abbia avuto un inizio, ma non avrà una fine vera e propria. Nessun “eterno ritorno”, nessuna “eternità lineare”. Ma… l’eternità riguarda solo un qualcosa che non ha inizio e non ha fine, o è eterno anche ciò che ha avuto un inizio, ma non avrà una fine?</p>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;"> Quadro: Persistenza della memoria&#8221; di Salvador  Dalì </span></p>
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		<title>Piccoli uomini crescono</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 08:08:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[ContemporaneaMENTE (nei deserti dell'anima)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tiziana Rullo Voler affrontare il problema dell’adolescenza, in termini di limiti e risorse, implica costantemente andare incontro ad un insieme di ragionamenti concatenati che privano la formulazione di una...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tiziana Rullo</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-660" title="La stanza vuota&quot; di Francesca Woodman" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/11/foto-tiz-299x300.jpg" alt="La stanza vuota&quot; di Francesca Woodman" width="299" height="300" />Voler affrontare il problema dell’adolescenza, in termini di limiti e risorse, implica costantemente andare incontro ad un insieme di ragionamenti concatenati che privano la formulazione di una definizione ben precisa. Stiamo parlando di una fase dello sviluppo psicofisico caratterizzato da una grande ricchezza di contenuti e vissuti che fornisce molti spunti di riflessione, ma nello stesso tempo un periodo estremamente delicato e complicato, verso il quale avvicinarsi cautamente. Penso che sia piuttosto condivisibile sostenere che gli adolescenti non sono più bambini ma non sono ancora pienamente adulti: lo sviluppo sessuale e cognitivo consente loro di avere comportamenti e abilità che sono simili a quelli adulti, ma nello stesso tempo, il loro ingresso e la loro aderenza alla vita adulta è rimandata e gli adolescenti oscillano in questa età sospesa, che nelle società occidentali si presenta sempre più prolungata. In realtà, oggi, alcune inclinazioni che si stanno consolidando contrastano questa posizione e quasi la rovesciano. Prendiamo parte, quotidianamente, ad uno scenario i cui giovani protagonisti vengono spronati ad assumere comportamenti adulti, e sono esposti a numerosi stimoli sociali che riguardano gli aspetti puramente esteriori e ludici dell’età adulta, diventando veri e propri stereotipi comportamentali. Questo comporta, inevitabilmente, ad anticipare alcuni comportamenti “da grandi”, che appartengono, però, al versante prettamente più superficiale e qualunquista, perché in realtà l’ingresso reale nel mondo adulto e la presa in carico delle responsabilità che ne derivano sono concretamente sempre più posticipati. L’effetto di tale incongruenza è, in molti casi, la diffusione di comportamenti “a rischio”, resi possibili dalle maggiori capacità acquisite rispetto all’infanzia, in assenza però di una vera e propria assunzione di responsabilità; mi riferisco all’atteggiamento spudorato e l’esibizione della sessualità che caratterizza sia i ragazzi che le ragazze, privati di consapevolezza riguardo alla complessità dei vissuti che questi modi di fare possono suscitare e delle conseguenze per sé e per gli altri. Esemplari sono i casi di violenze e molestie, molto frequenti nei contesti scolastici, che talvolta sfociano in veri e propri episodi di bullismo, così come gli stati di gravidanza e le malattie trasmesse sessualmente; allo stesso modo, l’uso delle sostanze psicoattive, prima fra tutte l’alcol, senza considerazione degli effetti che comporta.<span id="more-659"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Problema, quest’ultimo, che ci riguarda molto da vicino e trova un considerevole riscontro nella nostra realtà irpina. Sarebbe interessante soffermarci e cercare di analizzare la diffusione delle suddette condotte, ma ciò necessiterebbe una preparazione adeguata ed una conoscenza approfondita dell’argomento, per non correre il rischio di sminuire il problema rendendo la discussione banale e scontata, e fornire provocazioni gratuite e assolutamente non costruttive.</p>
<p style="text-align: justify;">In generale, comunque, si mettono in atto condotte adulte quanto a complessità, ma allo stesso tempo del tutto infantili quanto a irresponsabilità rispetto alle conseguenze, in una sorta di atteggiamento ludico e disimpegnato dell’infanzia, applicato però a comportamenti che possono avere conseguenze drammatiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Io penso che, nel periodo storico e sociale in cui viviamo, ci sia la necessità di un significativo impegno da parte  delle famiglia e degli educatori nell’accompagnare gli adolescenti in comportamenti responsabili, per impedire che questo passaggio sia vissuto come un infantile disimpegno dalla vita reale e dalle responsabilità, per trasformarlo in un momento in cui la libertà e l’autonomia siano utilizzati per una crescita personale. Senza dubbio, si tratta di un impegno piuttosto complesso, ma necessario per  non correre il rischio di imbatterci, domani, in adulti ugualmente bambini, con implicazioni notevolmente più preoccupanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Piccoli uomini che crescono troppo in fretta, o grandi uomini che non crescono mai.</p>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">foto: La stanza vuota&#8221; di Francesca Woodman</span></p>
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		<title>La solita vecchia storia.</title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2009/11/la-solita-vecchia-storia/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 08:03:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Capone “Più di un valent’uomo è stato ridotto sul lastrico da una donna” Henry Chinaski “E lei voleva qualcosa in più, e io mi defilai a bere rum,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luigi Capone</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-657" title=" Beatriz Milhazes" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/11/foto-dipinto-300x179.jpg" alt=" Beatriz Milhazes" width="300" height="179" /></p>
<p style="text-align: left;">“Più di un valent’uomo è stato ridotto</p>
<p style="text-align: left;">sul lastrico da una donna”</p>
<p style="text-align: justify;">Henry Chinaski</p>
<p style="text-align: justify;">“E lei voleva qualcosa in più, e io mi defilai a bere rum, e lei andò a scopare con il mio amico. E io mi misi a bere di più. E la cameriera parlava e io non la volevo sentire. E la pioggia batteva sull’asfalto, ed ero a corto di soldi, nemmeno un’altra birra .E avevo poche ore di sonno, solita vita di merda, e domani sarebbe stato ancora peggio”. Sapevo che mi sarei ridotto così. Già riuscivo a vedere. Vedevo già la gente come una massa di stronzi e il mondo come una grossa palla di merda che gira. All’epoca vivevo in un’altra casa. Passavo i miei pomeriggi chiuso in bagno, seduto sul cesso, a suonare la chitarra. Entrava solo un raggio di sole dalla finestra, da cui si vedeva il boschetto dove andavo a giocare da bambino. Era una specie di regno dell’occulto. Io, Andrea e Giacomo, ci inoltravamo tra gli alberi e raggiungevamo una vecchia capanna dismessa. La usavamo per isolarci dal mondo. Ci nascondevamo dei giornaletti porno, e andavamo a farci le seghe. Spesso ci nascondevamo anche l’erba, quindi di pomeriggio andavamo lì con gli scooter, scavalcavamo la recinzione di ferro spinato e raggiungevamo la capanna. Spesso rubavamo nelle nostre case una bottiglia di whisky e la portavamo lì per passare i pomeriggi. Fumavamo le prime sigarette, le prime canne , scrivevamo i nostri primi versi, parlavamo delle prime esperienze con le ragazze e guardavamo le foto pornografiche. Le amicizie vere si fanno fino a 14-15 anni nella vita, o non le fai mai più.Ma questi, come tutti gli altri, sono solo cadaveri di ricordi messi a caso nell’armadio della mia memoria, Si affollano nel mio cervello che diventa una grande fossa comune. Un contenitore di morti. Scheletri e marionette messe in riga, buttate alla rinfusa in quello scatolone.<span id="more-656"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Restando seduto sul cesso, componevo canzoni, fumavo sigarette di nascosto e scrivevo altri versi. Era il periodo in cui i miei pensavano che fossi un adolescente con seri problemi mentali e di droga. Così dicevano in paese. Nei paesi dell’irpinia, ti mettono un’etichetta, una nominata, una “numèa”, che nasce quasi sempre da malignità. Il popolo irpino è cirrotico e avvelenato. Ti mettono addosso la “numèa” come una sorta di maledizione, come una croce da portarti sulle spalle per tutta la vita e anche dopo. Continuano anche dopo il funerale,  nemmeno da morto ti lasciano in pace. Ricordo che quando morì mia nonna a 99 anni, si fece il funerale nella cattedrale del paese. Più che per cordoglio, per ammazzare il tempo e per curiosità, si avvicinarono tante persone anziane a dare le condoglianze. Il bar vicino alla chiesa si riempì di gente come al solito quando muore qualcuno, tanto che il proprietario non vede l’ora che uno tiri le cuoia. Le persone anziane con tanto di cappottone e di coppola in testa, discutevano, e bevevano grappa, e li sentivi bisbigliare e parlare di mia nonna morta : -“Era na malafemmina”- . Mia nonna da ragazza prese a bastonate un carabiniere.  Le leggende continuano anche dopo la morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, già allora, a 16 anni, non avevo più buone intenzioni, né buoni propositi. Avevo già esaurito la mia fiducia verso gli amici e l’idea di amicizia. Ero un adolescente atipico, che non credeva nell’amore. Non sarei mai riuscito a concepire che un giorno i miei coetanei avrebbero  letto i libri di Moccia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’essere fregato e in disparte è sempre stata una mia prerogativa, fin dall’infanzia. Accompagnato sempre dalla mia espressione cupa sul volto e dal mio caratteraccio, asociale e incazzato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ormai non ho proprio più un cazzo da dire. Si ripete sempre la solita vecchia storia. Ho aspettato un’eternità ma ora è finita. Mi faccio terra bruciata intorno.  Mi piace correre solo in mezzo al deserto. Le compagnie non mi piacciono. Le compagnie non funzionano. I miei amici sono dei brutti figli di puttana, e io sono un’anima buona, imbastardita. Sono sempre più ristretto verso tutti, sempre e comunque. Sono un muro impenetrabile, che se si apre si distrugge. Per quanto riguarda i rapporti tra uomo e donna, non capisco perché la gente debba essere così tanto falsa e ipocrita da fidanzarsi. Io non l’ho ancora fatto. Credo che non lo farò mai sul serio. Era proprio il principe De Curtis, se badate bene, a ricordare che l’unica cosa seria nella vita è la morte, e aggiungeva anche che <em>queste pagliacciate le fanno solo i vivi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando capirò le donne sarà troppo tardi, avrò novant&#8217;anni e non si alzerà più il cazzo. Ma infondo le donne le ho già capite troppo bene, è solo che preferirei non averle capite.</p>
<p style="text-align: justify;">Io ho deciso che possono mandarmi all’inferno le persone, perché è lì che voglio andare. Forse mi troverei meglio là, a ballare con le puttane di Satana. E’ sempre meglio farla una cosa e sbagliare, che non farla affatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi mandatemi pure all’inferno . Qui sono ammesse le imprecazioni e le bestemmie.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non discrimino nessuno, odio tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per me si viaggia costantemente, si parte e non si torna più indietro. Una volta che il cervello è partito è fottuto per sempre. In qualsiasi posto ti trovi dopo un po’ le persone, le strade, i bar, iniziano a guardarti, a osservarti, a leggere quella parte impenetrabile di te e non sei più libero di utilizzare lo spazio come vorresti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per me l’anonimato è l’unica soluzione per trovare un’identità.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando mi alzo dal letto, vorrei volare via dalla finestra con coriandoli tra i capelli e migrare verso un’altra città.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte basta un aereo per Granada per non pensarci più. Basta un aereo per Londra per partire e andare a perdersi lì. Basta passeggiare per le strade di Dublino, di Amsterdam, di Berlino per avere l’impressione di essere ancora vivi e sopravvissuti a tutta la merda che hai ingoiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Io sono abituato a stare nella merda, tanto che mi esce dalle orecchie. Sono abituato a mangiare la merda, a mangiarla a colazione, a spalmarla sulle fette biscottate. Sono abituato alle situazioni atipiche, niente è mai stato troppo normale nella mia vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cose che mi circondano, tutte, a poco a poco degenerano, diventano marce e muoiono in malo modo. E’ una storia circolare la cui costante è costituita, e scusate se sono ripetitivo, da pezzi di merda e mignotte. Senza nessuno rispetto è la vittoria del materialismo puro.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei solo drogarmi e chiudermi in un cesso, e non vedere più nessuno, e se morissi ora non me ne sbatterebbe un cazzo. Ho la sensazione che Dio mi abbia fottuto, ma per fortuna, diventeremo tutti polvere per terra. Leggo parecchi libri, bevo e fumo, nessuno mi parli mai più d’amore o di buone intenzioni. Ho una pila di libri di Charles Bukowsky, il vecchio Hank. A volte la sera torno a casa ubriaco e ne prendo uno e inizio a sfogliare delle pagine, e ogni volta ho l’impressione di averle vissute io quelle storie. Il vecchio Hank era un’anima buona in mezzo alla follia totale, uno che si consumava di alcool ma trovava la forza di andare avanti nel suo inferno.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima volta che lessi un suo libro ero appena tornato da Roma. La notte prima ero a casa di una bellissima ragazza, nel suo letto. La mattina dopo ero senza una lira, solo, su un marciapiede della Tiburtina, con una borsa sulle spalle. Perso tra file di brutti palazzi e strade tutte uguali. Mi aveva cacciato fuori con urla e offese e mi aveva detto che ero il peggior uomo che avesse mai incontrato. Appena sveglio mi tirai fuori dalla borsa una Peroni da 66 cl, e iniziai a bere. Provai a baciarla e lei mi disse : -vai via- . Il primo treno per Napoli che partiva dalla stazione di Termini partiva dopo tre ore. Restai lì a terra a bere nella stazione. Presi il treno senza biglietto. Giunto a Napoli in un treno che puzzava di piscio, mi misi a camminare per i vicoli del centro storico. Via Benedetto Croce. Entrai dentro una vecchia libreria e iniziai a dare un’occhiata ai titoli dei libri. Ne volevo uno per distogliermi da tutto il resto. I titoli erano tutti poco convincenti. L’unico che mi attirò fu “Donne”. Lo ritenni abbastanza diretto e onesto per le mie necessità di lettore depresso e senza speranza. Era un libro del vecchio Hank. Ovviamente lo rubai. Mi misi sul letto della mia stanza a Rua Catalana. Aprii una bottiglia di Jack Daniel’s che mi era stata regalata da un amico. Iniziai a leggere. Lo lessi tutto d’un fiato. L’unica cosa che pensai alla fine del libro fu che era meglio farmi una sega e sarebbe passato tutto. E poi mi sentii di dire dal cuore – Grazie, vecchio Hank &#8211; .</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Se dovessi dire una data precisa che abbia segnato in qualche modo il mio destino, quando mi troverò di fronte a Belzebù,  direi il 27 luglio 2007. Ero a Galatina, nella piazza di Santu Paulu. Di fronte a me suonava sul palco Vinicio Capossela, anche lui un irpino, di Calitri.  Seguivo nell’ebbrezza del vino “signora luna”, “bardamù”, “il ballo di san vito”, “brucia troia” e tutto il grande repertorio del maestro. Gli irpini sono davvero una razza maledetta. Mentre mi dimenavo in mezzo ai “tremori della taranta” mi resi conto di aver perso tutto, di aver perso anche lei, che si stava scopando il mio amico.  Per la seconda volta, ero completamente solo. La prima volta fu quando avevo 6 anni. Fui abbandonato su una strada brecciata e polverosa, faceva freddo e non sapevo come tornare a casa. Ricordo benissimo la spiegazione che  diede mio nonno dei fatti, quando tornai a casa dolorante e morto di freddo. Mi disse in sostanza che dovevo vedere le cose per quelle che erano, mi fece capire per la prima volta che chiunque può lasciarti a terra, e che ero dotato di due gambe e di un cervello, e solo quelli potevo usare nella mia vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Santu Paulu comunque, non perdonò nemmeno quella sera.</p>
<p style="text-align: justify;">La maledizione volle che quella donna dovesse continuare a perseguitarmi, ricomparendo nei posti e nei giorni più impensabili. E la pioggia da quel giorno divenne incessante.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei non è tornata mai più, ma quella sera ritorna di continuo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nonostante tutto io sono ancora qui, per combattere, e credo che non mi arrenderò mai. Quello che mi viene fatto, lo rifaccio uguale al diretto interessato. Ora ho un nuovo dente avvelenato. Ho un’altra lamentela da fare. Ho un’altra guerra da fare. Ho un’altra storia che sta per iniziare. Ho altri obiettivi da distruggere, altri sogni da infrangere, un altro passato da rinnegare, altri segreti da custodire. Altre situazioni di nascosto nell’ombra. Una macchina con un pieno di benzina, una pistola da acquistare,  e da tenere dentro la cinta dei pantaloni, parecchi chilometri da fare, altre lunghe notti di sesso e droga, altre albe livide che dovranno alzarsi, altre botte, altre cicatrici, altro vomito, altre città, altre persone, tanti stronzi e tante troie ancora.</p>
<p>dipinto di Beatriz Milhazes</p>
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		<title>IL RAPPORTO CITTADINO-STATO E INDIVIDUO-SOCIETA’ E’ DEBOLE SE NON SCONOSCIUTO NELL’ATTUALE FASE DELLA STORIA DEL NOSTRO PAESE. IN ALTA IRPINIA IDEM, OVVIAMENTE.</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 15:56:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo Leggo le cronache nazionali e locali sul rapporto che vige in Italia (e ovunque, anche nella nostra beneamata Alta Irpinia) tra l’individuo e la sfera pubblica. Naturalmente...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Michele Fumagallo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-644" title="Foto di Gianni Berengo Gardin" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/11/Foto-di-Gianni-Berengo-Gardin-208x300.jpg" alt="Foto di Gianni Berengo Gardin" width="208" height="300" />Leggo le cronache nazionali e locali sul rapporto che vige in Italia (e ovunque, anche nella nostra beneamata Alta Irpinia) tra l’individuo e la sfera pubblica. Naturalmente mi riferisco alle cronache recenti che riguardano lo scambio tra sesso e potere messo in atto con la consueta strafottenza (miscuglio di ipocrisia e spregiudicatezza finta) da Berlusconi, ma non solo, anche alle cronache baresi sullo stesso intreccio oppure a quelle laziali che riguardano il presidente della regione Marrazzo, più spostate sul versante privato e su di un intreccio ridimensionato alla solita divisione tra sfera pubblica e sfera privata che in Italia significa divisione tra ipocrisia pubblica e ipocrisia privata.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente le persone che conoscono un po’ la storia d’Italia possono benissimo immaginare che i casi succitati sono soltanto casi emersi, ma ovviamente un po’ tutta la vita pubblica è così, fatte le debite differenze tra i casi stessi. Non c’è paragone possibile, infatti, tra l’uso delle istituzioni fatto da Berlusconi con lo scambio sesso-candidature e posti in Parlamento e ovunque (oltre all’arroganza di non dimettersi) e i peccati veniali istituzionali e le “cadute” ai limiti dell’infantilismo, oltre che del masochismo, di Marrazzo.</p>
<p><span id="more-643"></span> Ma a cosa rimanda tutto questo?</p>
<p>Rimanda, secondo me, a due cose. </p>
<p>Una, generale, al vuoto di cultura forte sul rapporto tra individuo e società, tra cittadino e stato. L’altra, particolare, a una ipocrisia “illiberale” che pervade, in modi anche diversi, tutti gli schieramenti politici.</p>
<p>Ora, in questo post, sarebbe troppo lungo soffermarsi sulla questione decisiva della contraddizione uomo-donna (gran parte della nostra vita è dominata da questa contraddizione). Mi limito quindi a stare superficialmente agli episodi di cronaca nominati.</p>
<p>Berlusconi fa quel che sappiamo: usa le istituzioni in modo antidemocratico e ignobile ed è incapace di rivendicare una libertà personale (e sessuale) che invece è sacrosanta. Non lo può fare, ovviamente, per gli intrecci tra sesso e potere che ha messo in moto. Ma anche perché è incapace di essere “laico” autentico e distinguersi dall’ipocrisia cattolica dominante: l’uomo è fatto così, di pasta squisitamente illiberale.</p>
<p style="text-align: justify;">Berlusconi insomma non può dire: bene, faccio sesso con chi mi pare, e allora? Perché non è soltanto sesso, ma è sesso in cambio di manipolazioni delle istituzioni (candidature, eccetera).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché non ha rivendicato il suo diritto di avere rapporti sessuali o di altro tipo con chiunque, senza dare conto a nessuno, o ancora meglio, dando conto a tutti della sua libertà e rispetto della libertà altrui?</p>
<p style="text-align: justify;">(Ripeto: i casi Berlusconi e Marrazzo stanno su mondi diversi; ci ha provato a metterli sullo stesso piano Berlusconi stesso col consueto uso spregiudicato della sua carica e del suo conflitto d’interessi. Il caso Marrazzo, insomma, in una democrazia autentica, non dovrebbe esistere [fatti salvi i peccati veniali dell’uso della macchina di rappresentanza per questioni private, eccetera], mentre, sempre in una democrazia autentica, dovrebbe esistere, eccome, un caso Berlusconi).</p>
<p style="text-align: justify;">Invece siamo a una ridicola messa in scena di una cultura (maschile, va aggiunto) che ha qui, purtroppo, delle cose in comune e non si distingue affatto negli schieramenti politici: quella dell’assuefazione a una “morale” (morale?) cattolica becera, ipocrita, illiberale.</p>
<p style="text-align: justify;">Se Marrazzo fosse stato un democratico autentico, e un laico autentico, avrebbe rivendicato la sua libertà, non avrebbe pagato sotto ricatto per un video che lo raffigurava in compagnia intima con un transessuale ma avrebbe immediatamente denunciato gli estorsori. E non solo. Avrebbe egli stesso sfidato chi lo criticava. Avrebbe dato una lezione semplice di libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece Marrazzo è un uomo a democrazia minima, abbastanza infantile, soprattutto molto “italiano” (uso l’accezione nel senso negativo usato in ambienti anglosassoni): infatti la prima cosa che ha dichiarato è che in cima ai suoi pensieri non ci sono alcuni milioni di laziali di cui era presidente ma la ricomposizione con la mogliettina. Il tradizionale e ipocrita “ritorno al privato”, alla famiglia. Che pena! E che concezione misera della cosa pubblica racchiude tutto questo!</p>
<p>p.s.: un’altra cosa preoccupante in tutte queste vicende è l’assenza di spirito critico di quella minoranza di sinistra che pure dovrebbe fare della libertà personale, della libertà sessuale, della critica al dominio del privato e della famiglia, il suo cavallo di battaglia.</p>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">foto di Gianni Berengo Gardin</span></p>
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		<title>TUTTO HA UNA FINE? MA PARTIAMO DAL PRINCIPIO…</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 15:50:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianpaolo Faia Titolo “filosofico”, vero? Tuttavia, in questo post evidenzierò per lo più gli aspetti scientifici di una delle domande esistenziali più oscure, ovvero quella sul “destino ultimo dell’Universo”...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gianpaolo Faia</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-639" title="Quadro di Chagall" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/11/chagall05a1-212x300.jpg" alt="Quadro di Chagall" width="212" height="300" />Titolo “filosofico”, vero? Tuttavia, in questo post evidenzierò per lo più gli aspetti scientifici di una delle domande esistenziali più oscure, ovvero quella sul “destino ultimo dell’Universo” (e quindi dell’uomo). Atto di presunzione? No, solo descrizione scientifica delle varie teorie al riguardo. Non tratterò né di escatologia né di filosofia (forse lo farò in un altro post, ma basandomi sempre su fonti determinate e limitando le mie impressioni), ma stimolare se non un dibattito, almeno curiosità sull’argomento, è stuzzicante. Premetto: sono un appassionato di astronomia e astrofisica; purtroppo non ho le conoscenze matematiche tali da poter confutare o meno le teorie che esporrò, ma applicare la logicità tipica dell’essere umano all’argomento in questione non credo sia un atto improbo. Ovviamente, se tutto ha una fine (?), ci sarà pur un inizio. Com’è nato l’universo? Esiste una spiegazione scientifica? L’esistenza di una spiegazione scientifica, sottolineo, non inficia le cosmogonie di stampo religioso, ovvero i due piani non necessariamente devono essere contrapposti.<span id="more-638"></span></p>
<p>A parte questa puntualizzazione, possiamo affermare che una teoria (con buoni margini di veridicità) esiste, ed è rappresentata dalla “teoria dell’inflazione”. Essa sostiene, brevemente, che l’universo, dopo essere nato, ha subito un’espansione esponenziale rapidissima in continua accelerazione. Grazie a questa teoria, allo “spostamento verso il rosso delle galassie” e alla legge di Hubble, si è scoperto che l’Universo è in continua espansione. Immaginando di concettualizzare questa espansione a ritroso nel tempo (come immaginare i cerchi concentrici espansivi nell’acqua a causa di una pietra scagliata in un lago), si arriva ad una “singolarità gravitazionale”, un punto matematico (il punto in cui è stata scagliata la pietra). Da qui nasce la teoria de Big Bang, il punto zero, da cui è nato letteralmente il concetto e la fisicità del tempo e dello spazio. Incredibilmente, la sonda WMAP della NASA, è riuscita a scoprire quanto tempo fa è nato l’universo (con un margine d’errore davvero minimo in ere cosmiche, ovvero 200 milioni di anni): ebbene, esso è nato 13,7 miliardi di anni fa.</p>
<p>Un aspetto “visibile” della validità di tale teoria, è che la velocità alla quale le galassie si allontanano, è proporzionale alla loro distanza. Altra prova è quella della radiazione cosmica di fondo, ovvero una radiazione di base che permea tutto l’universo e che rappresenta il residuo attenuato che ebbe origine immediatamente dopo il Big Bang; inoltre, altra prova è fornita dalle onde elettromagnetiche che giungono fino a noi.</p>
<p>Il punto zero è, dunque, un dato scientifico. Il punto che racchiudeva tutta la materia e la luce del cosmo. Ovviamente questa singolarità matematica e un concetto talmente enorme e fuori dalla dimensione umana, che può essere tranquillamente legato a disquisizioni e spiegazioni di stampo religioso. Ripeto, io mi sono limitato a commentare gli aspetti scientifici, mentre quelli filosofici ed escatologici li lascio a voi ora (e a me, casomai in un altro post).</p>
<p>Altra domanda interessante è quella riguardante le dimensioni dell’Universo.</p>
<p>La maggior parte dei teorici sostiene che esso è finito e non infinito, in quanto l’orizzonte cosmico quantifica l’universo visibile (in riferimento alla velocità della luce) a 13,7 miliardi di anni luce: tuttavia la distanza effettiva dell’orizzonte è maggiore, in quanto l’universo ha continuato ad espandersi durante il tempo impiegato dalla luce di arrivare fino a noi.</p>
<p>Per non appesantire ulteriormente il discorso, per ora mi fermo quì, riproponendomi di dedicare un secondo post alle teorie riguardanti la fine dell’universo.</p>
<p>Quadro di Chagall</p>
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		<title>Senza origine</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 15:46:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[ContemporaneaMENTE (nei deserti dell'anima)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tiziana Rullo L’emigrazione è un argomento molto discusso e dibattuto in vari contesti, pubblici e privati, e rappresenta il centro di controversia di varie posizioni politiche e ideologiche. Non...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tiziana Rullo</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-636" title="Marc-Chagall-Gli-amanti-azzurri" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/11/Marc-Chagall-Gli-amanti-azzurri-33012-270x300.jpg" alt="Marc-Chagall-Gli-amanti-azzurri" width="270" height="300" />L’emigrazione è un argomento molto discusso e dibattuto in vari contesti, pubblici e privati, e rappresenta il centro di controversia di varie posizioni politiche e ideologiche. Non è nelle mie intenzioni voler affrontare la questione in questi termini, piuttosto vorrei spostare l’attenzione su un altro punto, troppo spesso trascurato secondo me, ovvero lo straniero e il suo stato interno. Siamo troppo spesso impegnati ad accusare e colpevolizzare chi, secondo molti, “ci porta via il lavoro” o induce la criminalità nel nostro Paese (così puro e innocente?), dimenticandoci che stiamo parlando di persone e, in quanto tali, sensibili al mondo esterno che, per innumerevoli ragioni, hanno lasciato le proprie origini per andare in terra straniera. L’esperienza dell’emigrazione, senza dubbio, implica disagio e sacrificio, perchè si è lontani dalla famiglia d’origine, dalla propria lingua e cultura di appartenenza, ma questa condizione si amplifica e si consolida quando la terra ospitante ti è completamente ostile, quando ti senti un ospite non gradito, quindi immeritevole di qualsiasi diritto e considerazione. <span id="more-634"></span>La mia esperienza di figlia di famiglia emigrata in Svizzera alla fine degli Anni ‘70, non è così spiacevole, tutt’altro. Io ho vissuto una buona integrazione, sia dal punto di vista sociale che istituzionale, segnale di un’adeguata consapevolezza da parte della cittadinanza della presenza di diverse culture. Dai vari racconti, sappiamo benissimo che le generazioni precedenti di emigranti italiani, non hanno avuto una buona accoglienza nei Paesi ospitanti, bensì sono state vittime di comportamenti xenofobi umilianti. Ora, dunque, mi risulta difficile accettare l’idea che l’Italia, Paese che ha subìto importanti ondate di emigrazioni nei vari decenni trascorsi, possa assumere posizioni tanto drastiche di intolleranza nei confronti degli immigrati. Ho conosciuto diverse persone che sono arrivate in Italia con la volontà di far conoscere la propria cultura e nello stesso tempo predisposti ad accogliere le nostre abitudini pur rimanendo saldi ai propri costumi, come, credo, è giusto che sia. Non si possono cancellare le proprie origini, è possibile invece vivere insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma sappiamo benissimo che oggi, in Italia, questo non è possibile, non siamo pronti. Le conseguenze di tali atteggiamenti nazionalisti è l’inevitabile chiusura degli stranieri nelle proprie comunità&#8230;si deve pur sopravvivere! E se non si riesce a creare l’integrazione, ognuno pensi per sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Sentirsi indesiderati ed essere temuti non è affatto piacevole, ci si ritrova a dover fare i conti con la dignità di uomo e mettere in crisi la propria autostima: sono un immigrato, non posso pretendere una vita da cittadino comune, farò sempre parte della seconda classe!</p>
<p style="text-align: justify;">In che modo possiamo superare questo nostro limite?</p>
<p style="text-align: justify;">Io penso che se continuiamo a soffermarci sul fenomeno dell’ immigrazione considerandolo soltanto dal punto di vista delle questioni ideologiche, non riusciremo mai a fare un passo in avanti. Se invece diamo valore alle persone prima di tutto, mettendo da parte l’orgoglio della patria, potremmo scoprire la bellezza della diversità e favorire una buona integrazione, e ridare dignità a tutti coloro che l’hanno persa. Trasformare lo scontro in incontro è ancora possibile?</p>
<p>Marc-Chagall-Gli-amanti-azzurri</p>
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		<title>OLTRE LE GAMBE…</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 15:38:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Succede (nel mondo globalizzato)]]></category>
		<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tanja Contino Siamo quasi al 2010 e non è necessario descrivere quale sia la realtà, si palesa benissimo da sé. Non solo non siamo andati avanti. Siamo tornati indietro...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tanja Contino</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-629" title="Foto di Luigi Ghirri " src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/11/luigi-ghirri-foto-per-tanja-300x199.jpg" alt="Foto di Luigi Ghirri " width="300" height="199" />Siamo quasi al 2010 e non è necessario descrivere quale sia la realtà, si palesa benissimo da sé. Non solo non siamo andati avanti. Siamo tornati indietro e in alcuni ambiti non di poco. In Italia uno di questi ambiti riguarda la donna, a partire dalla sua immagine. Non che la situazione sia mai stata rosea ma credo che si stia raggiungendo il fondo. Le ultime vicende che hanno coinvolto il Presidente del Consiglio, gli harem, le escort, vallette, veline che arrivano ad occupare alte cariche politiche e a mercanteggiare per 15 mesi, giorni, minuti di gloria in tv sono esemplari. A proposito di tv si deve amaramente constatare che non ha sicuramente più il ruolo pedagogico-educativo, sulla cui opportunità ovviamente si può discutere,  che ha avuto nei primissimi anni quando ha contribuito alla diffusione dell’italiano tra un popolo diviso in dialetti. <span id="more-624"></span>Ha però, forse più di prima, il potere di creare un senso comune, delle immagini di fondo sulle cose. Il punto è che le immagini delle cose non si limitano a sé stesse ma formano e si riflettono nella realtà. E l’immagine della donna che emerge è avvilente. Limitata a corpi nudi che presenziano a ogni ora del giorno a rappresentare solo sé stessi. A rappresentare la donna in un’unica forma. Corpi che devono essere perfetti e soprattutto devono essere mostrati. Se non si risponde ai criteri si viene mortificate come è accaduto a Rosi Bindi qualche giorno fa, con l’aggravante che l’offesa era rivolta da un Presidente del Consiglio ad un Vicepresidente della Camera. Quella che era stata una conquista e nei giusti termini lo è ancora, il diritto a mostrarsi, a gestire autonomamente il proprio corpo è stata trasformata in una nuova schiavitù.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi giorni fa è stato pubblicato il rapporto annuale del World Economic Forum (il Global Gender Gap Report 2009), che monitorizza e analizza le pari opportunità tra uomini e donne a livello mondiale. Per il nostro paese non ci sono buone notizie. Rispetto al 2008 perde cinque posizioni nel ranking mondiale scendendo al 72esimo posto preceduta da nazioni come Venezuela, Vietnam e Romania. A incidere negativamente sono soprattutto l’indice sulla partecipazione e opportunità nell’economia, la disparità di trattamento economico rispetto ai lavoratori uomini e la disoccupazione doppia rispetto a quella maschile.</p>
<p style="text-align: justify;">La disparità è prima di tutto economica, non a caso. Nella nostra società è il riconoscimento economico a determinare e riflettere il valore attribuito ad una persona e alla sua attività. E soprattutto è l’autonomia economica a garantire e favorire il godimento di tutta una serie di altri diritti e di una piena libertà di scelta ed espressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Foto di Luigi Ghirri</p>
<p style="text-align: justify;">Per approfondimenti:</p>
<p style="text-align: justify;">World Economic Forum, “Global Gender Gap Report 2009”:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.weforum.org/pdf/gendergap/report2009.pdf">http://www.weforum.org/pdf/gendergap/report2009.pdf</a></p>
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		<title>Vita da  baratro</title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2009/11/vita-da-baratro-2/</link>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 15:20:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Capone (Swing) “E’ un sabato qualunque, un sabato irpino, la gente dov’è andata? Si è già impiccata”. E’ curioso come ci sono tanti destini diversi, tante situazioni differenti...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-648" title="soir" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/11/soir-300x147.jpg" alt="soir" width="300" height="147" /></p>
<p style="text-align: justify;">di Luigi Capone</p>
<p style="text-align: justify;">(Swing) “E’ un sabato qualunque,</p>
<p style="text-align: justify;">un sabato irpino,</p>
<p style="text-align: justify;">la gente dov’è andata?</p>
<p style="text-align: justify;">Si è già impiccata”.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ curioso come ci sono tanti destini diversi, tante situazioni differenti nel medesimo momento. Come il fatto che stasera mi sono perso e sono rimasto in macchina davanti a un incrocio per ore, perché c’è la nebbia e non si vede niente. E ‘ una notte stronza in cui anche la luna preferisce trafficare di nascosto. Per un’anima sola l’unico rifugio è il bar.<span id="more-631"></span></p>
<p style="text-align: justify;">-     C’è un bar che mi vuole bene – diceva Francesca prima di andarsene.</p>
<p style="text-align: justify;">Si sbagliava. Ma mi piaceva sentirglielo dire. Gli amici se ne vanno in fretta e le donne prima ancora. Tutti sono in grado di voltarti le spalle in questo mondo, tranne la tua testa, ma a volte, anche quella. I bar sono solo un contorno di illusione e delusione. Prima o poi tutti se ne vanno, ogni cosa che ami scompare, alla fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Il morire lento per strada al freddo, di bar in bar, di marciapiede in marciapiede, tra tubi di scappamento e vetrine. Il morire in macchina andando in giro tra strade abbandonate e bagnate di pioggia. Andando in cerca di un rifugio, il tuo angolino notturno, con un camparino e una nuvoletta di fumo. Prima o poi nel mio angolino ci torno sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ l’unica salvezza. Tornare lì e appoggiarsi alle spalle di un amico. Evitare il trambusto di locali chiassosi e affollati in solitudine. Trovare scampo dove scampo non ce n’è, lasciare che tutto vada al diavolo come già ci sta andando.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo posto non ci sono ragazze, ci sono solo maschi. Molti non scopano da anni. Molti trovano rifugio nelle partite di calcio alla televisione. Trovano nuovi momenti di aggregazione solo ai funerali, o quando avviene un incidente automobilistico. Si mettono a frotte davanti al morto, si incontrano e passano le giornate a parlare della <em>cosa nuova </em>che è avvenuta in paese.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un continuo morire, tra un morire di parenti, amici ed entusiasmo. La morte è fredda, ti prende in silenzio. Direi che arriva <em>come una puttana nella notte </em>, e te la fa pagare. Mi avvolge quando sono sul letto che diventa la mia tomba, la mia fossa personale. Ma non mi porta terrore, solo stanchezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanti giorni mancano alla fine della mia vita? Li conto. Faccio un calcolo approssimato. Qualche migliaio. Ebbene fino ad allora dovrei spassarmela e fare tutto ciò che voglio e non rimanere in questa merda, ma è strano, alla fine anch’io mi faccio morire lentamente e sono un un uomo morto, un cadavere ambulante, di quelli che trovi al bar all’angolo a bere e che nessuno vuole salutare e che rimuginano nella propria solitudine. Il mio è un vissuto di noia mortale, di cose fatte tanto per farle, per cercare di ingannare la vita e il tempo. E’ un vissuto di tempo sprecato, di rimpianti, di rimorsi, di delusioni, ansie e depressioni. Senza nulla di esaltante da raccontare. Niente spari, niente fuochi d’artificio, solo un andare solitario inosservato.</p>
<p style="text-align: justify;">I miei coinquilini vogliono che la casa sia pulita per portarci le loro ragazze. Si sono mai chiesti se a me frega qualcosa? Per me posso e possono anche stare nella merda, non ho nessuno da portare e nessuno mi aspetta. Non so dove andare e cosa fare. Sento solo il vuoto della mia stanza,  e il vuoto della mia esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio è un percorso di autodistruzione perché ammazzandomi a poco a poco ho la sensazione di sentirmi meglio e la sensazione di star distruggendo qualcosa che mi grava sulle spalle. Un vecchio errore, è in grado di perseguitarti per anni, per sempre, fino a che non torni nella fossa. Era questo che Nietsche intendeva con l’<em>eterno ritorno </em>. Solo che qui non ci sono stregoni o nani, ma mignotte e ladri.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche per questo, prima o poi nel mio angolino ci torno sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Mattina</p>
<p style="text-align: justify;">Ho bisogno di una sigaretta ogni dieci minuti e di una dozzina di birre al giorno per andare avanti. Anche se la mia vita, infondo, non è male. Le grane iniziano solo dal momento in cui mi sveglio al momento in cui mi addormento. Facendo eccezione per i momenti in cui sono ubriaco, nei quali sembra che tutto vada bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un’impressione quando mi sveglio tardi che il sole già vorrebbe calare, mi vedo allo specchio e mi accorgo che sto cadendo a pezzi. Che i miei occhi sono sempre più affossati, che la mia barba è sempre più incolta, che la mia faccia ha un colore giallognolo, che sono sempre più floscio, fiacco e decadente. Rispetto a qualche anno fa ho solo più chili e meno capelli, sto invecchiando, normale processo umano, e mi sento una mezzasega che si sta alzando per andare a combattere col mondo senza baionetta. In passato andavo a prendere gli antidepressivi in farmacia, l&#8217;elopram, il prozac, ma non mi facevano effetto. Ora me li calo ancora in gola ogni tanto ma soltanto accompagnati dal whisky. La mia stanza puzza di merda ed è infestata di zanzare, il letto sfatto inizia a diventare marrone, la vasca da bagno è incrostata. La pila di pentole in cucina è lorda e abbandonata e sgocciola sul lavello, e inizia a emanare un odore disgustoso. Il cesso è intasato e sporco di merda. Non ho caffè e non c’è nessuno che mi dice buongiorno .<br />
Vorrei…dovrei…bisognerebbe…<br />
Un cazzo!<br />
Mando tutto a cacare, mi infilo i panni sporchi, il mio paio di occhiali da sole ed esco. Vado a buttarmi in mezzo alle strade dove mi prendono per un estraneo, perché lo sono. Mi prendono per uno sbandato, perché lo sono. Dovrei andare a fare la coda all’università. Mentre cerco di capire disperatamente qual è lo scopo della mia vita, perché lei non mi ha voluto, quanti soldi mi rimangano e quando devo pagare l’affitto e le bollette, in che giorno del mese sono, in che anno, e dove, e cerco una fune per impiccarmi il mondo mi parla d’altro. . Mi dicono di pagare tutte le tasse di tutte le minchiate possibili entro i fottuti termini stabiliti, di rispettare le date, di ricordarmi i miei codici, le mie password, le mie chiavi, il mio cellulare. La tv e i manifesti rosa-fucsia per le strade mi parlano di fitness, be cool, trendy, fashion, fresh, hot e tutta una serie di parole, prestiti inglesi senza senso, che servono per gonfiare i palloni. Tuttavia non è più un problema quello, perché la tv è rotta. Internet è staccato e non possono nemmeno inviarmi i trilli, i poke , le e-mail, e gli inviti a gruppi coglioni di facebook.</p>
<p>La fortuna viene se viene. Non posso che restare qui ad aspettare. Non ho fretta, anche se dovessi morire domani. Le situazioni arrivano quando arrivano, e potrebbero anche non venire mai. Non ha senso aspettare o meritarsele.<br />
Quando esco di mattina mi serve un luogo in cui rinchiudermi. In mancanza resto sul letto ad ascoltare un blues. Il freddo fuori, il freddo nella mia stanza senza riscaldamenti, mi sta bene. Il gallo cantando mi ricorda che devo alzarmi dal letto perché il mondo si sta svegliando, perché le macchine si stanno mettendo in moto e le colazioni sono pronte, i caffè sono sul tavolo, le docce sono accese, gli uffici sono aperti. Il sole pallido sta vomitando un’altra giornata mentre accendo il motore e procedo per la strada vuota che si sta ripopolando di botteghe e negozi, del pullulare di merci, scontrini e automobili.<br />
Il fumi della città iniziano a salire e il sole guarda indifferente. E’ solo un altro giorno, niente di particolare, ma potrebbe anche essere l’ultimo.<br />
Entro nella bottega di un orologiaio, guardo le lancette e le casse di legno rivestite di ottone in mezzo a un odore di polvere. Cammino lentamente e continuo a scrutare gli oggetti polverosi. Il vecchio proprietario è seduto dietro una scrivania e mastica liquirizie. Mi lascia fare. Suonano un paio d’ore al rintocco degli orologi. Appena esco dalla bottega mi sembra che il mondo sia ancora più schifoso di prima. Entro nel bar di fronte, affollato di gente di tutti i tipi che beve caffè. Io inizio con una birra a doppio malto, poi un’altra. Quando finisce mi guardo intorno, e me ne prende ancora un’altra, fino a che il giorno s’abbiocca e tutto diventa opaco. Fino a che la luce pallida diventa triste e iniziano ad affiorare malesseri, ricordi e sensazioni vecchie. Anch’io mi sento vecchio, come quell’orologio impolverato, dimenticato in un angolo nella bottega nel vicolo.</p>
<p>Torno a casa e salendo le scale trovo il vicino che non mi saluta nemmeno. Perché sono uno sbandato. Le energie mi basteranno per continuare a salire le scale? Non lo so, credo di no. Torno nella mia stanzetta polverosa, piena di cianfrusaglie ma mezza vuota e disadorna e do un’occhiata a quella catasta di libri sulla scrivania .Facendomi spazio tra le birre e i fantasmi della sera prima apro il libro e cerco di studiare. Un paio di pagine e inizio a pensare che a volte essere bocciato è meglio.</p>
<p>In copertinoa  Hopper &#8211; Soir</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/iSO2WOmVCIE&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/iSO2WOmVCIE&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>“FINGERE” DI INIZIARE DACCAPO: QUESTO E’ L’IMPERATIVO CHE SI PRESENTA DAVANTI A CHI CREDE NEL NUOVO PROGRESSO FONDATO SULL’UGUAGLIANZA.  A NUSCO E NEL TERRITORIO DELL’ALTA IRPINIA (E OVUNQUE). UNA LETTERA APERTA A CHI VUOL SEGUIRE LA STRADA DELLA NUOVA LIBERTA’</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 16:39:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo Non saprei a chi indirizzare questa lettera aperta nel territorio dove vivo. In passato l’avrei senz’altro indirizzata a quella sinistra radicale e comunista di cui mi sento...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">di <strong>Michele Fumagallo</strong></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;"><img class="alignleft size-medium wp-image-614" title="carlo_levi_ritratto_di_donna_1930" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/10/carlo_levi_ritratto_di_donna_1930-248x300.jpg" alt="carlo_levi_ritratto_di_donna_1930" width="248" height="300" />Non saprei a chi indirizzare questa lettera aperta nel territorio dove vivo. In passato l’avrei senz’altro indirizzata a quella sinistra radicale e comunista di cui mi sento parte per educazione e per storia personale (poi magari ho sempre considerato quella sinistra, e in parte anche il gruppo del giornale della mia vita a cui mi onoro di appartenere, abbastanza vecchia in molte cose). Oggi, che la sinistra che abbiamo conosciuto in passato non esiste più (da tempo, e per ragioni politiche e culturali, non solo per le recenti vicende legate alle elezioni), e che occorre quindi rifondarla a partire dalle ragioni primarie, mi rivolgo a chi crede  nell’uguaglianza, nella “povertà” (l’utile per sé) come scelta di vita, nel rapporto indissolubile tra realizzazione personale e civiltà collettiva, nel ruolo del lavoro libero come fondatore della democrazia e del progresso (e realizzazione di sé), nella scelta dei soggetti forti del cambiamento (classe operaia “diffusa”, mondo femminile), nella scelta del mondo giovanile come soggetto rivitalizzante di una società in preda a devastanti necrosi sociali. Mi rivolgo a loro per una proposta, che è più metodologica che politica (per ora), una scelta di metodo nuovo per guardare la realtà che ci circonda, un’operazione di radicale messa in discussione dell’informazione vigente (assurda, se non corrotta, nel nostro territorio) che stravolge la realtà e si sottomette in modo indecente ai poteri dati.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;"><span id="more-613"></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">E’ una proposta che mi è venuta in mente proprio in queste settimane di collaborazione con gli amici della redazione di Sonar.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">Ricordo di aver citato una massima di Mao (niente scandalo, prego) in una risposta ad un lettore. La massima era quella legata all’inchiesta e diceva pressappoco così: chi non ha fatto l’inchiesta non ha diritto di parola. Voleva dire che per parlare dei problemi dei territori e delle persone bisogna conoscerli, prendere appunti, frequentare le persone che quei problemi vivono, viverli insieme a loro.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">Ricordo ancora che in uno dei viaggi (di cui sono ospite) che la redazione di Sonar sta facendo per creare dei video, si era discusso della perlustrazione che il meridionalista Giustino Fortunato fece nelle nostre montagne. A piedi, naturalmente, e prendendo appunti per elaborare la sua visione delle cose.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">Ecco, per costruire qualcosa di nuovo bisogna riprendere a conoscere le cose, che è un po’ come dire che bisogna riprendere in mano il proprio destino, senza più “padri” che guidano, “realtà date” che dettano legge (senza meriti, né capacità); insomma senza più conformismo.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">E allora per prima cosa dobbiamo “fingere” (dico fingere tra virgolette perchè ovviamente non esiste nessuna verginità nel mondo: non si inizia mai daccapo e il passato ha grandi insegnamenti da darci nel bene e nel male) di non conoscere il nostro paese e il territorio di riferimento (quello che dovrà sostituire la vecchia identità municipale andata in frantumi). Iniziare a perlustrarlo come se venissimo da lontano, pezzo per pezzo, a partire dal mondo del lavoro “vivo” cioè quelli che si sporcano le mani per produrre le cose, e quelli che “curano” la vita minuta delle persone.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">Se riusciamo a fare questo, scopriremo due cose opposte.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">La prima riguarda tutti gli inganni dei poteri dati, le loro informazioni (in verità disinformazioni) interessate a mantenere la realtà data e i privilegi dati. Scopriremo insomma una “geografia” (la geografia è politica e lotta politica) del tutto fondata sugli interessi dominanti.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">La seconda riguarda la scoperta di un mondo nuovo fondato sugli sfruttati dei poteri dati, quelli che non hanno la parola e l’informazione, che non sono valorizzati per il lavoro che fanno, che non sono considerate persone “uguali”, con gli stessi bisogni e gli stessi sogni di tutti gli altri.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">Scopriremo quanto siamo ingenui a ripetere come pappagalli le parole che ci trasmette il potere; quanto siamo ingenui a seguire parole d’ordine di cialtroni non in grado di programmare alcunché di socialmente valido per tutti; quanto siamo ingenui a pensare che i poteri siano in grado di costruire nuove istituzioni valide per tutti.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">Scopriremo che la vita è di chi se la prende, di chi sa “dettare legge” (con merito e capacità) perché sa costruire insieme agli altri in modo giusto, valorizzando le vocazioni di ciascuno.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">Scopriremo, infine, l’autonomia, la parola magica di ogni tracciato di vita fondato sulla libertà.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">&#8220;Ritratto di donna&#8221; di Carlo Levi</p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-size: medium;"><span style="font-size: 14px; line-height: normal;"><br />
</span></span></div>
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		<title>LA MASCHERA, RADICE DI QUERCIA.</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 16:35:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Teatro Reale]]></category>

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		<description><![CDATA[di Francesco  Prudente I luoghi a cui appartengo, sono pieni zeppi di maschere. Sembra di essere su un palco pieno di Pulcinella e Arlecchini. Non c’è scampo, mi vivono intorno, ne sono...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;"><strong>di Francesco  Prudente</strong></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 35.4px; line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify;">
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;"><img class="alignright size-medium wp-image-610" title="_henri-cartier-bresson foto" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/10/henri-cartier-bresson-foto-300x205.jpg" alt="_henri-cartier-bresson foto" width="300" height="205" />I luoghi a cui appartengo, sono pieni zeppi di maschere. Sembra di essere su un palco pieno di Pulcinella e Arlecchini. Non c’è scampo, mi vivono intorno, ne sono circondato, e a me sta bene. Mi fanno vivere bene. La situazione surreale, a cui appartengo, mi porta in estasi.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Ci ripetiamo di continuo, tra autoctoni, che vivere tra nebbia acqua e neve è una merda, ma in fondo non ne possiamo fare a meno. Quelli che si lamentano, vivono, piantati come arbusti, il territorio.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Chi non si lamenta se n&#8217;è andato. Scrittori corrotti parlano male e non se ne vanno, politici malridotti combattono per il loro benestare, sfruttando l’elettorato impaurito dalle cariche, che supino subisce, la chiesa è radicata, in fondo siamo povera gente, gli intellettuali vivono il paesaggio nella loro intimità. Tutti odiamo, ma siamo querce, che si rigenerano al cambio di stagione e muoiono, al freddo invernale.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Gli impassibili, sono le maschere, coloro che vivono la strada, anche al gelo.<span id="more-609"></span></p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Sempre verdi pieni di energia.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Portatori sani di storie, avventure da bar. Socievoli camaleonti, pieni di parole. Sono personaggi da commedia dell’arte, che usano racconti spesso inventati come, bagagli d’esperienze, in cui ammassate trovi sconfitte e vittorie, di una vita vissuta, dove la parte importante non era la realizzazione e l’ambizione personale, ma la croce da mettere al giorno seguente sul calendario di frate indovino.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">La vita normale, non li uccide. Campano per campare, e vivono la vita alla grande senza tristezze varie, senza angoscia, e a me sta bene. Mi sta bene perché loro mi alleggeriscono la vita.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">I loro racconti, la loro mimica mi appartiene, le loro finte esperienze mi formano, la loro assurdità mi rende felice. Mi rende felice come mi rende felice il teatro, la musica, lo svago, la passione, loro sono i miei giullari “personali”, voglio le loro storie, mi nutro degli aneddoti, e degli effetti del racconto, dei ghigni e degli improponibili gesti, sopravvivo al paese, perché vivo dei suoi personaggi. Se non li trovo, li cerco. Se non li cerco, mi trovano. Non li critico, non li giudico, li ascolto, loro vivono bene, ed io non sono geloso del loro stare bene, anzi ne approfitto per rubargli la fugace sensazione.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Non ne posso fare a meno, e come me non ne può fare a meno il “sentimento paese” da cui dipende e senza il quale non sarebbe divenuto leggenda.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Sono saltimbanchi, amanti del racconto gestuale, che al tramonto della loro vita, giungerà l’alba delle loro storie, radicandosi come querce aggrappate all’anima del paese.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Foto di Henri Cartier Bresson</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 35.4px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px;"> </p>
]]></content:encoded>
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		<title>La cultura del malessere</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 16:31:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[ContemporaneaMENTE (nei deserti dell'anima)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tiziana Rullo È di recente pubblicazione la ricerca portata avanti dall’Università La Sapienza di Roma, realizzata in collaborazione con l’AISIC (Associazione italiana contro lo stress e l’invecchiamento cellulare), che...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">di Tiziana Rullo</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;"><img class="alignleft size-medium wp-image-606" title="amadeo modigliani ritratto" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/10/amadeo-modigliani-ritratto-232x300.jpg" alt="amadeo modigliani ritratto" width="232" height="300" />È di recente pubblicazione la ricerca portata avanti dall’Università La Sapienza di Roma, realizzata in collaborazione con l’AISIC (Associazione italiana contro lo stress e l’invecchiamento cellulare), che rivela un dato piuttosto allarmante: il 70% degli italiani muore per malattie causate dallo stress.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Il termine “stress” viene comunemente usato nel linguaggio quotidiano per definire una situazione, un evento, un periodo particolarmente faticoso e alquanto insostenibile, che provoca tensione, preoccupazione, alterazione dell’umore e facile irritabilità. In questo caso, niente di così allarmante se riconduciamo questi stati a singoli casi o a momenti di breve durata, in cui lo stress è giustificato dal raggiungimento di un obiettivo o dal superamento di un ostacolo.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Diversa è, invece, la condizione di stress perenne, una costanza che apporta notevole disagio nella vita degli individui, sottoposti a carichi emotivi eccessivi che molto spesso si concludono in disturbi fisici a vari livelli gravità. Non si tratta dunque di situazioni momentanee, bensì parliamo di vero e proprio malessere progressivo.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Ad aggravare ancora di più l’indisposizione è, senza dubbio, un ambiente circostante non favorevole, che non agevola un ritorno al proprio equilibrio, bensì aggrava lo stato delle cose. Mi riferisco al contesto primario caratterizzato dalla famiglia e dalle figure significative, e nello stesso tempo anche al sistema più allargato.<span id="more-605"></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Nella nostra società, siamo costantemente sottoposti a varie pressioni, dovute alla velocizzazione del nostro tempo e alla necessità di corrergli dietro, ma a lungo andare questa rincorsa affatica la nostra mente e il nostro corpo, e le difficoltà a raggiungere le mete, molto spesso, incidono sull’autostima e in generale sulla nostra persona, rendendoci più vulnerabili a livello psicologico ma anche sullo stato della salute fisica.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Ecco dunque, in che modo, lo stress è considerato un fattore di rischio nello sviluppo di eventuali malattie: una consistente relazione tra la psiche ed il corpo. L’interazione di questa unità è tanto affascinante quanto temibile per le suddette ragioni, poiché il mal funzionamento dell’uno ha un’importante influenza sull’altro e viceversa.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Affaticato da ansia e tensioni il sistema immunitario si indebolisce e l’organismo diventa più vulnerabile alle infezioni e allo sviluppo di patologie autoimmuni colpendo giovani e meno giovani. Lo stress può dare adito a malattie croniche e degenerative come i tumori, le patologie cardiovascolari, le malattie intestinali.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Abbiamo, dunque, oggi perso il controllo di noi stessi? Siamo diventati meno tolleranti rispetto ai problemi? E’ la società che fa richieste eccessive? Potremmo continuare all’infinito  nella formulazione delle ipotesi, ma io preferirei, a questo punto, soffermarmi su un cambiamento collettivo, un pensiero comune che formuli una cultura del benessere. Credo che la necessità di respiro sia ciò di cui abbiamo più bisogno, e la volontà di fermarsi e guardarsi dentro, il nostro prossimo obiettivo.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Questo atteggiamento che, oggi, potrebbe assumere le forme di un esplicito anticonformismo, potenzialmente, un domani, potrebbe trasformarsi in un modo d’essere inteso come via d’uscita dal malessere odierno. Una vita senza ostacoli sarebbe monotona, ma se riuscissimo a munirci di quegli elementi e capacità che ci permettono di sopravvivere serenamente, sarebbe davvero un bel risultato.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">&#8220;Ritratto&#8221; di Amedeo Modigliani</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-size: medium;"><span style="font-size: 14px; line-height: normal;"><br />
</span></span></div>
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		<title>DI NUOVO SUL PALCO</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 16:24:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianpaolo Faia Cosa si prova quando si sale su un palco e ci si esibisce di fronte ad un pubblico? Cosa si prova quando si mette in gioco se...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">di Gianpaolo Faia</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;"><img class="alignright size-medium wp-image-600" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/10/provi09-300x285.jpg" alt="" width="300" height="285" />Cosa si prova quando si sale su un palco e ci si esibisce di fronte ad un pubblico? Cosa si prova quando si mette in gioco se stessi, consapevoli di “manipolare” non solo le proprie emozioni, ma anche quelle degli altri? E, fatto ancora più importante, cosa può rappresentare la compresenza di un’emozione individuale e al contempo condivisa?</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Certamente è una sensazione unica.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Credo che, seppur in modi differenti per differenti contesti artistici e/o comunicazionali, una base di sensazioni comuni vi sia sia in musica che in teatro, e così via per tutti gli ambiti simili e assimilabili a queste due macro-arti (come tutte le arti audio-visive).</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">I miei riferimenti provengono da esperienze personali, e di conseguenza lambiscono in primis un campo a me piuttosto familiare, ovvero quello delle esibizioni musicali.<span id="more-599"></span></p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Ho avuto il piacere e la fortuna di poter suonare non solo per me stesso, ma anche per molte persone, sia conoscenti che estranee.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Ho avuto il piacere e la fortuna di poter suonare per persone a cui tengo particolarmente e l’emozione provata è sempre stata grande. Parlo per me, ovviamente.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Sensazione unica, dicevo.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Proviamo a descriverla?</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">“Di nuovo sul palco.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Adrenalina ed emozione, timore e narcisismo, fascino dell&#8217;ignoto, pulsazioni cardiache accelerate&#8230; L&#8217;odore dell&#8217;eccitazione&#8230; Il sapore della tensione&#8230;</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Si regredisce in puro istinto, si diventa animali da palcoscenico.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Si sogna. Ci si emoziona. Si captano i segnali del ritmo che scandisce il respiro.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Si entra in simbiosi con le vibrazioni sonore, in un rapporto empatico che coinvolge il pubblico&#8230;</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Ci si identifica in se stessi e nessun altro.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Si dà il massimo, giocando il tutto per tutto&#8230; senza fiato, con il sudore che appanna la vista.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Perchè ora si suona. Ora si vive.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">E&#8217; arrivato il momento.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">C&#8217;è tanta gente intorno; urla, fischi, applausi, un vociare continuo.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Sembra di stare in un alveare impazzito.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">In quell&#8217;istante si è soli con se stessi, con lo sguardo basso e perso nel vuoto&#8230;</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">è l&#8217;attimo prima dell&#8217;inizio, che sembra si dilati a dismisura nel tempo&#8230;</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Ed è un lampo, una frazione che dura un&#8217;emozione&#8230;</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">sensazione sublime in tutta la sua drammaticità&#8230;</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">poi basta un&#8217;occhiata d&#8217;intesa,</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">il primo battito del cuore scandito dal rumore della prima nota,</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">e non si è più soli.</p>
<p style="line-height: 17px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Perchè ora si vive. Ora si suona.”</p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-size: medium;"><span style="line-height: normal;"><br />
</span></span></div>
]]></content:encoded>
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		<title>Un viaggio di ordinaria semplicita’.</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 16:22:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Succede (nel mondo globalizzato)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tanja Contino Questo sarà un post diverso. Più leggero e più personale. Il viaggio è un elemento centrale del blog e in un certo senso anche della mia rubrica...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">di Tanja Contino</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;"><img class="alignleft size-medium wp-image-596" title="Foto di Gina Lollobrigida" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/10/Foto-di-Gina-Lollobrigida-300x224.jpg" alt="Foto di Gina Lollobrigida" width="300" height="224" />Questo sarà un post diverso. Più leggero e più personale. Il viaggio è un elemento centrale del blog e in un certo senso anche della mia rubrica ed è di un viaggio che parlerò. Ma non di qualcosa di straordinario, di terre sconosciute e inusuali. Proprio l’essere lontana mi ha riportato alla mente un semplice ritorno da Avellino a Nusco, che parla di noi e dei nostri luoghi e che all’epoca amichevolmente e scherzosamente raccontai così:</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">Il racconto sarà arduo e pieno di incisi ma l&#8217;ora e oltre che ho passato in uno dei gironi infernali merita attenzione.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">Tutto ha inizio alle 5.30 di questa mattina quando mi sveglio (non so se mi spiego) per andare a Napoli a sbrigare varie faccende burocratiche tra cui segreteria, presidenza (chi ha avuto modo di praticare l&#8217;università Orientale sa cosa tutto questo possa significare) e incontro con il relatore e correlatrice della mia tesi. Incredibilmente non ho fatto file, non ho atteso i due illustri accademici per molto tempo e mi sono sentita baciata dal signore. Sono partita per rientrare a Nusco prima del previsto, per cui invece di prendere un bus (catorcio) delle 14 ho preso quello delle 13.05 paese per paese. Non lo avessi mai fatto. In piedi per metà del viaggio, accatastata con una mandria di ragazzini e ragazzine urlanti in uscita dalle scuole cittadine che dovevano essere riportati nei loro ameni paeselli irpini, in un percorso fatto di curve. Poi  è emerso l&#8217;aspetto comico della situazione ed era impossibile che non emergesse.<span id="more-597"></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">L&#8217;autista sembrava il sosia di Daniel Day Lewis in “Gangs of New York” e utilizzava linguaggio e metodi piuttosto discutibili per gestire i mocciosetti, ma che ho capito essere necessari per sopravvivere in quel “bordello”. Il pover’ uomo ogni cento metri buttava giù un bestemmione, fermava il trabbicolo e scendeva per chiudere a calci i portabauli che si aprivano a loro piacimento, tutto ciò sempre imprecando, con una signora che intanto si era messa a raccontare di come l&#8217;anno prima una ragazza avesse perso, cito testualmente, “il trolli o comm’ se chiamma iss&#8221; per strada. A un certo punto il pullman in corsa viene affiancato, come nei film, da una specie di motorino con due folkloristici ragazzetti che urlavano e si sbracciavano. Ci hanno fatto fermare perché un loro amico (genio) si era scordato lo zaino sui sedili. E l&#8217;autista giù a imprecare ancora. Intanto un vecchietto, l&#8217;unico, se la rideva ed era felicissimo di essere spintonato dalla mandria di ragazzine.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">Bene, verso la fine del viaggio con questo bus, perché ne ho dovuti cambiare altri due per arrivare a casa, una signora afferma: &#8220;e ogg’ ce iuta bbona che alcuni ciovani non ci stevano&#8221;. E io, nel meraviglioso dialetto abruzzese di vale, ho pensato: &#8221; n&#8217;gul &#8220;, cioè tutto questo e mi è andata pure bene!</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">Foto dal &#8220;terzo mondo&#8221; di Gina Lollobrigida</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 17.0px; font: 14.0px Times New Roman;">
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-size: medium;"><span style="font-size: 14px; line-height: normal;"><br />
</span></span></div>
]]></content:encoded>
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		<title>Lettere d’amore bruciate nel cesso</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 16:17:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>

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		<description><![CDATA[Da Novembre &#8220;Vita da bar &#8211; I racconti del bar destino &#8221; READING IN TOUR A SALERNO, LANCUSI(SA), PENTA(SA).  Vi farò sapere le date prossimamente! di Luigi Capone C’è  Giovanni che...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Da Novembre &#8220;Vita da bar &#8211; I racconti del bar destino &#8221; READING IN TOUR A SALERNO, LANCUSI(SA), PENTA(SA).  Vi farò sapere le date prossimamente!</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">di Luigi Capone</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;"><img class="alignright size-full wp-image-593" title="napolli" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/10/napolli.jpg" alt="napolli" width="300" height="199" />C’è  Giovanni che urla da stamattina dal balcone a un metro dal mio, mi ha rotto le palle. Canticchia canzoni ridicole, lancia pugni contro il muro, bestemmia Dio, urla che sua madre è una puttana e che li vuole uccidere tutti. E’ un folle. Ha dei momenti di pausa e poi degli scatti violenti contro il padreterno, la madre e la sorella.  Si fa notte nel blu pallido delle montagne. Puzzo ancora di alcool di ieri, ho dei forti conati di vomito, ogni mezzora mi alzo per andare al cesso a vomitare. Stamattina sono andato a fare due esami, mi sono svegliato alle sette dopo aver dormito due ore, ho vomitato, poi mi sono vestito e sono uscito.Appena arrivato nella piazza del paese sono sceso dalla macchina e ho vomitato di nuovo.  Ho dato un esame, ho vomitato un’altra volta. Ho atteso un po’, Ho dato anche l’altro. Ho preso la macchina per andarmene, ho accostato e ho vomitato in un campo di grano. Forse sto morendo, forse mi sta scoppiando il fegato. Per aggiustare lo stomaco ci voleva una birra, pensavo.  Anche nei giorni prima ci sono stati altri bagni di vino, docce di vino, tuffi nel vino.<span id="more-590"></span> Ho vistoil mio coinquilino svegliarsi di notte talmente ubriaco che ha pisciato in cucina e poi è tornato a letto.  Io invece, qualche sera fa mi sono fermato a dormire nella mia macchina parcheggiata al centro della piazza del paese. Storie normali per chi ha gettato la spugna su un bancone.  Più volte ho rischiato di morire, una volta mi fecero  bere da un imbuto attaccato a una damigiana di vino da 25 litri tramite un tubo di gomma.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Ieri sera mentre scrivevo ho posato la penna di scatto e mi sono alzato dalla sedia. Ho raccolto tutti i fogli sistemandoli per bene e me li sono portati in bagno, poi ho iniziato a bruciare nel cesso quelle stupide lettere d’amore e poesie che avevo scritto per una ragazza.  Gli ho dato fuoco con l’accendino e li ho lasciati cadere nel cesso. – Bruciate! Bruciate! Pezzi di merda! -. Li ho guardati bruciare fino a quando non sono diventati cenere e poi ho scaricato. L’amore è una trappola, un’invenzione macchiavellica. Esiste il cazzo e la fica, e due stronzi che scopano. Questa è la mia verità. Ma tra queste due cose, apparentemente semplicissime, ci passa un mare di stronzate, mascherate, perversioni, ipocrisie e menzogne. Così mi distruggo di alcool a più non posso, spesso per colpa di una donna. Quasi sempre nella vita, il problema centrale di tutto è la fica, quel buco colpevole.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Sull’amore si dicono un sacco di cose : tutte cazzate. L’amore si è impiccato alla catinella del cesso.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Una sera mi invitarono alla festa di un tipo che era tornato dall’Australia pieno di soldi.  Io non avevo nessuna voglia di andarci perché odio la gente, e le facce sorridenti. Il ricevimento era in un casolare di campagna con giardino. Subito a ridosso della villetta, cataste di rifiuti edilizi, lavatrici e frigoriferi abbandonati tipici del paesaggio campano. Arrivai lì verso le dieci, avevo già il pantalone sporco di vino ma era l’unico a mia disposizione, ovviamente tutti gli altri erano tiratissimi ed io ero lo zingaro della situazione. Si iniziò con l’aperitivo e  il solito gioco delle frasi prive di senso che si dicono in queste occasioni,  bevvi quattro o cinque Campari con ghiaccio. Parlai con due persone che conoscevo di vista, senza sapere nemmeno i loro nomi.  Si scherzava sui culi delle ragazze. Notai una ragazza e mi defilai dai due tipi e mi avvicinai a lei. Era una ragazza svizzera, mi misi a parlare con lei. Non ricordo cosa dicemmo, una marea di minchiate. La tipa forse ci stava ma voleva ballare. io sono sgraziato e sono un codardo quindi lasciai che andasse a ballare in pista con un altro tipo, mentre io mi attaccavo a una bottiglia di whisky seduto nell’angolo, e aspettavo. La guardavo muovere il culo in una maniera troppo arrapante e il tipo ogni tanto ci metteva una mano sopra. Io allora in quei momenti  facevo delle sorsate più lunghe. Ballava da mezzora e io ormai ero ubriaco fradicio. Quando tornò da me non seppi dirgli altro che – andiamo a scopare in macchina-. La tipa mi rise in faccia, disse qualcosa ma poi mi prese per mano e mi portò verso la macchina. Sembrava che volesse farsi perdonare, mi disse tante belle cose, ma subito, entrati in macchina la sua bocca mi risucchiò il cazzo.  Le svizzere, dicono in paese, hanno la mentalità più aperta e non solo. Succhiava come una forsennata, l’aveva preso per  un trastullo, si succhiava pure le palle. Magnifica, le venni in bocca, e lei sorridente se la bevve tutta , e con altrettanta ilarità e indifferenza si alzò e se ne andò. -Pazzesche queste straniere- avrebbe detto qualche mio amico al bar. Non mi rimaneva che tornare al chioschetto a distruggermi il fegato, ma soddisfatto per essermi rifatto almeno in minima parte rispetto alla mia ex, che ora stava scopando anche lei con uno stronzo qualsiasi da qualche parte qualsiasi. La festa si era tramutata in una sorta di rave, mi offrirono dell’MDMA, non la rifiutai.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Le donne sono tutte delle gran puttane. Fanno sempre come la svizzera , scopano e passano ad un altro e poi riscopano. E ti fanno scoppiare il cuore. Non ci pensano, loro. L’unica cosa buona che è rimasta per noi poveri disgraziati è l’alcool. Pensavo a tutte queste cose quando mi è venuta voglia di andarmi a chiudere nella mia stanza da solo a bestemmiare, mi avviai sul selciato, probabilmente sbagliai strada e mi ritrovai in mezzo a detriti, sabbia, mattoni, frigoriferi, buste, cartoni, mobili, lavatrici, materassi, un merdaio in piena regola ; inciampai su una carriola arrugginita e caddi atterra, sbattei la testa, e iniziai a vomitarmi addosso. Mentre vomitavo bestemmiavo Dio con tutta la forza, e a un certo punto persi i sensi. Restai in quel merdaio in mezzo al vomito per quasi tutta la notte. Non sentivo più niente, sentivo solo un dolore alla gamba, che forse si era rotta. Forse era giunta l’ora, stavolta non ce la potevo fare. Pensai che era meglio che morissi lì. Una morte da coglione, certo, però era sempre meglio che rialzarmi e ricominciare da capo a raccogliere i pezzi. Vedevo già i titoli sui giornali –  BARBONE TROVATO MORTO IN LOCALITA’ MACCHIONE &#8211; . Pensai che dovevo pensare alla fede, però non mi dava nessun conforto e nessuna speranza. Così iniziai ad avere le allucinazioni.  Vidi la ragazza che mi aveva poco prima fatto godere e un’altra ancora che mi piaceva e provavo odio verso di loro e verso tutto il genere umano. Volevo solo crepare. Poi vidi delle luci gialle, ma non era l’inferno, era un’automobile carica di stronzi che mi aveva visto. Si avvicinarono, si misero a ridere e mi lasciarono lì. Mi addormentai pensando a quanto fa schifo il mondo, la vita, la gente. La mattina dopo riuscii a rialzarmi, strisciai verso la strada, nessuno mi avrebbe mai dato un passaggio, camminai per vari chilometri sofferente, fino a che non mi fermarono gli amici sbirri. I grandi tutori della legge.  Ero scontroso e nervoso a prima mattina dopo una notte del genere. Mi presero a calci in culo, pensando che fossi un barbone e  poi mi portarono in caserma. Una giornata di galera mi andava bene, per riposare e riflettere sul perché non ero morto e perché tutto era così tanto merdoso e ripugnante nella vita. Mentre aspettavo il giudizio della legge recuperai una sigaretta, mi distesi su un divanetto umido e la accesi.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/ZChJus0qbWs&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/ZChJus0qbWs&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>A PROPOSITO DI UN VECCHIO FILM, DI DONNE E DI UNA RIVOLUZIONE DIMENTICATA DI CUI NON SI PARLA MAI, MEN CHE MENO NELLA NOSTRA ALTA IRPINIA</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 16:47:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo “Ho fatto giuramento sull’altare di Dio di lottare sempre e con tutte le mie forze contro qualsiasi forma di tirannia che opprima la mente dell’uomo”. E’ William...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Michele Fumagallo</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-586" title="Hannah Richards All rights" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/10/hanson-richard-300x200.jpg" alt="Hannah Richards All rights" width="300" height="200" /> “Ho fatto giuramento sull’altare di Dio di lottare sempre e con tutte le mie forze contro qualsiasi forma di tirannia che opprima la mente dell’uomo”. E’ William Holden (nel film Paul) che legge a Judy Holliday (nel film Billie) l’intestazione di Thomas Jefferson nel Campidoglio di Washington. E Judy (Billie) risponde: “L’ha scritto Thomas Jefferson, vero? Però, che tipo: se ne infischiava dell’oppressione mentale della donna!”. Paul ride e continua la lunga peregrinazione dentro la cultura e la politica più profonda dell’America: lezioni da dare a Billie, “pupa” dell’imprenditore spregiudicato, corrotto e sbruffone Henry (Broderick Crawford) che si vergogna dell’eccessiva ignoranza della donna e ha deciso di mandarla a lezione da un giornalista incontrato poco prima al suo arrivo a Washington. <span id="more-585"></span>Naturalmente commette un gravissimo errore perché i due, oltre ad innamorarsi, lo mettono anche in crisi bloccandogli i loschi affari. Sto parlando di un vecchio film di George Cukor del 1950, “Nata ieri”, amara e amabile commedia di un grande regista di Hollywood che ci ha dato ritratti memorabili di eroine femminili (era soprannominato infatti “il regista delle donne”). Il film è anche una bella lezione di rapporto tra pubblico e privato, inscindibili, a differenza di quello che pensa la nostra morale (morale?) cattolica. Il dialogo tra l’<em>insegnante</em> Paul e l’<em>allieva</em> Billie prosegue con argomenti di questo tipo: “conosci il significato di ‘manifesto democratico ingiallito’? “ chiede Paul; “no”, risponde Billie; e Paul: “col passare del tempo la carta da bianca diventa gialla, invecchia; così capita a gran parte di tutte le regole e i principi e gli ideali che hanno fatto grande la patria; anche la costituzione è nata da un manifesto; questo significa che molti hanno dimenticato le ispirazioni originarie”. Il film prosegue e la storia va avanti fino all’epilogo, quando Billie ritorna in Campidoglio dopo essere stata schiaffeggiata e costretta con la forza a mettere delle firme sui contratti spregiudicati di Henry. Guarda l’intestazione e ripete tra sé la frase di Thomas Jefferson: “Ho fatto giuramento sull’altare di Dio di lottare sempre e con tutte le mie forze contro qualsiasi forma di tirannia che opprima la mente dell’uomo”. Stavolta Billie non ride più, anzi è commossa e ha capito che è cosa che la riguarda anche come donna. La sua vita naturalmente prenderà, come dice lei stessa, un indirizzo del tutto diverso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma qual è la rivoluzione dimenticata, di cui non si parla mai (che cosa curiosa, in anni e decenni in cui non si fa che parlare a vanvera dell’ “America”!)?</p>
<p style="text-align: justify;">E’ quella, appunto, di Thomas Jefferson e di tutto il gruppo della rivoluzione americana degli anni della seconda metà del Settecento (Tom Paine, e tanti altri non meno importanti ma dimenticati da storiografie “ufficiali”). Una rivoluzione “autonomistica” contro il prepotere di Inghilterra &amp; company nelle colonie americane.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna chiedersi perché persone che parlano e sparlano dell’America senza nessun legame con quella cultura (a partire dai principi basilari dell’uguaglianza religiosa, deboli se non sconosciuti nella nostra ancora clericale e unilaterale Italia) non affrontano mai né il presente né il passato autentico (rivoluzionario) dell’America.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">E da noi, nella nostra “arretrata” Alta Irpinia?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nessuno è interessato a un discorso di “autonomia”, anche a prescindere dalle note confuse che ho trascritto su di un pomeriggio d’estate a vedere un vecchio film politico scambiato per innocua commedia da molti?</p>
<p style="text-align: justify;">Ho sentito spesso, negli incontri con i nostri emigrati negli Stati Uniti, usare un’affermazione di questo tipo: “In America ho conosciuto la vera democrazia”. Si riferivano ai diritti sul mondo del lavoro e anche ai diritti in società, qui calpestati dal clientelismo e da una cultura cattolica pervasiva e alla base del rapporto clientelare. Naturalmente, a parte l’approssimazione del discorso per contrapporsi a umiliazioni subite in patria, non c’era mai l’interrogativo sulle cause lontane e più proficue della storia americana, a partire dal periodo che ha fondato la Magna Charta degli Stati Uniti. E’ un vizio e un opportunismo delle classi dirigenti venute dopo un cambiamento radicale e una rivoluzione (ancor di più, ovviamente, quando passano molti anni),  quello di nascondere le motivazioni profonde e lontane di ciò che “è scritto”. Un’ignoranza che si propaga poi verso la popolazione che tende a un conformismo di maniera.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse è il caso di studiare e capire. E che bello sarebbe, se esistesse un minimo di possibilità civile e politica da noi (intendo in Alta Irpinia), poter iniziare uno studio-inchiesta sull’impatto dei nostri emigrati ma anche su quel che pensano i nostri giovani che vanno a studiare o si trasferiscono negli Stati Uniti, sul rapporto tra lì e qui. E soprattutto, sul perché l’America stessa (e ogni paese) tende a nascondere le cause prime della sua storia e della sua lotta per la libertà. Forse occorre ripercorrere il tragitto della simpaticissima e oppressa Billie e ritornare tutti non solo nel Campidoglio di Washington ma nei “Campidoglio” di ciascun paese a rileggere la frase di Thomas Jefferson (e tante altre frasi simili dei combattenti per la libertà): “Ho fatto giuramento sull’altare di Dio di lottare sempre e con tutte le mie forze contro qualsiasi forma di tirannia che opprima la mente dell’uomo”.</p>
<p><strong>Foto : Hannah Richards</strong> &#8220;All rights&#8221;</p>
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		<title>La Crudeltà Umana ( I scena)</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 16:36:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Teatro Reale]]></category>

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		<description><![CDATA[di Francesco Prudente Anche l’uomo, più buono del mondo, in fondo è crudele.  L’uomo è un animale. In quanto animale, è cattivo, spregiudicato, senza morale. In realtà tutti cercano di...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesco Prudente</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-581" title="Henri-Cartier-Bresson foto" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/10/Henri-Cartier-Bresson-foto-300x191.jpg" alt="Henri-Cartier-Bresson foto" width="300" height="191" />Anche l’uomo, più buono del mondo, in fondo è crudele.  L’uomo è un animale. In quanto animale, è cattivo, spregiudicato, senza morale. In realtà tutti cercano di mettergli limiti, di dargli morale appunto, ma il richiamo della natura, dell’anima è più forte, e quindi pensiamo solo a noi stessi diventiamo cattivi, altre volte crudeli, ma sotto sotto seguiamo il nostro istinto, è insito e ci condiziona, noi lo reprimiamo, ma poi alla fine è lui che comanda. Proprio per questo, Artaud sviluppa, forse anche per la sua evidente follia (clinica), il manifesto del “teatro della crudeltà”. Il teatro come la vita secondo Antonin Artaud, deve essere crudele. Deve scavalcare gli schemi predefiniti del passato, e deve essere d’impatto per il pubblico. Il pubblico deve riconoscere nello spettacolo, tutte le sfaccettature della vita, dalla cattiveria, alla gioia.<span id="more-580"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il pubblico si deve trovare in una condizione, di crudele confusione momentanea, ma che in fondo, esprime il mondo vissuto, attraverso i sentimenti dell’anima.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pubblico assiste attraverso il linguaggio del corpo, il suono e la parola in continua fusione al vero e proprio teatro integrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Artaud non usa più il linguaggio sviluppa la sua interpretazione attraverso il corpo, attraverso la gestualità, la continua occupazione degli spazi scenici, attraverso grida e giravolte, interpreta l’anima, l’uomo e le sue paure.</p>
<p style="text-align: justify;">Diceva Artaud: <strong>«</strong> Se il segno dell&#8217;epoca è la confusione, io vedo alla base di tale confusione una rottura tra le cose e le parole, le idee, i segni che le rappresentano&#8230; Il teatro, che non risiede in niente di specifico, ma si serve di tutti i linguaggi (gesti, suoni, parole, fuoco, grida) si ritrova esattamente al punto in cui lo spirito ha bisogno di un linguaggio per manifestarsi <strong>».</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà le performance di Artaud  sono completamente folli.</p>
<p style="text-align: justify;">Con sbalzi di tonalità  continui, rumori distruggi timpani, e continue accuse a Dio, nel ’47 viene addirittura censurata la registrazione delle puntate per la radio  francese, del programma inventato da lui stesso “Per farla finita con il giudizio di Dio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutto questo, artaud,  che in continua cura psichiatrica, addirittura con cure a base di elettroshock, è stato l’ideatore del teatro della crudeltà vero e proprio esempio, di teatro del vero, che parte dal basso dal popolo, dalla strada e si eleva ad un interpretazione più alta, cernita dall’animo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il teatro della crudeltà non è altro che quello che ascoltiamo tutti i giorni per le strade della nostra città, o per i mercati confusi dei nostri paesi, o ancora è l’insieme dei sentimenti umani che non hanno bisogno di Dio</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">Foto di Henri Cartier Bresson</span></p>
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		<title>Dopo la tempesta, la quiete?</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 16:31:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[ContemporaneaMENTE (nei deserti dell'anima)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tiziana Rullo Le catastrofi naturali e non, quando provocano migliaia di vittime diventano eventi indelebili e pervasivi che si insediano dentro di noi e permangono nel tempo. Una nota...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tiziana Rullo</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-576" title="renato mambor dipinto" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/10/renato-mambor-dipinto-300x282.jpg" alt="renato mambor dipinto" width="300" height="282" />Le catastrofi naturali e non, quando provocano migliaia di vittime diventano eventi indelebili e pervasivi che si insediano dentro di noi e permangono nel tempo. Una nota ricerca effettuata negli Stati Uniti subito dopo l’attentato alle Torri Gemelle, ha dimostrato quanto un evento così traumatico possa essere la causa di successivi sviluppi di disturbi psichici sia nell’infanzia, sia nell’età adulta. Attraverso questo studio sono state confrontate diverse variabili, quali ad esempio l’esposizione diretta o indiretta all’evento traumatico, il livello di sicurezza in relazione all’attaccamento con le figure genitoriali, la prontezza o il ritardo degli interventi di sostegno successivi, tutte caratteristiche importanti per la diagnosi e la cura, nonché dati fondamentali per la ricerca sul Disturbo Post Traumatico da Stress. Sono stati visionati i disegni svolti dai bambini delle scuole elementari, dai quali emergevano elementi piuttosto evidenti di un disagio reale e intensi sentimenti di paura. Umore depresso o stati ansiosi invece risultavano dai colloqui con gli adulti.<span id="more-575"></span> Questa ricerca ha messo in evidenza l’importanza di considerare il trauma come un evento totalizzante che provoca sofferenza, e consuma gradualmente le potenzialità delle persone, inibendo i comportamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ stato dimostrato ulteriormente che le esperienze di natura traumatica si trasmettono a livello trans generazionale, per cui le generazioni successive subiscono gli effetti di tale evento trasmessi da parte di chi ha vissuto un episodio o più episodi significativamente dolorosi e terrificanti</p>
<p style="text-align: justify;">A tale proposito, penso che la suddetta analisi possa essere riportata alla nostra esperienza irpina. Reduci di un evento traumatico, gli abitanti dell’Irpinia sono stati vittime di un terremoto devastante che è tutt’ora presente nella mente di chi c’era quel giorno e l’ha vissuto, ma non solo in loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo stati tutti colpiti da quella grande scossa, anche se siamo di una generazione successiva. La sentiamo durante i racconti, e riemerge attraverso i ricordi e il dolore dei momenti successivi. Come spiegare questo fenomeno? I traumi sono davvero così pervasivi?</p>
<p style="text-align: justify;">Io penso che, indipendentemente dalla natura del trauma e dall’intensità, se un evento provoca dolore è sicuramente traumatico e dunque si impossessa di noi e della nostra consapevolezza, e ci costringe ad erigere meccanismi difensivi  che fungono da protezione contro sentimenti intolleranti; ma in realtà la paura è dentro di noi, e può riemergere sotto altra forma in diversi momenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dipinto di Renato Mambor</p>
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		<title>IL SENSO PERDUTO</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 16:26:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianpaolo Faia Questo sarà un post diverso da tutti quelli precedenti.Lo si potrebbe considerare come un piccolo esperimento.Rappresenta il tentativo di un recupero di un linguaggio perduto, dimenticato e...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gianpaolo Faia</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-570" title="Henri Matisse La Danza" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/10/Henri-Matisse-La-Danza-300x200.jpg" alt="Henri Matisse La Danza" width="300" height="200" />Questo sarà un post diverso da tutti quelli precedenti.Lo si potrebbe considerare come un piccolo esperimento.Rappresenta il tentativo di un recupero di un linguaggio perduto, dimenticato e sostituito.Viviamo nell’epoca del patto spezzato: il patto che legava il mondo alla parola. Oggi la parola non riesce più a descrivere la molteplicità del mondo; essa dunque diviene “insensata” e inesprimibile. Per alcuni versi addirittura inutile.Ma è la “parola” a non avere più senso oppure è la capacità di “sentirla” ad essere perduta, o meglio rifiutata?L’immagine assume oggi il ruolo che un tempo fu della parola: essa è perfetta per rappresentare il “quì”,”l’ora”, e in generale il tempo nella sua frammentarietà. Questo perché è la stessa concezione lineare del tempo ad essere entrata in crisi.La fiducia cieca nel progresso (retaggio di una concezione illuminista e/o giudaico-cristiana) viene a mancare. E il senso della caducità del mondo (e quindi della morte) entra a far parte dell’immaginario.<span id="more-569"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Parafrasando una famosa pubblicità e satirizzandone il contenuto, direi: “L’immagine è tutto; la sete è zero; ascolta la tua immagine”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Personalmente, ho sempre preferito il linguaggio della musica, forse perché lo considero universale (come dico io, e concedetemi il grecismo, “panottico”), forse perché lo considero fedele, un prolungamento dei sensi (e dell’anima) che non tradirà mai (nell’annosa questione “è più importante il testo o la musica in una canzone?” sono tuttora convinto che è la musica ad avere più importanza delle parole, anche solo con un margine infinitesimale)…</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, un recupero del “senso della parola”, attualmente, è davvero un’esigenza primaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo perché, quando si parla, non sempre si riesce a esprimere se stessi; o meglio, si esternalizza sempre un ruolo sociale, non sempre il proprio Io.</p>
<p style="text-align: justify;">Per gioco, mi permetto di allegare al mio intervento una “poesia(?)” che ho scritto un po’ di tempo fa; è l’esempio di un’espressione al di fuori dei canoni convenzionali: è la descrizione di un mondo con espressioni “altre”. Parole in Musica.</p>
<p style="text-align: justify;">E se forse il recupero del senso perduto fosse proprio nel trasferire alcune delle proprietà della musica alle parole? O meglio, cercare di sentire la parola come se si ascoltasse una melodia e pronunciarla come un “cantato” (il tutto metaforicamente, ovviamente)?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questa è solo un’utopistica illusione… o è la dimensione onirica del reale?</p>
<p style="text-align: justify;">IL MONDO IN UNA LACRIMA</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo racchiuso</p>
<p style="text-align: justify;">in una lacrima che scende</p>
<p style="text-align: justify;">su di un viso scolpito</p>
<p style="text-align: justify;">in una roccia ardente…</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">evapora.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Lascia un residuo salino,</p>
<p style="text-align: justify;">una scia nella luce del mattino</p>
<p style="text-align: justify;">che alimenta le sabbie del tempo</p>
<p style="text-align: justify;">ammassate fra le dune del deserto:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">sterile, arso e corroso</p>
<p style="text-align: justify;">da urla disumane e pianti stridenti</p>
<p style="text-align: justify;">come violini e come foglie cadenti</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">in vorticosa ascesa,</p>
<p style="text-align: justify;">caotica, roboante…</p>
<p style="text-align: justify;">una corda si spezza</p>
<p style="text-align: justify;">in melodia dissonante!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Sterile è la terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Sterile è il suono.</p>
<p style="text-align: justify;">Sterile è il pianto del viso scolpito.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il sale corrode l’anima.</p>
<p style="text-align: justify;">Brucia il sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">Prosciuga la linfa.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Solo un bacio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Un bacio per inumidire le labbra,</p>
<p style="text-align: justify;">un bacio per fecondare la terra,</p>
<p style="text-align: justify;">una lacrima per racchiudere il mondo</p>
<p style="text-align: justify;">in un nuovo sorriso</p>
<p style="text-align: justify;">e un sorriso in una nuova lacrima.</p>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">Foto: La Danza di Henri Matisse</span></p>
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		<title>Da VITA di GALILEO di BERTOLT BRECHT…</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 16:21:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Succede (nel mondo globalizzato)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tanja Contino Questo è un estratto da un’opera di Bertolt Brecht, Vita di Galileo, ambientata nel Seicento in una Italia repressiva ed autoritaria in cui Brecht indaga il rapporto...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Tanja Contino</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-567" title="Beirut foto di Gabriele Basilico" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/10/Beirut-foto-di-Gabriele-Basilico-300x218.jpg" alt="Beirut foto di Gabriele Basilico" width="300" height="218" />Questo è un estratto da un’opera di Bertolt Brecht, Vita di Galileo, ambientata nel Seicento in una Italia repressiva ed autoritaria in cui Brecht indaga il rapporto tra scienza e società e soprattutto descrive la lotta della verità e della ragione in epoca di decadenza e barbarie, quale è anche quella in cui egli stesso vive. È, infatti, il 1938 e la Germania è diventata il centro della totale eclissi della ragione non solo di stati e popoli, ma anche della stessa scienza postasi al servizio dei regimi. L’opera è caratterizzata da una sorta di atemporalità che rende le riflessioni e gli spunti sempre attuali anche in tempi e luoghi lontani da quelli descritti. Questo estratto colpisce perché trasuda l’entusiasmo che prende quando, dopo momenti di buio, si ha la sensazione che l’umanità stia per alzare la testa.<span id="more-566"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">GALILEO: “Per duemila anni l’umanità ha creduto che il sole e tutte le costellazioni celesti le girassero attorno. Il Papa, i cardinali, i principi, gli scienziati e condottieri, mercanti, pescivendole, scolaretti hanno creduto di starsene immobili in questa sfera di cristallo. Ma ora ne stiamo uscendo fuori, Andrea, e sarà un grande viaggio. Perché l’evo antico è finito e comincia la nuova era. Da cent’anni è come se l’umanità si stia aspettando qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Le città sono piccole, le teste altrettanto. Piene di superstizioni e pestilenze. Ma ora noi diciamo: visto che così è, così non deve rimanere. Perché ogni cosa si muove, amico mio.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace pensare che tutto sia cominciato dalle navi. Sempre, a memoria d’uomo, le navi avevano strisciato lungo le coste, ma ad un tratto se ne allontanarono e solcarono tutti i mari.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul nostro vecchio continente si sparse allora una voce: esistono nuovi continenti. E da quando le nostre navi vi approdano, i continenti ridendo dicono: il grande e temuto mare non è che un po’ d’acqua. Ed è nata una gran voglia di investigare le cause prime di tutto: per quale ragione un sasso, lasciato andare, cade, e gettato in alto, sale. Ogni giorno si trova qualcosa di nuovo. Perfino i centenari si fanno gridare all’orecchio dai giovani le ultime scoperte.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto è già stato trovato, ma quello che è ancora da trovare, è di più. E questo significa altro lavoro per le nuove generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">A Siena, quand’ero giovane, una volta vidi alcuni muratori discutere per pochi minuti intorno al modo di spostare dei blocchi di granito: dopodiché, abbandonarono un metodo vecchio di mille anni per adottare una nuova disposizione di funi, più pratica. In quel momento capii che l’evo antico era finito e cominciava la nuova era. Presto l’umanità avrà le idee chiare sul luogo in cui vive, sul corpo celeste dove dimora. Non le basta più quello che sta scritto nei libri antichi.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti, dove per mille anni ha dominato la fede, ora domina il dubbio. Tutto il mondo dice: d’accordo, sta scritto nei libri, ma adesso lasciate un po’ che vediamo noi stessi. È come se la gente si avvicinasse alle verità più solenni e battesse loro sulla spalla; quello di cui non si era mai dubitato, oggi è posto in dubbio.</p>
<p style="text-align: justify;">E il gran risucchio d’aria che si è levato da tutto questo, spazza via persino le vesti trapunte d’oro dei principi e dei prelati, mettendo in mostra gambe grasse e gambe magre, gambe uguali alle nostre, insomma. È risultato che i cieli sono vuoti. A questa constatazione è scoppiata una gran risata d’allegria.</p>
<p style="text-align: justify;">Io prevedo che noi ci saremo ancora, quando sulle piazze dei mercati si discuterà di astronomia. Perfino i figli delle pescivendole andranno a scuola. E agli abitanti delle nostre città, assetati di nuove cose, piacerà una nuova astronomia che faccia muovere un po’ anche la terra. Si è sempre detto che le costellazioni sono fissate a una volta di cristallo, in modo che non possano cadere. Ma adesso abbiamo preso coraggio e lasciamo che si librino nelle vastità, senza aggancio; e sono tutte impegnate in lunghi viaggi, come le nostre navi: disancorate e in viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">E la terra allegramente ruota intorno al sole, e insieme a lei ruotano pescivendole, mercanti, principi e i cardinali e perfino il Papa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma l’universo nel giro di una notte ha perso il suo centro, e la mattina dopo ne aveva un’infinità. Tanto che ognuno, oppure nessuno, adesso ne sarà considerato il centro. Da un momento all’altro, guarda quanto posto c’è.</p>
<p style="text-align: justify;">Le nostre navi vanno lontano, le nostre costellazioni girano lontano nello spazio, perfino negli scacchi è un po’ di tempo che le torri si muovono liberamente per tutta la scacchiera.”</p>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">Foto di Beirut di Gabriele Basilico </span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>SOTTO LE BOMBE</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 16:09:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Capone “L’aria nel bar sembra ferma. Le ragazze sorridono coi loro ragazzi. Io mi bevo un Jack tranquillo. Ma scommetto che qualcuno Sta fottendo nel cesso.” Era il...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Luigi Capone</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-564" title="hopper.gas" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/10/hopper.gas-300x194.jpg" alt="hopper.gas" width="300" height="194" />“L’aria nel bar sembra ferma.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ragazze sorridono coi loro ragazzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Io mi bevo un Jack tranquillo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma scommetto che qualcuno</p>
<p style="text-align: justify;">Sta fottendo nel cesso.”</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Era il periodo della guerra in Iraq, Afghanistan e medio oriente. Gli americani avevano già bombardato e fatto saltare in aria mezza Baghdad e tre quarti di Afghanistan e la guerra non accennava minimamente a finire. La tv riportava notizie di soldati italiani uccisi in medio oriente. Avevamo visto crollare le twin towers, i mostri di vetro, metallo e cemento che toccavano il cielo infastidendo qualche divinità orientale. Noi stavamo stravaccati in un bar, in un lentissimo scorrere del tempo, tra partite di bowling, lunghi aperitivi che iniziavano di primo pomeriggio,  tra i marciapiedi sporchi,  motorini accesi e i negozi dei pakistani che facevano il kebab.<span id="more-563"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La mia comitiva era composta da:</p>
<p style="text-align: justify;">Max,  puttaniere di professione, licenziato in una fabbrica di aspirapolveri, viveva in un prefabbricato . Tom, alcolizzato con un passato di merda alle spalle, che faceva incubi e allucinazioni di frequente. Marco, il veterano,  31 anni, universitario e fuoricorso in filosofia</p>
<p style="text-align: justify;">Eravamo dei pacifisti, ma di quelli marginali, che non fanno rumore. Tra liquori, birre, vino comprato al discount e campari passavamo tutto il giorno. Eravamo soldati che combattevano una guerra personale, sapendo già che ogni guerra è infondo nient’altro che una questione privata.  Era la nostra guerra per non rompere il cazzo a nessuno e allo stesso tempo evitare le grane. Eravamo perdenti in partenza, ma iniziavamo a crederci non appena i fumi dell’alcool ci investivano come un treno in corsa, dentro alle nostre tempie.</p>
<p style="text-align: justify;">Indifferenti al chiasso dei populisti che erano al governo, alle forze di polizia che ci ronzavano intorno di notte e di giorno, ai cittadini onesti e puliti e lavoratori di quella piccola Italietta paese dei balocchi e delle mignotte d’Europa. Dove tutto diventa macchietta e la vita si consuma male e in fretta.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto le bombe, da qualche parte, la vita andava avanti lo stesso. In Iraq, in Afghanistan, come in Kosovo, in Vietnam, in Bosnia, a Berlino est. Qualcuno resisteva ai colpi delle bombe come resistevamo noi in quella  città cattiva di quel dannato paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre molti ci lasciavano la pelle altri fottevano, ridevano, si ubriacavano, andavano in giro, facevano le sei di mattina. Fu lì che scrissi la mia poesia : “E intanto qualcuno sta fottendo nel cesso”.</p>
<p style="text-align: justify;">I soldi non ci bastavano mai. Per racimolare qualcosa vendevamo i nostri oggetti: libri, sedie, radio, vestiti. Mi sarei rifiutato di vendere solo la mia chitarra.</p>
<p style="text-align: justify;">Tranquilli al bar, nel nostro piccolo spazio di inferno. Stavamo bene perché eravamo coscienti che la nostra vita aveva preso una piega sbagliata, che eravamo su una strada tortuosa e pericolosa. Per fortuna però la vita era imprevedibile, e su quella strada avremmo potuto trovare di tutto. Avevamo imparato che la vita si prende così come viene e che tutto è semplicemente quello che è. Sapevamo anche che le donne della nostra vita ce l’eravamo già giocate.</p>
<p style="text-align: justify;">Evitavamo tutti i tipi di impegno, da quello amoroso a quello politico, ma soprattutto quello lavorativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ognuno con una cicatrice e una spina nel cuore, medicata dall’alcool. Per quanto riguarda me, la ragazza a cui pensavo, lentamente veniva a rappresentare la vita che volevo e l’averla persa era segno che la mia vita era sprecata.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte la sera, ci organizzavamo facendo piccole missioni. Una sera partimmo armati di birra e sigarette con il mio carro armato. Una panda 750 blu del 1983, arrugginita e con le sospensioni fottute. I sedili impregnati di fumo e di birra e sul cruscotto i miei cd dei Pearl jam e dei Kyuss.</p>
<p style="text-align: justify;">Le missioni erano dirette nei bar, in cerca di fica, musica e alcool. Qualche volta ci scappava anche un po’ di cocaina.Una sera percorrevamo la statale, abbastanza cotti, cantando “No one knows”. Apparve. una capra in mezzo alla strada, ma la evitammo. Ma lungo la statale subito dopo comparve qualcosa di inevitabile, di peggiore. Qualcosa di terribile. La paletta degli sbirri. Dovemmo accostare.</p>
<p style="text-align: justify;">Così mi tolsi gli occhiali da sole e salutai lo sceriffo tutore della legge. Mi guardò schifato e incazzato, mi fece scendere. Gli consegnai i documenti. Si avvicinò alla volante, prese l’etilometro e mi invitò a soffiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla mia macchina inizarono a protestare. Marco iniziava a parlare di Lenin, della libertà e di altre cose. Max bestemmiava in turco. Tom sorseggiava un po’ di whisky da sotto il giubbino.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi scaldai anch’io, dissi al poliziotto -che cazzo di giustizia fosse-. Nemmeno il tempo di farfugliare quelle parole e mi diede un pugno nello stomaco. Uscì fuori Tom e iniziò a parlare di guerra, di Iraq. Li invitava ad andare lì. Lo sbirro si accostò un attimo alla volante, Tom mi ributtò in macchina e si mise ad urlare di partire. Misi in moto la carretta e iniziammo a correre.</p>
<p style="text-align: justify;">-Porca puttana Tom, adesso davvero se ci prendono siamo fottuti-</p>
<p style="text-align: justify;">-FOTTUTI SBIRRI FASCISTI DEL CAZZO! &#8211; ;  - FOTTUTI SBIRRI FASCISTI DEL CAZZO! – e Tom non riusciva a dire altro.</p>
<p style="text-align: justify;">- Dove sono? Li vedi? –  disse Marco</p>
<p style="text-align: justify;">-No, devono aver preso il numero della targa e ora si stanno già bevendo un caffè- dissi io.</p>
<p style="text-align: justify;">E Tom :-Al diavolo queste stronzate! Torniamo alla base, il bar dev’essere ancora aperto, andiamo a scassarci un po’ e chi se ne fotte! –</p>
<p style="text-align: justify;">-Oh, certo, chi se ne fotte della mia macchina!-</p>
<p style="text-align: justify;">-La tua dannata macchina! Capone, non possiamo sottostare ai dettami della fottuta legge  fascista e puttana! Andiamo al bar e scassiamoci! –</p>
<p style="text-align: justify;">-Ok, andiamo e vaffanculo Tom! –</p>
<p style="text-align: justify;">Il bar era ancora aperto ma il gestore, Mohamed,  un armeno di 47 anni, stava scopando a terra e stava per chiudere. Appena chiudeva, gli alcolizzati e i ragazzi del posto andavano a rifornirsi al mini market di un cinese che restava aperto tutta la notte. Non raramente lo rapinavano.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un po’ come se vivessimo dentro un cassonetto dell’immondizia. La luce era sempre poca, perché ci svegliavamo appena il sole tramontava e andavamo a letto non appena sorgeva. La puzza di piscio e di birra ci faceva compagnia. I preservativi buttati a terra e i litigi dei piccoli spacciatori riempivano la serata.</p>
<p style="text-align: justify;">Comprammo un cartone di birra dal cinese, che sembrava intrappolato lì dentro come un topo di fogna e ci guardava incazzato. Ci defilammo velocemente guardando il suo sguardo e sistemammo i nostri culi flaccidi sul muretto.</p>
<p style="text-align: justify;">Io fumavo e sentivo le cazzate di Tom. Era ancora infuriato, blaterava contro la legge, la giustizia, la guerra in Iraq.</p>
<p style="text-align: justify;">Max e Marco non facevano che dire – Già…- ; -Già…- ; e sputavano a terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Non eravamo affatto intenzionati a spiare, ma vedevamo le coppiette fottere negli angoli più bui, bere birre in lattina e spararsi qualche porcheria nelle vene.</p>
<p style="text-align: justify;">Si avvicinò a me una ragazza. Vestita da troia e strafatta. Capelli rosso fuoco. Mi prese per il braccio e mi portò dietro un bidone.</p>
<p style="text-align: justify;">-Ehi, che sta succedendo? –</p>
<p style="text-align: justify;">-Andiamo a fottere – mi rispose.</p>
<p style="text-align: justify;">E io : &#8211; Certo…ehm…certo! -</p>
<p style="text-align: justify;">-Ma perché hai scelto me?-</p>
<p style="text-align: justify;">-Perché sei il più strano!-.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo tirò fuori, lo prese in mano e iniziò a succhiare. Io ero ancora disarmato ma lentamente iniziai a darmi da fare. Era difficile mettersi in una posizione decente, ma con un po’ d’impegno mi misi comodo appoggiato al muro e lei con una gamba sul bidone. Iniziammo a scopare. La scopavo nella fica, lei gemeva come una cagnetta. La polizia girava per il quartiere, passò a pochi metri da noi che ci nascondevamo bene tra il muro e il bidone. Non avrei voluto farmi pestare un’altra volta. Si cercò di fare in fretta. Le venni dentro. Seguitò a pulirmi la cappella con la lingua. Era stato breve e intenso, e del tutto improvviso. Il mio cazzo ringraziava. Si tirò su la gonna e si prese la mia birra.</p>
<p style="text-align: justify;">Si consumava velocemente. Era un mondo “take away”, “ ’na botta e via”. Era comunque qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornai ansioso “Mamma Birra”, risistemandomi il culo sul muretto con le facce stranite dei miei compagni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nemmeno il tempo di chiedermi che cazzo era successo e sentimmo un urlo di donna e uno sparo venire da dentro il lurido e merdoso mini market.</p>
<p style="text-align: justify;">Un tossico aveva cercato di derubare il cinese. Il cinese per ringraziarlo gli aveva piazzato una pallottola nei coglioni. La ragazza del tossico se lo portava via ferito mentre il cinese puliva il sangue con la lurida scopa.</p>
<p style="text-align: justify;">Fece tutta una paccottiglia,  prese i cartoni di birra lasciati davanti alla  porta del merdoso locale, e venne a buttarli nel cassonetto  vicino a noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi fermi , con la testa bassa come dei cani randagi colpevoli non si sa di cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cinese buttò tutta la spazzatura nel cassonetto. Ci guardò e proferi’:</p>
<p style="text-align: justify;">-Merde!! Siete delle merde!!!  Siete delle larve!!! Voi non la vivete la vita, ve la lasciate scivolare addosso! –</p>
<p style="text-align: justify;">E tornò nel suo fetido buco a sgobbare.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>LA TRAGEDIA DEL “SUDISMO”, VERA CAUSA DEI MALI DEL NOSTRO SUD, CHE SI CERCA DI NASCONDERE SOTTO I COLPI DEMAGOGICI DELLA LEGA NORD.  ANCHE IN ALTA IRPINIA E’ QUESTO IL PROBLEMA PRINCIPALE.  CONOSCERE GLI AVVERSARI INTERNI AL NOSTRO TERRITORIO E’ FONDAMENTALE PER UNA RIPRESA DELLA LOTTA DI RINNOVAMENTO E RINASCITA  DELLA DEMOCRAZIA (DAL BASSO)</title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2009/09/la-tragedia-del-%e2%80%9csudismo%e2%80%9d-vera-causa-dei-mali-del-nostro-sud-che-si-cerca-di-nascondere-sotto-i-colpi-demagogici-della-lega-nord-anche-in-alta-irpinia-e%e2%80%99-questo-il-problema/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 17:45:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo Se fossi un fanatico, come i Leghisti del Nord (che sono anche “meridionali di merda” camuffati, nel senso che sono pieni dei difetti che imputano agli altri),...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">di Michele Fumagallo</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;"><img class="alignleft size-medium wp-image-545" title="lavandaie di nino migliori" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/lavandaie-di-nino-migliori-300x220.jpg" alt="lavandaie di nino migliori" width="300" height="220" />Se fossi un fanatico, come i Leghisti del Nord (che sono anche “meridionali di merda” camuffati, nel senso che sono pieni dei difetti che imputano agli altri), direi chiaro e tondo: “morte ai Sudisti!”. Invece non sono un fanatico, ma un “comunista radicale” e dico semplicemente: i “Sudisti” vanno liquidati politicamente come i veri responsabili del progresso malato del nostro Sud, i veri corrotti, i veri omertosi che si industriano per bloccare una lotta radicale contro le mafie, gli ostacoli interni che vanno spazzati via perché impediscono la lotta contro gli avversari esterni temibili ma anche deboli; e si potrebbe continuare.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Ma chi sono i “Sudisti”?</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Ne vediamo di ogni tipo per le strade del nostro Sud (anche del nostro Nord, e nelle sembianze più inimmaginabili): essi sono i meridionali che pensano e dicono che sono oppressi dal Nord sempre e comunque, che avanzano dalla storia chissà cosa, che non fanno mai i conti col loro passato e col loro presente fatto di mafie, immondizie, clientelismo. E mi fermo qui per far incazzare qualche ipocrita sudista che dice che “c’è anche il buono nella realtà meridionale”. Che sciocchezza! Ma le persone serie e determinate al cambiamento, oltre a sapere che ovviamente c’è anche il buono ovunque, non oppongono nessun “ma” agli attacchi che provengono dai “Nordisti” al nostro Sud. Per il semplice motivo che ne sono contenti, sono in prima fila contro i mali del Sud, quindi non ne hanno paura. Anzi: accettano la sfida e gli fa piacere avere avversari duri, che non fanno sconti. Sono gli ipocriti a pretendere avversari molli per poter dire di essere bravi e soprattutto per poter continuare nella vecchia strada senza cambiare.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Ma come si riconoscono i “Sudisti”?</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;"><span id="more-544"></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Semplice: essi sono i paraculi, gli eredi di miserabili borghesie e altrettanto misere piccole borghesie che opprimono da sempre il nostro Sud. Sono i privilegiati del parassitismo sociale e quelli altrettanto privilegiati del sottobosco politico. Sono i nostri avversari interni, i veri avversari del cambiamento del nostro Sud.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Con un po’ di sensibilità sono assolutamente riconoscibili nel loro linguaggio che oscilla dall’esaltazione sentimentale del nostro Sud alla difesa, apparentemente ragionata ma altrettanto furba, del Meridione. Sono quelli che non vogliono fare i conti con la storia, che dice cose molto semplici. Una per tutte: il progresso autentico è prodotto dall’autonomia delle persone che si conquista con la lotta e il sacrificio di sé. Non esiste altra strada per la libertà e l’autonomia, se non un prezzo salato da pagare. E’stato così per il movimento cooperativo al Nord (rosso ma anche bianco: mi riferisco al colore politico) che ha iniziato con sacrifici e dolori il suo cammino più di cento anni fa. I “privilegiati”, cioè i “figli”, sono venuti dopo. Ma all’inizio non c’è stata altra strada che l’impegno personale e sudato. </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Cosa ti fanno invece i Sudisti?</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Non oppongono nessun ragionamento serio a quelli della Lega Nord. E sì che sarebbe del resto facile: il leghismo è un movimento del tutto debole dal punto di vista politico-strategico, corporativo, senza respiro “rivoluzionario”, quindi senza futuro se non quello infausto di chi si contrappone alla storia che va sì in direzione di un’autonomia (municipale innanzitutto, non di invenzione di staterelli ridicoli e finti come l’improbabile “Padania”) ma anche nella direzione di un’apertura europea in termini di nuovo Stato. I Sudisti invece oppongono soltanto vecchie lamentele e richieste di denaro senza mai dimostrare perché il denaro speso finora al Sud non ha prodotto che opere parassitarie e nuova emigrazione.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Cosa avrebbero dovuto fare invece i meridionali autentici (quindi “nordici”: sono gli opposti ad attrarre non i simili)?</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Ma semplice: opporre agli argomenti pretestuosi, corporativi e furbi della Lega Nord quelli giusti e validi per tutti.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Provo ad elencarne qualcuno:</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">1) Il luogo del nuovo progresso (il progresso è una convenzione storica degli uomini) nel nostro territorio (mi riferisco all’Europa) è per tutti la costruzione di un Nuovo Stato Nazionale, il Nuovo Stato Europeo, casa di tutti e vertice istituzionale dove convergono gli interessi generali delle popolazioni europee che ne fanno parte.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">2)Un nuovo Progresso non può che partire dal basso con la rifondazione, oltre che dei valori (punto decisivo, ma su cui non ci soffermiamo adesso per mancanza di spazio), delle vecchie istituzioni a partire dai Comuni, vero perno del potere locale e identità nuova per gli abitanti (la democrazia avanzata o è “locale”, cioè vicina e verificata dagli abitanti, o semplicemente non è).</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">3)L’unità nazionale (ridimensionata ovviamente a Regione per motivi storici) non solo non è in discussione ma è interesse di tutti. Del Nord che ha urgente bisogno di uscire da un soffocante egoismo sociale e politico, e ritrovare la strada di un avanzamento solidale e ricco di scambi. E del Sud che ha altrettanto urgente bisogno di uscire da una condizione di colpevole “arretratezza” fatta di clientelismo di massa, mafie, e parassitismo delle classi dirigenti.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Il Sud non può uscire da solo da questa situazione (in cui versa per colpa propria, sia chiaro) se non interloquendo col Nord del paese e soprattutto con l’Europa intera. Praticamente chiedendo aiuto (sono le persone mature che chiedono aiuto) alla parte sana del Nord Italia e dell’Europa  per sconfiggere i mali su indicati.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 18.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 18.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">E i nostri paesi dell’Alta Irpinia?</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 18.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 18.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Ma anch’essi sono pieni di misere classi dirigenti piccolo-borghesi. Che si “acquattano”, che hanno fatto in questi anni e continuano a fare i furbi nascondendosi alla (per troppi aspetti ambigua) tempesta leghista e al (debole ma più interessante) vento europeista.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 18.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">“Classi dirigenti” (scusate la parola) che si chiudono nei paesi, territori “facili” dove, data la piccolezza delle istituzioni, il confronto vero è pressoché inesistente. Per questo oppongono ogni ostacolo alla riforma urgente dei vecchi (soprattutto piccoli) Comuni che permetterebbe a tutti di reggere a un confronto vero (cioè più vasto e “alto”) e a un giudizio maturo su se stessi e sugli altri territori.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 18.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 18.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Temo che a breve, ma già ci sono tutte le premesse come del resto altrove nel Mezzogiorno, li vedremo cianciare di Sud, di miserabilismo, di “lotte” finte, di oppressione che viene dal Nord.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 18.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Tutto, tranne fare i conti con se stessi e la propria miseria culturale e politica.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 18.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 18.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Quanto volete scommettere che nessun membro della “classe dirigente” (di nuovo scusa per la parola) in Alta Irpinia, né un parlamentare, né un sindaco, né un architetto, né un medico, né i ridicoli e reazionari intellettuali che circolano tra noi, faranno mai una manifestazione contro il clientelismo, faranno mai un convegno in cui si interrogano sul perché i fondi europei (e non) spesi da loro non portano mai progresso ma sempre il contrario e addirittura, da tempo, nuova emigrazione?</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 18.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 18.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman;">Foto- lavandaie di Nino Migliori</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 18.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;"> </p>
]]></content:encoded>
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		<title>ORA … PRO LOCO. (Amen)</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 17:39:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Teatro Reale]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Francesco Prudente Quando comincia il freddo cominciano anche le riunioni.Tipico delle nostre realtà è usare il freddo, come spunto per la riflessione.Tutti per niente, organizzano riunioni piene di parole,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Di Francesco Prudente</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;"><img class="alignright size-medium wp-image-540" title="fellini disegno" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/fellini-disegno-214x300.jpg" alt="fellini disegno" width="214" height="300" />Quando comincia il freddo cominciano anche le riunioni.Tipico delle nostre realtà è usare il freddo, come spunto per la riflessione.Tutti per niente, organizzano riunioni piene di parole, senza “quagliare” nulla di utile per la comunità.A scadenze settimanali ci sono incontri di consigli di amministrazione, associazioni, circoli vari ed anche quelle della giunta comunale.Di solito durano ore, infinite ore, ma alla fine, non si fa nulla di concreto.Lo so che in questo momento sto andando lontano da quello che è la mia rubrica, ma in realtà, queste cose fanno parte della vita “teatrale-reale” delle nostre realtà.Oggi vorrei portare l’esempio di una delle riunioni scandalo del mio paese.Quelle per la formazione di un nuovo direttivo, della pro loco, ente fondamentale, per l’organizzazione di attività di interesse e non solo, per le piccole comunità come le nostre.Perché fondamentale, per un motivo semplicissimo, innanzitutto, perché in base a quanto guadagna in un anno ha la possibilità di avere dall’ Unpli (unione nazionale pro loco d’italia) il 40% in più di quanto si è speso nell’anno precedente, e poi ha una miriade di sconti, per le sezioni (ad esempio sulla S.I.A.E.) e anche per i tesserati sui più svariati articoli in negozi affiliati.È importante poi, anche per quanto riguarda l’aspetto sociale, si crea confronto tra i vari cittadini, e  si combatte per il territorio, per il quale insieme si cerca riqualificazione, e per questo, la pro loco può essere anzi deve essere guadagno, “turistico-economico-culturale” per il paese, e non una cosa fatta giusto per non perdere il famoso 40% sull’entrate fasulle (fatture false) del nulla di fatto.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;"><span id="more-539"></span>Ma torniamo alla riunione scandalo, durante il mese di agosto, si è convocata una riunione, da parte del vice presidente della suddetta, nel quale si chiamava la cittadinanza tutta a partecipare, per le dimissioni del presidente e del vice, e l’elezione del nuovo consiglio, l’incontro si svolgeva per il 9 agosto 2009  in prima convocazione e il 10 agosto in seconda, presso  il palazzo di città, di Nusco. I manifesti di manifattura pessima cioè, fotocopie in bianco e nero, su foglio A4 dove appena si vedeva il logo della pro loco, furono affissi il sei  e sostituiti l’otto a mattina o forse proprio il sette (mi scuso se sbaglio qualche data), con dei manifesti A3 (o fuori misura) dove si ribadiva lo stesso ordine del giorno, ma cambiavano le date di convocazione, dal 9 e 10 passano a 11 e 12 agosto (se non sbaglio, sono numeri mi confondo facilmente), su sfondo bianco e azzurro dove spiccava finalmente il logo.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">Da buon cittadino con un po’ di senso civico, vi ho partecipato, con molta ansia, più che altro perché convinto sostenitore delle pro loco d’Italia, e perché, speravo finalmente che la tormentata situazione si sbloccasse, visto che da oltre un paio di anni non se ne parlava più, e questi benedetti componenti del consiglio di amministrazione non si conoscevano ne di viso ne di nome, nonostante questo cazzo di paese è di soli 4.000 abitanti.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">In realtà uno lo conoscevo il presidente, e del quale avevo stima, ma visto che in due anni circa non è stato in grado di fare un tesseramento, una riunione o qualsiasi altra cosa a cui invitare qualcuno per discutere (sale della democrazia) ero ben contento di mandarlo a casa con la mia alzata di mano.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">Entro, mi siedo, e nell’aria c’era tanto di quel “buonismo”, che si poteva quasi toccare, il presidente comincia a parlare e il “buonismo” diventa sempre più palese. Parla dei problemi che ha dovuto affrontare, dice che non bisogna fare la presa della Bastiglia, che non si devono creare coalizioni per il bene del paese.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Tac…, ed interviene un suo sostenitore poi una sostenitrice e ancora un’altra.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Il presidente ad un certo punto dice, che il direttivo ha rifiutato le sue dimissioni e quelle del vice e quindi devono continuare ad amministrare loro.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Un signore vicino a me, contrario come me, mi dice:- “ Ma la presa della Bastiglia la stanno facendo loro… e visto che gli hanno rifiutato le dimissioni che facciamo qua?” .</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Non gli so rispondere, annuisco e continuo ad ascoltare.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Intervengono tutti gli affiliati addirittura, politici locali, e presidenti di altre associazioni tutti in difesa.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">E io mi domando:- “PERCHé?”</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Ma da solo non mi so rispondere.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Finalmente un signore interviene e gli chiede perché devono continuare ad amministrare, visto che non hanno fatto niente. Nessuno parla.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">A questo punto loro passano al contro attacco. E non saprei dirvi neanche come si sono giustificati, perché è diventato tutto come in un mercato, si gridava in tutta la sala, chi contro e chi a favore.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Alla fine si è deciso che entro il 20 agosto si apriva uno sportello della pro loco dove fare i tesseramenti nuovi e dopo un mese circa riorganizzare una riunione con all’ordine del giorno di nuovo le dimissioni e l’elezione del consiglio d’amministrazione.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Oggi 20 settembre, è ancora tutto fermo nessuno sportello è aperto e nessuno fa tesseramenti.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Come sempre abbiamo la memoria corta.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Nessuno ne parla.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Tutto tace.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman;">Per una volta il freddo ha gelato anche le parole.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">P.s.  Per farvi capire quanto tutto sia assurdo e allo stesso tempo reale: Per due anni mi ha avvicinato un signore molto attivo nel-per il paese, che mi ha in continuazione parlato male della pro-loco perché non faceva nessuna attività. Quando ho letto il manifesto ho scoperto che lui era il vice presidente. Mah, come è strana la vita.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.4px; text-align: justify; text-indent: -0.4px; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-size: medium;"><span style="font-size: 14px; line-height: normal;">Disegno Federico Fellini</span></span></div>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 35.4px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 35.4px; text-align: justify; font: 14.0px Times New Roman; min-height: 16.0px;">
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-size: medium;"><span style="line-height: normal;"><br />
</span></span></div>
]]></content:encoded>
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		<title>Se tu non fossi tu</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 17:17:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[ContemporaneaMENTE (nei deserti dell'anima)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tiziana Rullo Fiamme al Qube, &#8220;Attacco omofobo&#8221; ROMA (19 settembre) &#8211; Ancora un attacco contro la comunità gay romana. Davanti all&#8217;ingresso della discoteca Qube, in via di Portonaccio, sede...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="line-height: 18px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">di Tiziana Rullo</p>
<p style="line-height: 18px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Fiamme al Qube, &#8220;Attacco omofobo&#8221;</p>
<p style="line-height: 18px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;"><img class="alignleft size-medium wp-image-532" title="De Chiricho" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/De-Chiricho-196x300.jpg" alt="De Chiricho" width="196" height="300" /><em>ROMA (19 settembre) &#8211; Ancora un attacco contro la comunità gay romana. Davanti all&#8217;ingresso della discoteca Qube, in via di Portonaccio, sede storica della serata “Muccassassina”, la più importante festa gay della capitale, i carabinieri hanno trovato stamani una bottiglia di plastica contenente del liquido infiammabile e un sasso che sarebbe stato usato per tentare di frantumare la porta di vetro del locale.  (ilmessaggero.it)</em></p>
<p style="line-height: 18px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">L’orientamento sessuale, cioè l’oggetto verso cui è rivolta l’attrazione erotica (maschi, femmine, o entrambi) è un argomento molto complesso e controverso, spiacevolmente attuale. Da diversi decenni, ormai, non si pensa più alle persone omosessuali come a “uomini con una marcata tendenza femminile” o, viceversa, a “donne con una marcata tendenza maschile”, arrivando ad accettare la non-conformità ai comportamenti stereotipatici di ruolo. E’ doveroso e necessario ricordare che nel 1973, il DSM, ovvero il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, ha eliminato l’omosessualità dall’elenco dei disturbi mentali, che fino a quel momento era considerato uno stato psicopatologico o per lo meno un’immaturità psichica, riconducendola a una delle tante possibili manifestazioni della sessualità umana. Diversi autori, giunsero, diligentemente, alla conclusione che la persona omosessuale ha un’identità psichica integrata e matura né più, né meno di quella eterosessuale.</p>
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Oggi, piuttosto, si indagano le implicazioni psicopatologiche dell’omofobia, un atteggiamento pervasivamente pregiudiziale, e i vari interventi di sostegno  per aiutare le persone omosessuali a raggiungere un senso positivo di sé attraverso l’accettazione del proprio orientamento.<span id="more-531"></span></p>
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">L’omofobia rientra in un sistema di credenze e stereotipi che considera giustificabile la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale, ed è caratterizzato dall’uso di un linguaggio o slang offensivo nei confronti dei gay, svalutando prepotentemente la vita di queste persone.</p>
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">All’interno del contesto scolastico sono particolarmente frequenti commenti verbali, prese in giro, battute dispregiative nei confronti dell’omosessualità, nella maggior parte delle volte con intenti diffamatori, attraverso ad esempio scritte sui muri dei bagni, arrivando molto spesso ad assistere a vere e proprie aggressioni fisiche.</p>
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Vittime di queste prevaricazioni non sono solo compagni dichiaratamente omosessuali, ma anche coloro che sono percepiti come tali, ossia ragazzi che hanno tratti e caratteristiche femminili e ragazze mascoline.</p>
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Diversi studi evidenziano che il 70% dei giovani omosessuali ha subito offese verbali e il 30% soprusi e maltrattamenti. Dati sconcertanti per una società civile, che nega la possibilità di poter essere se stessi!</p>
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">E’ piuttosto evidente quanto sia drammatica questa situazione: vere e proprie forme di prepotenza e superficialità agite per l’incapacità di amare e provare rispetto, che esprimono un forte bisogno di dominare e sottomettere gli altri, di affermare se stessi con la forza e con la minaccia, imponendo il proprio punto di vista, e vantando la propria superiorità sugli altri.</p>
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Le motivazioni a tali comportamenti potrebbero essere tanti, ma ciò che ritengo più importante in questo momento è soffermarci sulle condizioni che potrebbero attenuare la messa in atto dei comportamenti aggressivi. Senza dubbio, la famiglia, e soprattutto gli stili educativi familiari, una buona comunicazione tra genitori-figli, costituiscono un importante fattore di protezione, insieme ad un buon rapporto con gli insegnanti. Ma anche un buon livello di istruzione, un appropriato livello culturale, adeguate competenze individuali e relazionali sono da prendere seriamente in considerazione e potenziare.</p>
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Quadro De Chirico <em>Le Muse inquietanti</em></p>
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="line-height: 11.2px; font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;"><em>“La violenza è prerogativa del mondo umano: essa, a differenza dell’aggressività, non esiste nel mondo animale; per svilupparsi ha bisogno di una profonda distorsione del normale funzionamento mentale” (Muratori, 2005)</em></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-size: medium;"><span style="font-size: 14px; line-height: normal;"><em><br />
</em></span></span></div>
]]></content:encoded>
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		<title>LA SINTESI DEL SOUND GLOCALE</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 16:40:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianpaolo Faia La musica è come una metafora; racchiude in sé miriadi di significati e immagini di forte carica espressiva. Può rappresentare un percorso, una storia, una cristallizzazione del...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times; font-size: medium; line-height: normal;"> </span></p>
<div style="background-image: initial; background-repeat: initial; background-attachment: initial; -webkit-background-clip: initial; -webkit-background-origin: initial; background-color: #ffffff; font: normal normal normal 13px/19px Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; background-position: initial initial; padding: 0.6em; margin: 0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">di Gianpaolo Faia</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;"><img class="alignright size-medium wp-image-517" title="Man Ray Le Violon d'Ingres" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/Man-Ray-Le-Violon-dIngres-240x300.jpg" alt="Man Ray Le Violon d'Ingres" width="240" height="300" />La musica è come una metafora; racchiude in sé miriadi di significati e immagini di forte carica espressiva. Può rappresentare un percorso, una storia, una cristallizzazione del tempo… può riportare alla mente momenti particolari e indimenticabili ed essere un importantissimo agente di socializzazione. Il concerto è un’emozione individualistica e al contempo condivisa; amplifica la percezione “dell’esserci”, dando dimensionalità fisica, spaziale e temporale a tutti coloro che ne partecipano. Di contro, esso può protrarsi astralmente nel tempo grazie alla memoria, despazializzando contesti quantistici in pura emozione.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">Chi non è in grado di legare un ricordo particolare ad una canzone? Chi non ha memoria delle emozioni provate in un concerto, che siano esse intime o condivise?</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;">Ecco, è proprio sulla commistione tra evento musicale e significato intrinseco su cui mi soffermerò, prendendo spunto da un evento particolarmente radicato nel nostro paese, Nusco, e che rappresenta un filo conduttore, trade d’union dei processi sociali e artistici locali…</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;"><span id="more-516"></span></p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">IL SOUND “GLOCAL” DI NUSCOROCK…</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; text-align: justify; margin: 0px;">“Nuscorock”, rassegna delle sperimentazioni, della promozione dei gruppi locali e dell’avanguardia musicale irpina e non solo. Anche quest’anno, pertanto, il festival si è distinto per originalità e ricerca di embrioni dalle enormi potenzialità artistiche, annoverando tra le sue fila guest star di tutto rispetto (quest’anno ospite d’eccezione della serata è stata la band dei Lemmings). Ma come nasce “Nuscorock”? Qual è la sua missione? Come fa ad avere una tale continuità nonostante le grandi difficoltà organizzative e territoriali? Innanzitutto, mi soffermo criticamente sulla realtà musicale irpina, troppo spesso legata ad un’idea un po’ troppo “retrò” (per non dire retrograda) e localistica, chiusa in se stessa senza prospettive di crescita e di divulgazione. Va benissimo la “tarantella”, espressione dionisiaca della cultura pagana e contadina, con i suoi ritmi di nacchere e tamburello e le sue melodie di fisarmonica e clarinetto: essa è senza dubbio la rappresentazione concreta di un certo tipo di retaggio culturale da preservare. Ma ci si può soffermare solo su questo? O vanno sempre e comunque bene anche le varie polche e mazurche che imperversano nelle nostre feste di piazza? Ogni tipo di musica ha teoricamente pari dignità, non siamo qui a canonizzare una ghettizzazione socio-musicale; ma l’onnicomprensività di tali manifestazioni è un  elemento contraente, non certo un fattore di sviluppo culturale. Va bene una, due, dieci “Romagna mia”, ma forse cento sono un po’ troppe. Serve anche altro. Uno sguardo sul mondo non farebbe certo male a nessuno, anzi. Uno sguardo che la nostra terra spesso non lancia al di là del proprio naso, non solo in campo musicale. Il nuovo orizzonte non implica necessariamente un globalismo amorfo e naufragante contrapposto ad un localismo atrofizzato e contratto; questi sono i due poli tra cui si dimena la modernità. Un progetto di sintesi è quantomeno auspicabile, teorizzabile in una sorta di “glocalismo” socio-antropologico. La musica è una metafora della vita, e le sue rappresentazioni sono il riflesso del vissuto degli individui. La realtà musicale irpina è pertanto la fisicizzazione uditiva di un certo tipo di trend sociale e culturale. Dare spazio e visibilità alle innovazioni, alle “anomalie” sistemiche, alle sperimentazioni e alla ricerca è un atto di sviluppo, di democratizzazione, di consapevolezza. Questo per non dimenticare mai che, secondo la teoria darwinista dell’evoluzione della specie, è proprio l’anomalia a determinare il percorso evolutivo e una miglioria significativa dell’adattabilità all’ecosistema ambientale da parte degli individui. E questa è scienza, non teoria.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;"><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal 'Times New Roman'; min-height: 16px; text-align: justify; margin: 0px;"><span style="color: #000000;">foto <span style="color: #000000;">M</span></span><span style="color: #000000;"><a style="font-weight: inherit; text-decoration: none; cursor: pointer;" onclick="return Control.invoke('ReadingPane', '_onAttachmentClick', event);" href="javascript:;"><span style="color: #000000;">an Ray Le Violon d&#8217;Ingre</span></a><span style="color: #000000;">s </span></span></p>
</div>
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		<title>Le vie della droga (sono quasi infinite).</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 16:32:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Succede (nel mondo globalizzato)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tanja Contino Le vie che la droga percorre dai luoghi di produzione a quelli di consumo sono certamente più lunghe di quelle che la maggior parte di noi percorrerà...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">di Tanja Contino</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times; min-height: 18.0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; text-align: justify; margin: 0px;"><img class="alignleft size-medium wp-image-521" title="foto di Henri Cartier Bresson" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/foto-di-Henri-Cartier-Bresson1-300x202.jpg" alt="foto di Henri Cartier Bresson" width="300" height="202" />Le vie che la droga percorre dai luoghi di produzione a quelli di consumo sono certamente più lunghe di quelle che la maggior parte di noi percorrerà nel corso di una vita intera. Il traffico di droga non conosce barriere e distanze. Si realizza attraverso la piena collaborazione tra gruppi che non avrebbero nulla a che fare l&#8217;uno con l&#8217;altro se non per questo tipo di affari; anzi spesso sono in conflitto o concorrenza tra loro. I guadagni ingenti di questi traffici fanno superare confini geografici, culturali ed etnici sotto varie forme ancora esistenti negli altri ambiti del vivere collettivo. Quello della droga è uno dei mercati più globali che esistono e sicuramente uno tra i più efficaci nello sfruttare i meccanismi e le trasformazioni della globalizzazione.I due grandi centri di produzione di eroina sono la Mezzaluna d’oro tra Caucaso e Afghanistan e il Triangolo d’oro o delle tre frontiere, dove convergono i confini tra Thailandia, Laos e Myanmar. Dalla Mezzaluna d’oro partono, in direzione Europa-Italia, tre rami : il ramo Est-Europa e il ramo Turchia che formano la rotta balcanica, che comprende territori instabili come l’ex Jugoslavia e l’Albania e i porti di Bari e Brindisi; il ramo africano dove l’eroina si unisce ai flussi provenienti dal Triangolo d’oro e, dopo essere passata per il porto di Karachi, Yemen, Mar Rosso oppure per la via Somalia-Etiopia, raggiunge le coste mediterranee.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; text-align: justify; margin: 0px;"><span id="more-511"></span>La droga entra poi in Italia essenzialmente attraverso la Sicilia e le affiliazioni mafiose.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; text-align: justify; margin: 0px;">La cocaina dell’America Latina viene smistata dai produttori Colombia e Bolivia attraverso Argentina e Brasile e inviata verso le coste africane da dove raggiunge il Mediterraneo seguendo due rotte: quella nigeriana e quella marocchina.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; text-align: justify; margin: 0px;">Le rotte del hashish verso l’Europa sono quattro. La via “indiana”, da Pakistan e Nepal attraverso India e Balcani; quella “siriana”, che coinvolge tutto il Medio Oriente dal Golfo alla Giordania, Siria, Libano ed Egitto; la rotta propriamente “balcanica” dove vi è una forte produzione locale di marijuana; infine la rotta “mediterranea” che collega il Nord Africa e l’Europa tramite Cipro, Libano, Marocco, Grecia, Spagna e Italia.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; min-height: 18px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; text-align: justify; margin: 0px;">Le antiche vie della seta sono diventate le nuove vie della droga. Dopo anni in cui i canali di scambio passavano per Turchia e Messico, la decisione turca di distruggere le piantagioni interne ha portato ad un cambiamento delle rotte, che solitamente sfruttano l’instabilità politica e sociale dei territori. È il caso dei Balcani, dell’Europa dell’Est, del Caucaso, della zona tra Afghanistan e Pakistan dove decine di gruppi etnici perennemente in fuga a ridosso dei confini sono un potenziale enorme per traffici illeciti di ogni tipo. Gli stati non hanno controllo e i gruppi criminali possono muoversi liberamente.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; min-height: 18px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; text-align: justify; margin: 0px;">Nei due nuclei nevralgici del mercato mondiale, la Mezzaluna d’oro e il Triangolo d’oro, la ripresa dello sfruttamento della droga è concomitante ad una guerra. La storia della produzione di oppio in Afghanistan è antica ma è con la guerra del 1979 tra islamici e Unione Sovietica che si ha il boom. I mullah spingevano i contadini alla produzione del papavero per finanziare la guerra santa contro l’armata rossa e spesso gli aerei che partivano da Jalalabad con le bare dei soldati sovietici morti, in realtà trasportavano eroina verso i mercati russi ed europei. Poi si è scoperto che i ricavi non servirono a comprare armi, abbondantemente fornite dai governi occidentali, ma ad arricchire trafficanti, mullah e servizi segreti pakistani. Stesso vale per il Triangolo d’oro dove la guerra del Vietnam incentiva fortemente la produzione di droga consumata dai soldati e dalle popolazioni del Sud-Est asiatico.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; min-height: 18px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; text-align: justify; margin: 0px;">Il traffico di stupefacenti è parte strategica dell’economia mondiale: circa il 10% del giro d’affari del commercio internazionale. Il mercato, in continua espansione, non è molto diverso dalle normali attività di produzione industriale se non per l’illegalità; e l’illegalità ha una conseguenza precisa: dalle sostanze base ai prodotti finiti vi è una lievitazione dei prezzi dell’ordine di duemila volte.</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; min-height: 18px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; min-height: 18px; text-align: justify; margin: 0px;">Foto di Baghdad 1950 di Henri Cartier Bresson</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; min-height: 18px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; min-height: 18px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; text-align: justify; margin: 0px;">Per approfondimenti:</p>
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; min-height: 18px; text-align: justify; margin: 0px;">
<p style="font: normal normal normal 14px/normal Times; text-align: justify; margin: 0px;">Olga Mattera, &#8220;Il mare di droga e di armi&#8221;, Limes n.1, 1998, pp. 89-96.</p>
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		<title>Dalla mia stanza di merda</title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2009/09/dalla-mia-stanza-di-merda/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 16:25:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Capone “…mentre parecchi facevano l’università e alcuni si impiccavano in garage lasciando come ultime volontà le poesie di Vian…” Vasco Brondi – Le Luci Della Centrale Elettrica Una notte stavo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">di Luigi Capone</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times; min-height: 18.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times; min-height: 18.0px;"><img class="alignright size-medium wp-image-506" title="hopper (summer-interior)" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/hopper.summer-interior-300x252.jpg" alt="hopper (summer-interior)" width="300" height="252" />“…mentre parecchi facevano l’università e alcuni si impiccavano in garage lasciando come ultime volontà le poesie di Vian…”</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times; min-height: 18.0px;">Vasco Brondi – Le Luci Della Centrale Elettrica</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times; min-height: 18.0px;">Una notte stavo aggiustando una tapparella ad una ragazza. Gliela smontai, gliela rimontai e non funzionava. Decisi di rinunciare e la convinsi a bere qualcosa con me. Dentro il primo bar. Quattro o cinque consumazioni, senza pagare. Quella sera ci sentivamo forti. Tornai a casa in macchina, nella panda col sediolino sfondato, sorseggiando del whisky scozzese. Appena entrai nel letto mi addormentai.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times; min-height: 18.0px;">Il pensiero che lei era una gran fica non mi teneva sveglio.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times; min-height: 18.0px;">Alle sei e mezza di mattina mi svegliai quando sentii una voce fastidiosissima che diceva:</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times; min-height: 18.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times; min-height: 18.0px;">Tre e sessanta -</p>
<ul style="list-style-type: disc;">
<li style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Aprii gli occhi e vidi il padrone di casa. Senza pensarci nemmeno  gli dissi :</li>
</ul>
<ul style="list-style-type: disc;">
<li style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;"> Francè, che cazzo vuoi?? L’affitto?? – Temevo anche che l’avesse raddoppiato.</li>
<li style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">No, no – rispose – tranquillo –</li>
<li style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Sto prendendo le misure della stanza perché tra un paio di mesi ti sbatto fuori! –<span id="more-504"></span></li>
</ul>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Francesco era esaurito, e cercava di trasmettermi la sua ansia. Così spesso quando tornavo a casa nelle ore piccole, facevo scoppiare dei petardi sotto la sua finestra, svegliando lui e suo figlio appena nato, facendolo incazzare come una bestia. La cosa mi divertiva.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Quella mattina invece, aveva fatto incazzare me, così mi alzai e andai a fare il caffè noncurante di lui e della sua fottutissima catapecchia. Era un caffè schifoso che ti costringeva a cacare, ma  bevvi tutta la macchinetta lo stesso.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Più tardi, dopo varie sigarette e varia merda, decisi di andare all’università . Come sempre mi aspettavano le code, il trambusto  e le immagini di ragazzine puttane che urlavano al telefonino –Mamma, mamma, ho preso <em>trenta</em>!-. Sguazzavo dentro l’università cercando un cesso, poi sarei dovuto andare a seguire un corso.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Il mio status era quello di studente universitario, oppure di <em>nomade</em>, o di <em>extracomunitario</em>. In realtà il mio vero status era quello di <em>alcolizzato-nullafacente-mantenuto</em>. Una merdina in un mare di caccole più grandi.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Ma infondo ne ero contento, volevo mantenere la mia reputazione di bevitore scansafatiche derelitto. Era sempre meglio di fare un lavoro di merda e andare in chiesa come gli altri stronzi. Era meglio fare il <em>nomade</em>, con la differenza che io avevo bisogno semplicemente di una stanzetta lurida e fetida dove cacare e vomitare.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Non ho mai sopportato quelli che sostenevano che la mia vita era di qualcun altro e pertanto avevo degli obblighi morali su come condurla e su come spenderla.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">La mia vita era soltanto la mia, ed era l’unica cosa che si poteva realmente possedere al mondo. A volte però sarebbe stato bello poter dire di non essere proprietari della propria vita e incolpare qualcun altro perché faceva schifo. Sarebbe stato consolatorio(?).</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Il corso universitario che andavo a seguire era condotto da un professore molto anziano e moribondo che puzzava di muffa e di morte, e parlava faticosamente e lentamente di Pascoli, insistendo morbosamente sul <em>fanciullino</em>. Forse anche lui si chiedeva il senso di tutto ciò.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Voleva morire, ci spiegava che il consiglio didattico l’aveva trattenuto con la forza a mantenere la cattedra e che a lui ormai non fregava più un cazzo, né di noi, né della sua vita ormai agli sgoccioli, né tantomeno della fottuta letteratura.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Restavo lì come una merdina a seguire il corso. Ero nell’esercito di coloro che cercavano il dannato pezzo di carta per andare a guadagnare uno stipendio. Mi candidavo ad entrare nell’esercito di coloro che cercano un lavoro, coloro che ormai sono considerati una vera e propria minaccia per la società. Sapevo bene che quando si và chiedere un posto di lavoro, vieni guardato come se volessi rapinare una banca, come se volessi ammazzare qualcuno e devi condurre la lotta con tutte le tue forze per entrare in quel mondo meschino, fatto di stronzi.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">A volte nell’università mi sento accerchiato. Da un lato dell’aula i cattolici, talvolta ciellini, perbenisti e rigorosi nella morale, che sono scandalizzati dal fatto che vesti disordinato e scopi una sera si e una sera no. Li vedi nelle prime file composti ed educati, e attaccano manifesti per aderire alle loro fottute associazioni. Soffrono dei sensi di colpa inculcatigli dai genitori per il fatto di non essere dei veri studenti modello. Anche il 28 a volte, può essere un’umiliazione e una grave frustrazione.  Vicino ai loro banchi si confondono i fedelissimi dell’istituzione, i cittadini modello, che sognano di diventare marescialli o carabinieri. Niente alcool e niente fumo, per carità, e mai nella loro vita che abbiano fatto un divieto d’accesso. Tolleranza zero verso gli extracomunitari, i froci, gli zingari, gli stranieri e quelli come me, ovviamente.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Dall’altro lato i filosofi comunisti (finti), che vogliono farti anch’essi la predica. Parlano di piccola e media borghesia, lotta di classe, proletariato. Termini che non significano un cazzo. Il mondo di distingue in due fasce: chi c’ha i soldi e chi no. Vanno in giro per l’università con la loro flemma e il loro stordimento cronico fumandosi le canne, e puzzano di sudore rivoluzionario.  Ovviamente non leggono libri, non studiano e non sanno un cazzo. Molto spesso fanno parte della fascia di popolazione del mondo che i soldi ce li ha, o sono dei poveri cristi normalissimi e repressi.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Al centro della scena invece, ci sono le ragazze e i ragazzi immagine. Disperati inseguitori dei modelli proposti dalla tv. Appoggiati al muretto col cellulare ultimo modello per farsi notare e occhiali da sole all’ultimo grido, mutanda firmata scoperta e sopracciglia tirate. Le ragazze perse a farsi fotografie che poi metteranno su myspace o su facebook, lanciando bacetti, occhiolini e masticando gomme, vestite da troiette da bijotteria.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Fanculo le chiese, i partiti e le discoteche. Infondo sono la stessa cosa. Per quanto mi riguarda non andrò a pregare, non andrò a votare e non andrò a ballare. A volte davvero resta da chiedersi cosa cazzo viviamo a fare in questi anni.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Il minimo comune denominatore della mia generazione è la droga e il sert. La droga è l’attuazione del comunismo. E’ la vera rivoluzione democratica. Tutti si drogano, dal figlio del ricco, al figlio del pezzente, al figlio di puttana.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Una generazione che non sa uccidere i padri,  farsi spazio e  rifondare. Ognuno  rassegnato nel suo torpore. Non andremo oltre un’ apparizione al bar.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Sono questi i nostri i tempi. Questa è la nostra epoca e per quanto schifo faccia, è la nostra. Niente di più e niente di meno.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Probabilmente racconteremo di aver vissuto senza nemmeno accorgercene, sotto anestesia.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times;">Quadro di Hopper</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times; min-height: 18.0px;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Times; min-height: 18.0px;">
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		<title>IL DRAMMA DELL’ALTA IRPINIA E DI NUSCO</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 15:23:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo Ogni tanto ritorna sui nostri giornali provinciali (sui loro giornali, perché non hanno nulla da spartire con un’informazione all’altezza, né imparziale né di parte) l’allarme per la...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michele Fumagallo</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-470" title="Galliani Omar" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/20100895_Galliani3-Omar-226x300.jpg" alt="Galliani Omar" width="226" height="300" />Ogni tanto ritorna sui nostri giornali provinciali (sui loro giornali, perché non hanno nulla da spartire con un’informazione all’altezza, né imparziale né di parte) l’allarme per la nostra Alta Irpinia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ogni tanto ritorna ovunque, e persino su questo blog degli amici di Sonar che ospitano questa mia rubrica sul Nuovo Municipio, l’allarme per una vita “indegna” che si vive nei nostri paesi (a Nusco, come in tanti altri borghi del nostro territorio).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il problema è che nessuno si pone due questioni fondamentali: la piattaforma complessiva (sociale e istituzionale) che possa far uscire l’Alta Irpinia da una situazione di ingolfamento se non peggio; i soggetti sociali che possono trascinarci al di fuori di questa situazione.<span id="more-465"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Così tutto diventa lamentela, poco importa se stucchevole e banale o “dotta”.</p>
<p style="text-align: justify;">E allora conviene provare a mettere alcuni paletti, a sforzarsi di partorire alcune idee di fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Naturalmente senza dimenticare che le responsabilità delle classi dirigenti del passato e del presente sono enormi. E che senza prendere di petto e avversare queste classi dirigenti (sia politiche che sociali) è difficile che si possa invertire in positivo la tendenza, anzi è probabile che gli stessi attori (politici e sociali) riprendano a tessere le loro “egemonie” con la consueta tecnica del trasformismo politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il che non significa che andranno molto lontano, ma significa certamente che moltiplicheranno i danni e l’atmosfera agonica che si respira da noi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">LA PREMESSA DELL’INDISPENSABILITA’ DI UN “NUOVO MUNICIPIO”</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Senza la costruzione di un Nuovo Municipio, che sia all’altezza del compito della modernità e del progresso (parlo del lato positivo del vecchio progresso) che abbiamo raggiunto, non c’è ormai nessuna possibilità di intervenire, non dico in positivo ma in qualsivoglia modo, che non sia una finzione di movimento, una finzione di progresso.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nessuno vuol prendere atto che il vecchio progresso è bloccato (ovunque, tra l’altro), che non si riesce a mettere in moto nessuna fuoriuscita da questa situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">E’ bloccato perché ha raggiunto i suoi obiettivi nel bene e nel male. Ora ci vorrebbe un cambiamento che aiutasse a conservare le cose buone del passato e a distruggere quelle inevitabilmente dannose o comunque finite.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ma chi può far questo se non classi politiche dirigenti nuove, espressioni di altrettanto nuove classi dirigenti sociali?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Invece si è abbarbicati al passato e si mantengono in piedi vecchi feticci che un tempo hanno avuto la loro funzione e ora hanno bisogno di un cambiamento radicale perché sono cresciuti (e di molto) i bisogni delle persone. Mi riferisco ai vecchi piccoli Municipi dei nostri paesi, istituzioni che non hanno più nessuna capacità (e come potrebbero averla essendo così smaccatamente arretrati e “fuori dalla storia”?) di incidere in positivo sul destino e il futuro del nostro territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">E’ curioso (ma non tanto: in Italia e in Europa siamo, in forme diverse, allo stesso stallo) che nessuno si ponga il problema del cambiamento di Istituzioni che sono rimaste tali dalla notte dei tempi, mentre, in concomitanza con la situazione più vasta e generale, i Paesi cambiavano e mutavano la loro storia di nuclei “chiusi”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">E’ paradossale: come se un bambino crescesse e si ostinasse, da adulto, a portare sempre gli stessi pantaloni di quando aveva tre anni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questa è la storia dei nostri Comuni: i Paesi cresciuti (nel senso doppio che sono aumentati e cambiati i bisogni e che è finita la loro storia “chiusa” nell’ambito del vecchio nucleo) e la Forma Istituzione del Municipio rimasta tale e quale al tempo che fu.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In un altro post (articolo) ribadirò la mia opinione che un Comune moderno e all’altezza dei nostri tempi non può non avere almeno una cifra che oscilla dagli 80 ai 100mila abitanti (poco meno, poco più: a seconda dei territori) per organizzare i bisogni cresciuti della popolazione (in tutti i sensi, a partire dagli scambi interni al territorio e dalla mobilità).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In un altro post ribadirò la mia idea che il Nuovo Municipio in Alta Irpinia deve abbracciare in un unico “blocco” la striscia di borghi e monti che va più o meno da Montemarano / Volturara a Calitri / Monteverde. La chiesa cattolica, che forse sa un po’ di più di divisioni di territorio e di potere, lo ha capito.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui mi limito a dire che questo territorio, se camminasse in un unico blocco, conoscerebbe un’esplosione di vitalità (sociale, economica, culturale) oggi inimmaginabile.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">LA PIATTAFORMA DI LOTTA PER L’ALTA IRPINIA</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ma quali potrebbero essere i punti di una piattaforma di lotta (sì, lotta: nulla esiste senza la lotta e l’impegno) per l’Alta Irpinia?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per me non sono diversi da quelli discussi tanti anni fa con amici ed avversari, e di cui ho accennato già in questo blog.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe racchiudere il tutto in una piattaforma forte che non si disperda in molti “rivoli” ma si soffermi su 4 questioni fondamentali.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">1) L’urbanistica nuova con il risanamento e quindi il rilancio dei nostri centri storici. Dove urbanistica nuova, oltre a severi controlli e blocchi di espansioni edilizie assurde e impoverenti, significa rilancio dell’artigianato di qualità (si può fare, si può fare, se c’è questo collegamento) legato ai nostri materiali: pietra, ferro, legno, laterizi.</p>
<p style="text-align: justify;">2) Un’industria nuova legata di più alla compartecipazione dei soggetti del territorio (anche istituzionali) oltre che a produzioni avanzate e meno effimere e speculative.</p>
<p style="text-align: justify;">3) Un’agricoltura legata ai prodotti tipici, all’agriturismo di qualità, alla trasformazione dei prodotti e all’esaltazione innanzitutto del “mercato interno” come radice fondamentale della coesione del territorio e quindi del successo dell’espansione forte all’esterno (non sarebbe male che ogni borgo rilanciasse, anche per riabituare ai consumi nostri e alla qualità, i mercatini esclusivi di prodotti locali almeno una volta a settimana, naturalmente con i Municipi che attrezzano gratuitamente i luoghi di commercio).</p>
<p style="text-align: justify;">4) Un trasporto pubblico su gomma meno dispersivo e unilaterale, cioè spostato su entrambi i versanti dell’ovest e dell’est (andare in Puglia e Basilicata, cioè territori fondamentali per la nostra Alta Irpinia è pressoché impossibile), e un rilancio della vecchia ferrovia Avellino-Rocchetta in funzione turistica (organizzata bene, sarebbe un aiuto straordinario al turismo) ma anche di trasporto ordinario (con tutta la sua vecchiezza resta un mezzo strategico di comunicazione verso est).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">I SOGGETTI SOCIALI DEL CAMBIAMENTO</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ma ogni cambiamento presuppone che si individuino i soggetti sociali di esso. Soggetti nuovi in questo caso, perché nuova deve essere la politica da portare avanti. Io non ho, da questo punto di vista, nessun dubbio, e non solo perché sono comunista e faccio quindi capo a soggetti sociali popolari e di classe.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Senza la classe operaia diffusa e senza il mondo femminile (è questo il connubio strategico, la vera bomba atomica che può spazzar via il vecchio mondo) è vano sperare in un cambiamento. Può soltanto esserci, camuffata, una riproposizione del vecchio modello, dei vecchi comportamenti clientelari e del vecchio trasformismo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Peraltro, senza il protagonismo dei giovani (parlo di una gioventù che si contrappone alla miseria giovanile che abbiamo conosciuto in questi anni) è molto difficile che una situazione agonica come la nostra possa essere aggredita e ricevere la vitalità necessaria anche ai due soggetti di cui sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">P.S. : CRITICHE E LAMENTELE SENZA VIE D’USCITA</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ho letto il dibattito su Nusco che si va sviluppando da un po’ di tempo su Sonar (ma sono le cose che si sentono spesso anche per la strada). Naturalmente non voglio aggiungere nulla in questo post, se non una cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il malessere senza la possibile soluzione non ha nessun senso, anzi acuisce il disagio ed è spesso l’anticamera della rassegnazione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questa è la tragedia di ogni “dolore senza storia”.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Disegno di Omar Galliani</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
]]></content:encoded>
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		<title>PENSAR MI è FOLLE</title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2009/09/pensar-mi-e-folle/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 15:21:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Teatro Reale]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Francesco Prudente &#8220;O sono pazzo soltanto io, o essi sono tutti fuori di senno: sicché non può &#8230; E poi, si è pazzi sempre rispetto alla norma degli altri,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di Francesco Prudente</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignright size-medium wp-image-474" title="Andy Warhol" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/andy-warhol-300x300.jpg" alt="Andy Warhol" width="300" height="300" />&#8220;O sono pazzo soltanto io, o essi sono tutti</p>
<p style="text-align: left;">fuori di senno: sicché non può &#8230; E poi, si è pazzi</p>
<p style="text-align: left;">sempre rispetto alla norma degli altri, &#8230;”</p>
<p style="text-align: left;">(Hobbes)</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema dalle mie parti è pensare.</p>
<p style="text-align: justify;">È saper pensare, e pensarla diversamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pensatore, colui che non capito, è uscito di senno, la morale e l’etica comune gli davano regole, a volte assurde, a cui non ha dato importanza, e alle quali si è opposto, contrapponendo le proprie. <span id="more-463"></span>Questo estroso diverso, uomo, omosessuale, filosofo, poeta, politico alternativo, o semplicemente genio, bastonato dall’etica moralista,  ha fatto scappare i sensi, costringendoli all’intimo riserbo lontano dalla massa, che sempre di più si allontana dal diverso con il problema, e si avvicina agli uguali con i problemi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mio paese è pieno di pensatori, fuori di senno. Molti hanno resistito alla più radicata e diffusa morale di una piccola realtà, altri sono letteralmente usciti di testa geni incompresi dai bigotti compaesani, tutti uguali strigliati lavoratori d’alveare, che allontanano il diverso perché non si piega al lavoro, ai panni puliti, al pensiero comune, e nella strafottenza comune emarginano, perché si  potrebbero rompere gli schemi prestampati e corrotti della società civile.</p>
<p style="text-align: justify;">È quindi il pazzo viene isolato prima dagli estranei e poi gradualmente dai parenti, interessati solo a quei quattro soldi statali, e continua a pensare nella sua lucida follia.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso i punti da prendere in considerazione nel pazzo di paese sono tre:</p>
<p style="text-align: justify;">L’essere idealista. L’utopico idealista lontano dalla realtà corruttrice che lo circonda, e che cerca altrove, spesso nell’illusione intellettuale, la soluzione al problema vero, vivo, che lo circonda.</p>
<p style="text-align: justify;">Il morboso cercare l’amore. Il problema estetico, la bellezza i canoni da seguire, o la più nobile ricerca del sentimento, quello vero che sbatte in petto, o semplicemente sesso represso, per mancanza di materia prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Il guadagnare per campare. Senza soldi non vai da nessuna parte, senza soldi non puoi far campare e non puoi camparti, senza soldi non sei “libero”, solo la “politica” può aiutarti.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste tre affermazioni, o meglio situazioni, che si sviluppano dalle nostre parti, sono al centro di uno degli spettacoli più importanti, della produzione di Moliere e cioè il misantropo. Ne faccio una piccola analisi-riassunto per capire il contesto, e far capire come anche in questo caso le dinamiche del teatro addirittura del 1666-67, siano così reali-attuali con quelle del paese e dei suoi attori.</p>
<p style="text-align: justify;">Il misantropo di Molière: un poeta-scrittore Alceste si contrappone con tutte le sue forze, alla morale corrotta, e al perbenismo borghese del suo ambiente, cercando di allontanare da questo anche la sua amata, Cèlimène, appassionata però della mondanità e di tutte le cose futili a cui è assuefatta. Alceste si trova in una disputa giudiziaria con un politico, a causa della critica che lo stesso ha inflitto ad alcuni versi composti dall’istrionico-amministratore (Oronte), dicendogli “…Fate il politico, la poesia è cosa seria fatela fare ai poeti…” (vuole essere il succo dell’invettiva che gli rivolge Alceste), questo lo porta ad essere perseguitato dalla legge (la morale) perché non ha voluto accettare lo scempio che ha fatto un volgare politico, alla pura letteratura, cosa che altri per obbedienza e  per il loro essere succubi della forza politica del personaggio, hanno accettato e anzi osannato senza nessuna critica in modo se vogliamo anche qualunquista (la massa abbassa lo sguardo, non reagisce, e viene manipolata dall’etica di superiorità a cui è subordinata). Alceste impegnato con il pubblico (la causa) cerca di coltivare il privato, il suo rapporto d’amore con Cèlimène, cercando di convincerla ad abbandonare il suo mondo futile e rifugiarsi nel loro amore, ma lei presa dalla condotta confortevole della sua vita, porterà alla fine della relazione e con l’eventuale perdita della causa fatta dal politico, il misantropo, sarà costretto a rifugiarsi in solitudine, nella solitudine dei suoi pensieri. Il misantropo che per scelta fugge dal mondo e si rifugia in se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Le dinamiche e le ambientazioni sono un po’ diverse ma il senso è lo stesso. La soluzione all’autodeterminazione è la follia. Già essere misantropo è una sottoforma di pazzia, anzi spesso è uno stadio di essa. Ne siamo un po’ tutti affetti, chi a lungo termine, chi per brevi tratti, siamo tutti pazzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo molto spesso dalle mie parti viene considerato pazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Foto: opera di Andy Warhol</p>
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		<title>sei un essere speciale … ma loro non avranno cura di te</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 15:19:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[ContemporaneaMENTE (nei deserti dell'anima)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tiziana Rullo Fase acuta del disturbo&#8212; T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio)&#8212;  e dopo? Cosa avviene dopo? A chi rivolgersi? Qual è il destino che abbiamo riservato a quella sofferenza? Quante...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tiziana Rullo</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-478" title="Quadro di Omar Galliani" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/Quadro-di-Omar-Galliani-300x299.jpg" alt="Quadro di Omar Galliani" width="300" height="299" />Fase acuta del disturbo&#8212; T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio)&#8212;  e dopo?</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa avviene dopo? A chi rivolgersi? Qual è il destino che abbiamo riservato a quella sofferenza? Quante probabilità di sollievo possiamo garantirgli?</p>
<p style="text-align: justify;">Ben poche, a mio avviso, se consideriamo la scarsa presenza (per non dire la quasi totale assenza) dei Centri di Salute Mentale, o di Riabilitazione Psichiatrica o Centri di Neuropsichiatria Infantile, o di Accoglienza in generale, nel nostro territorio.  Certo, una delle possibili cause dello stato attuale delle cose è da attribuire al Sistema Sanitario in Campania e alla considerevole mancanza di fondi che non permette l’evoluzione di cui abbiamo necessariamente bisogno, costringendo piuttosto alla chiusura delle già precarie strutture esistenti.<span id="more-461"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Le istituzioni preposte al finanziamento dell’assistenza  sanitaria e sociale devono garantire l’efficienza degli interventi socio-sanitari su quella fascia di popolazione dove il disturbo mentale provoca un disagio sociale ed economico sia a chi ne è portatore che al suo contesto familiare e sociale, in termini di un rapporto costo-benefici. Probabilmente, il mio, è soltanto un pensiero scontato o  utopico, ma se ci soffermassimo un attimo su questo punto, troveremmo vari spunti di riflessione. Ad esempio: qual è il rapporto costo-benefici sull’uso eccessivo degli psicofarmaci, senza il supporto di una psicoterapia? Potrei, per ipotesi, supporre che i sintomi del paziente si attenuano per un certo periodo, ma nella maggior parte dei casi il disturbo rimane. Su quali basi, mi chiedo, questo può rappresentare un rapporto costo-benefici?</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, il problema non può essere considerato, solo da questo punto di vista.                          Parlo della necessità di prendere seriamente in considerazione l’esistenza dei disturbi mentali, parlo della sensibilizzazione all’argomento, dell’esigenza di conoscere e “riconoscere “ la sofferenza psichica, parlo del bisogno di unione per  richiedere la realizzazione di strutture di sostegno adeguate e funzionanti. Parlo, probabilmente con amarezza e disillusione, perché ho avuto il dispiacere di conoscere l’indifferenza che vige nei nostri paesi verso nuclei familiari con un componente malato, parlo del disagio non riconosciuto, nascosto, incompreso. Parlo di quella malattia che ogni giorno mette in pericolo la propria vita e quella degli altri, parlo di suicidio-omicidio. Parlo e ritengo che se ne deve parlare.</p>
<p style="text-align: justify;">A onor del vero, nel nostro territorio, sono presenti strutture buone e funzionali, e mi riferisco, per esempio, al centro di riabilitazione psicomotoria presente a  Nusco , e ad altre sparse nei vari paesi irpini, ma sono comunque poche e vanno assolutamente rafforzate e difese, per rappresentare un punto di sostegno adeguato e meritevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre più insistentemente, le malattie mentali, stanno prendendo il sopravvento sul nostro benessere psichico, senza risparmiare nessuna fascia d’età e per diverse ragioni. Molto spesso ci si ritrova precipitati in un percorso affannoso, caratterizzato dalla sensazione di non essere più dei soggetti agenti e si è costretti a trascinare un carico emotivo insopportabile che provoca dolore. La solitudine dell’anima, le paure, le ossessioni possono irrompere in noi con estrema severità, tanto da renderci vulnerabili e indifesi.</p>
<p style="text-align: justify;">In un post scritto precedentemente, raccontavo della mia esperienza come tirocinante a Roma, del buon funzionamento del centro di cui facevo parte, i miglioramenti evidenti dei pazienti, ma soprattutto raccontavo dell’umanità che primeggiava . Oggi, sinceramente, provo un po’ di sconforto  e rabbia se penso alle carenze dei nostri posti, e a tutte quelle persone che sono in uno stato di impotenza e completo abbandono.  La sofferenza mentale è reale e fa paura, noi abbiamo il dovere di dargli l’importanza che merita e la cura più adeguata.</p>
<p>Quadro di Omar Galliani</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/AWh6SdoF7yQ&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/AWh6SdoF7yQ&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>MOONWALKER</title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2009/09/moonwalker/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 15:16:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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		<description><![CDATA[Camminare “all’indietro”  per ricordare Jacko di Gianpaolo Faia Un simbolo delle contraddizioni del nostro tempo. Un’icona immortale scomparsa precocemente. Ma la sua storia rappresenta davvero il teatrino dei paradossi? O...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Camminare “all’indietro”  per ricordare Jacko</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em></em>di Gianpaolo Faia</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-480" title="Andy Warhol Liza Minnelli" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/andy_warhol_gallery_8-Liza-Minnelli-253x300.jpg" alt="Andy Warhol Liza Minnelli" width="253" height="300" />Un simbolo delle contraddizioni del nostro tempo. Un’icona immortale scomparsa precocemente. Ma la sua storia rappresenta davvero il teatrino dei paradossi? O il paradosso è il sunto drammatico della sua storia?</p>
<p style="text-align: justify;">Un’idea su tale questione l’avrete certamente, e se non l’avete consiglio di farvela perché, volenti o nolenti, MJ rappresenta tanto del mondo contemporaneo. Nel bene e nel male, per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">“Neverland” è “l’isola che non c’è”, eppure è tangibile come qualsivoglia ranch americano: una torre d’avorio che isola il microcosmo dal mondo esterno, mondo frenetico e osannante, forse troppo incensante e, di conseguenza, invadente. Poi, a chi non piacerebbe essere un novello Ammone, divinità sulla terra? Ma la pressione e le responsabilità potrebbero essere un fardello troppo grande da sopportare…<span id="more-459"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La storia ha dunque orrore dei paradossi?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Riporto di seguito un articolo scritto da me su “Altirpinia” che ripercorre, in maniera certamente non esaurientissima, ma orientativa, i “passi” (metaforicamente e concretamente, anche di danza) che hanno caratterizzato la carriera artistica di Michael Jackson.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">OMAGGIO A JACKO</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi tempi, il web ha rischiato seriamente di finire in tilt per eccesso di accessi (scusate il gioco di parole!). La causa principale di tale saturazione è rappresentata dal cordoglio della moltitudine degli adepti del “moonwalker”, che si è riversata come un’onda sul social network per celebrare e piangere uno dei più grandi (e discussi) artisti di tutti i tempi, Michael Jackson. La scomparsa prematura (a soli cinquant’anni) del “re del pop” per arresto cardio-respiratorio, è stata per molti un fulmine a ciel sereno, per altri invece solo una logica conseguenza del precario stato di salute in cui versava la star ormai da qualche anno. I giudizi etici e morali sulla persona (Jackson ha avuto vari tipi di problemi, sia giudiziari che psicologici) non possono oscurare un dato di fatto: MJ è stato il re della musica degli anni ‘80 e ‘90, e con il suo genio indiscusso e indiscutibile ha rivoluzionato la popular music sia dal punto di vista fonografico che coreografico. Ma non solo: il ragazzo prodigio degli Jackson Five (la prima band di Michael, totalmente a “conduzione familiare”) ha segnato anche l’avvento, a livello planetario, della tipologia moderna del videoclip musicale (di tipo lirico-narrativo); dulcis in fundo, il guinness dei primati annovera, come album più venduto di tutti i tempi, il suo capolavoro assoluto, “Thriller”. Un predestinato: ecco cos’è stato Jacko. A soli 5 anni, infatti, ha fatto la sua prima apparizione musicale con la band di famiglia (i Jackson Five, appunto) la quale, soprattutto grazie alla sua voce stupenda, riuscì a scalare le classifiche americane piazzandosi al primo posto nel giro di pochissimo tempo. Ma è nella carriera solista la sua vera affermazione e “trasfigurazione” a icona mondiale. Brani quali Smooth Criminal, Beat it, Billie Jean, Bad, Black or White, rimarranno per sempre delle pietre miliari nella storia della musica leggera. Cantante eccezionale, autore geniale, egli si è distinto però anche grazie ad un talento innato per la danza, creando una vera e propria mania tra i teenager di tutto il mondo, incantati e rapiti da quel suo modo unico di parlare tramite il linguaggio del corpo (indimenticabile è il passo di danza inventato da Jackson, il “moonwalk”). Con i suoi eccessi e le sue fobie, con il suo immenso talento e la sua megalomania, egli ha segnato un’epoca e una generazione, sia nel bene che nel male. Con la sua scomparsa, la musica contemporanea ha perso uno dei suoi più grandi interpreti, paragonabile agli “immortali” Freddy Mercury, Elvis Presley, John Lennon… Buon viaggio, Moonwalker.</p>
<p>Foto di Andy Warhol &#8211; &#8220;Liza Minnelli&#8221;</p>
<p><em><br />
</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.sonarweb.it/2009/09/moonwalker/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Water Wars (Acqua capitolo 2)</title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2009/09/water-wars-acqua-capitolo-2/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 15:13:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Succede (nel mondo globalizzato)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tanja Contino “Le guerre del prossimo millennio avranno per oggetto l’acqua” (Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca Mondiale.) “L’acqua potrebbe essere un fattore di conflitto, come lo è stato il...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Tanja Contino</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-484" title="Foto-quadro di Ottavio Pinarelli" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/Foto_quadro-di-Ottavio-Pinarelli-300x239.jpg" alt="Foto-quadro di Ottavio Pinarelli" width="300" height="239" />“Le guerre del prossimo millennio avranno per oggetto l’acqua” <em>(Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca Mondiale.) </em></p>
<p style="text-align: justify;">“L’acqua potrebbe essere un fattore di conflitto, come lo è stato il petrolio in passato” <em>(Wally N’Dow, Segretario Generale della seconda Conferenza delle Nazioni Unite sulle città).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Si usa dire che l’Ottocento è stato il secolo delle guerre tra nazioni, il Novecento quello delle guerre tra ideologie. Per quanto riguarda il futuro dovrebbe essere il tempo delle guerre per l’acqua.<span id="more-457"></span> Nel 1991 Joyce Starr pubblica un articolo di politica internazionale dal titolo “Water Wars”. Molti non concordano basandosi sul fatto che non ci sono state guerre di questo tipo negli ultimi 4500 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In via preventiva è necessario stabilire cosa si intende per guerra dell’acqua. È importante superare la tradizionale concezione di eserciti regolari di due stati che si confrontano sui campi di battaglia e considerare diverse forme di scontri, che comprendono violente sommosse, attentati, scaramucce ai confini. Ed in effetti anche gli scettici non lo sono più tanto sulle conseguenze che la mancanza di acqua può avere in termini di freno alla crescita economica e di incentivo alla destabilizzazione sociale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Se le guerre dell’acqua sono senza dubbio un mito, il legame tra acqua e instabilità politica certamente non lo è.”(Aaron Wolf.)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Può essere che non ci siano in un prossimo avvenire guerre per l’acqua nel senso comune del termine, con ultimatum e convocazioni di ambasciatori, ma gli incidenti di frontiera, le lotte intestine, i processi alle intenzioni e i veri e propri ricatti esistono e di certo si moltiplicheranno, e l’acqua giocherà di volta in volta il ruolo di causa, pretesto o componente generica di questi vari tumulti.”(Jacques Bethemont).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La competizione per una risorsa che ha un crescente valore economico può condurre a due livelli di conflitto, internazionale e interno agli stati. Oggi si assiste ad uno spostamento del problema dal primo al secondo livello. In una situazione di crescente scarsità i settori più forti all’interno della società tenderanno a monopolizzare l’accesso alla risorsa, conducendo alla marginalizzazione dei segmenti più poveri. Se un governo non è capace di gestire la situazione garantendo i servizi sociali adeguati, è facile che possano emergere fenomeni di instabilità politica. Il risultato può essere lo scontro, anche se il nesso tra povertà e guerra non è imprescindibile; sono necessari tutta una serie di elementi affinché si giunga ad un conflitto. La situazione deve essere tale da minare la legittimità dello stato e la presenza di minoranze etniche o religiose solitamente è un fattore che può acutizzare le tensioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">La mancanza di acqua può condurre alla progressiva crisi di una società, cominciando dagli aspetti sanitari per arrivare alla produzione alimentare. Il risultato è un impoverimento generale della popolazione, soprattutto rurale, costretta ad abbandonare le campagne per le città dove la pressione demografica e l’incapacità dei poteri pubblici di fornire infrastrutture e servizi adeguati possono condurre a situazioni esplosive con effetti devastanti sull’intero tessuto sociale ed economico di un paese e forti problemi di ordine pubblico e di sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inabilità delle autorità di porre rimedio, attraverso investimenti nel settore irriguo, arbitraggi tra i settori produttivi all’interno del paese e mediazione politica con gli stati vicini, rischia di creare le condizioni favorevoli ad una guerra civile. Da qui la tentazione di esternalizzare i conflitti interni, aprendo o acuendo contenziosi con i paesi confinanti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Quindi, mentre a livello locale e nazionale la disputa per il controllo delle acque può alimentare la conflittualità sociale attraverso la competizione tra settori produttivi, il livello internazionale della questione rimane preoccupante. Il punto è che i paesi, le regioni, le comunità locali che dispongono della risorsa nella forma di sorgenti, fiumi, laghi o accesso al mare, dispongono di una ricchezza, quindi, di potere potenziale. Coloro che non possiedono tale capitale saranno spinti a procurarselo. In questo senso il paragone che molti fanno con il petrolio ha ragione d’essere.</p>
<p>Foto-quadro di Ottavio Pinarelli</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per approfondimenti:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><em>Ferragina, E., Marra, M., Quagliarotti, D. A. L., The role of formal and informal institutions in the water sector. What are the challenges for development?, Plan Bleu Regional Activity Center, July 2002.</em><strong><em> </em></strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Lowi, M. R., <em>Water and Power, </em>Cambrige University Press, 1993.<em> </em></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Ohlsson, L., <em>Water scarcity and Conflict, Department for Peace and Development Studies, </em>University of Goteborg, Bonn, 1997.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Scheumann, W., Shiffler, M.,<em> Water in the Middle East : Potential for conflicts and prospects for cooperation : International water convention and water-related treaties, </em>Springer, Berlin, 1998<em>. </em></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">
<ul style="text-align: justify;">
<li>Shiva, V.,<em> La guerra dell&#8217;acqua, </em>Feltrinelli, Milano, 2003.</li>
<li style="text-align: justify;"><em>Vallega A., Geopolitica e sviluppo sostenibile &#8211; Il sistema mondo del secolo XXI, Milano, Mursia, 1994.</em></li>
<p><em></p>
<p></em></ul>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Nel deserto</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 15:01:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da Bar]]></category>

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		<description><![CDATA[Il primo viaggio dopo il bivio… di Luigi capone “In viaggio, tra paesi senza senso, tra luoghi anonimi, paesaggi desolati e sconfortanti. Più vedo posti diversi e gente diversa, più...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo viaggio dopo il bivio…</p>
<p>di Luigi capone</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-487" title="hopper donna nuda alla finestra" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/hopper-donna-nuda-alla-finestra-300x295.jpg" alt="hopper donna nuda alla finestra" width="300" height="295" />“In viaggio, tra paesi senza senso, tra luoghi anonimi, paesaggi desolati e sconfortanti. Più vedo posti diversi e gente diversa, più credo che non ci sia nulla da fare e nulla da vedere, ma il viaggio è obbligato. Il buio, venendo, mi fa un piacere. Tanto il sole non può sorgere”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Wherever you run, wherever you hide, lullabies to paralyze…”</p>
<p style="text-align: justify;">John Homme</p>
<p style="text-align: justify;">Presi la macchina alle 8 e un quarto di sera mentre il sole stava morendo e l’oscurità stava venendo, come un velo per nascondere le montagne. Sulla strada l’unica cosa presente era la mia macchina e il mio stereo sintonizzato su una frequenza che sparava a palla canzoni per i sordi, che nessuno  avrebbe mai udito.<span id="more-454"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Serpenti che si andavano a rintanare nei loro buchi mi tagliavano la strada, il sole esplodeva sulle montagne urlando.</p>
<p style="text-align: justify;">180 km all’ora, il pedale dell’acceleratore al massimo, per andare lontano da quel postaccio da cui ero partito. Mezzo pacchetto di sigarette, mezza birra calda sul sedile, e varie bottigline di whisky scozzese invecchiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra il momento in cui ti succede qualcosa e il momento in cui riprendi piena coscienza c’è un tempo morto, che può durare da cinque minuti a tutta la vita. Io ero in quel tempo morto, in quella zona franca. In pratica o ero morto o ero resuscitato, ma agivo guidato da qualcosa che non saprei dirvi. Più il sole spariva, più le montagne diventavano occulte e impenetrabili  e  più mi addentravo, e mi allontanavo dai posti che segnavano l’ora esatta.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qualche parte  doveva esserci  nascosto un diavolo che rideva e saltava di nascosto. Nella mia testa, di sicuro, troppe troie che bussavano alla porta.</p>
<p style="text-align: justify;">Era la morte del tempo, era anche la mia morte cerebrale e stavo bene. Avevo uno strano senso di agitazione in petto, una palpitazione forte.  La notte avrebbe portato l’oro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ormai lo stato di coscienza si allontanava sempre di più e prevaleva il buio. Ne ero  soddisfatto, la cosa mi portava sollievo. Il buio nascondeva tutte le merde di uomini che conoscevo e  che pullulavano sulla faccia della terra, li oscurava e li faceva rintanare nelle loro tane con la loro avidità.  Continuavo a prendere le bottigline di whisky una dopo l’altra e le svuotavo  in un sorso.</p>
<p style="text-align: justify;">La notte quella sera calò come una ghigliottina, mentre gli animali erano ben nascosti nelle loro tane.</p>
<p style="text-align: justify;">Parole dette, non dette. Le frasi che pensavo non erano comandate. Entravano sole e venivano da qualche parte delle montagne.</p>
<p style="text-align: justify;">La macchina si fermò dopo 80 km. Era finita la benzina. Diedi una testata sul volante e bestemmiai. Scesi dalla macchina e iniziai a spingerla. La notte durava tanto, il sole non avrebbe più voluto sorgere. Spinsi la macchina per ore, fino ad un  vecchio distributore di benzina dismesso. Sembrava un miraggio, in mezzo a quel deserto. Ero distrutto, mi mancavano tutti i tipi di forze. Mi fermai sulla piazzola e notai un vecchio bar chiuso andato a male. Le pareti incrostate e sporcate con bombolette a spray, e vecchi cartoni e pezzi di ferro arrugginiti sparsi sull’entrata. Non capivo se c’era qualcuno o se non c’era nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Voltai di nuovo lo sguardo e notai che da un’altra entrata il bar era aperto e dentro c’era il gestore e un contadino del posto che beveva.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrai nel bar, comprai le sigarette. Era impossibile che quel bar fosse aperto, non aveva senso di esistere. Forse avevo fatto un incidente ed ero morto e quello era l’inferno.  Il barista puliva il bancone e mi guardava in faccia, senza nessuna espressione. Era un bar nel deserto o forse non lo era, forse era la mia immaginazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ripercorrevo le tappe che avevo fatto del mio viaggio ma qualcosa mi sfuggiva. Non sapevo come  ero arrivato fin lì e perché, e non mi interessava più.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel silenzio totale mi feci dare  una birra, l’etichetta ingiallita, la birra mezza calda.  Lasciai i soldi sul bancone, mentre il barista continuava a pulire rassegnato ai suoi acciacchi e come se sapesse tutto di me. Mi sentii toccare dietro le spalle. Mi voltai e vidi una donna, anzi, una troia. Vestita di nero, con calze a rete sfilacciate,  sporcata in viso da un trucco scuro e pesante. Doveva essere finita lì per sbaglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi chiese da dove venivo per il mio strano accento, ed io risposi:</p>
<p style="text-align: justify;">-Vengo… da un paese senza senso… non ha nessuna importanza…-</p>
<p style="text-align: justify;">-Dimmi la verità…stai scappando?-</p>
<p style="text-align: justify;">-Se, se…. –</p>
<p style="text-align: justify;">- Vengo da <em>un paese di stronzi</em>… ma la differenza è che<em> loro </em>sono stronzi, e io no &#8211; .</p>
<p style="text-align: justify;">Rise, accennò a  un sorriso e mi disse:</p>
<p style="text-align: justify;">- Seguimi fuori, per te è gratis! &#8211; .</p>
<p style="text-align: justify;">La tipa evidentemente, stando sempre in quel mortorio  si sarebbe scopata anche un palo della luce. Uscii fuori, la porta scricchiolava. La troia procedeva verso il deserto nell’oscurità e muoveva il dito per farsi seguire. Si allontanava sempre di più, scivolava via nell’ombra. Avevo le gambe pesanti, non riuscivo a camminare più veloce, mi appoggiai ad un piccolo arbusto secco e vomitai. In fondo in fondo notai il cielo farsi rosso cupo, una strana luce. La donna procedeva  verso dove iniziavano rovi di spine. Finii la birra e la gettai a terra. Sbucò fuori all’improvviso e puntò alle mie parti basse. Me lo tirò fuori dai pantaloni e iniziò a succhiare. Me lo divorava quasi, sentivo i suoi denti sul mio cazzo, ma resistetti, fino a quando il mio arnese non iniziò a sanguinare. La tirai per i capelli e le urlai – Ma sei impazzita??? -</p>
<p style="text-align: justify;">Volevo soltanto salvare quel che restava di me e dalla mia anima.</p>
<p style="text-align: justify;">La buttai a terra, le aprii le gambe, la girai e  le salii sopra. Glielo piantai dritto in mezzo alle natiche, con un leggero sdegno. Mentre la penetravo  urlava e ansimava, si dimenava, si muoveva come un serpente e io mi sentivo altrettanto viscido. Schizzava sangue dall’uccello ma non importava. Andò a mischiarsi presto con lo sperma, che gli buttai in faccia.  Quando finii, lei si alzò, e col vestito sporco di polvere se ne andò da sola.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi avviai di nuovo verso il bar, ci voleva un altro drink, ma fui attirato dalla vista di alcuni lumini rossi in lontananza. Avvicinandomi capii cos’era. Un piccolo fottuto cimitero, con quattro lapidi.</p>
<p style="text-align: justify;">Decisi di arrivare lì, quando mi sentii mordere da qualcosa alla gamba, forse un serpente. Inciampai su una lapide e caddi a terra svenuto. Quando rinvenni, bestemmiai per non essere morto. Rimasi lì seduto, mi sentivo malissimo, non riuscivo a camminare, ero sudato e tremavo. Vicino c’era una casina di legno con la luce accesa. Dopo un’eternità di tempo vi sbucò un uomo, con fare lento e pesante, col fucile in spalla, un cacciatore o qualcos’altro. Avrei quasi voluto chiedergli aiuto però per prudenza mi nascosi dietro la tomba. L’uomo prese il suo furgone e partì nel buio. Mi misi  a correre lontano da quel dannato posto e mi addentrai nel cimitero. Sentii i passi di qualcuno, e la voce di qualcuno che salmodiava. Mi nascosi dietro a un altare.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensavo a cosa fosse rimasto di me e del mio cervello. Sbirciavo da dietro l’altare, ma le immagini erano offuscate dal dolore. Vivevo stati di agitazione. Vidi un prete che procedeva all’interno del cimitero con un grosso crocifisso in mano. Veniva verso di me. Si avvicinò. Era da sempre che odiavo i preti. Si avvicinava sempre di più e continuava a salmodiare. Mi prese per mano.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi condusse con sé. Non mi curavo né di me stesso, né della mia vita, né tantomeno del prete, ma lo seguivo. Ero perso.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi condusse verso una fossa, mi invitò ad entrarci. Io diedi un’occhiata dentro, c’era una bara. Mi invitò ad accomodarmi. Vi entrai come per trovarvi riposo. Lui la chiuse di scatto sopra di me e iniziò ad inchiodarla col martello. Continuava ossessivamente a salmodiare. Poi sentii la terra ricoprirmi e la mia carne andare in cancrena. Caddi in un sonno profondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Passò forse un secolo, o due. Sulla superficie della terra ballavano streghe, preti, lupi, serpenti e nel sottosuolo vivevano i morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Riaprendo gli occhi mi trovai nel distributore di benzina abbandonato, non c’era nessuno, il bar era chiuso, tutto era morto.  Non c’era benzina lì da almeno vent’anni, ero rimasto a terra nel deserto. Sulla bocca del serbatoio si era creata una piccola ragnatela. Avevo ancora il sudore freddo sulla fronte ma non ricordavo niente. Doveva essere stato il veleno del serpente a farmi fare quel bruttissimo trip.</p>
<p style="text-align: justify;">La strada era del tutto abbandonata, ma non mi rimaneva che aspettare e sperare che passasse qualcuno. Avevo ancora qualche sigaretta, mi misi a terra, incrociai le gambe e fumai. Forse infondo ero contento di essere lì e di essere più morto che vivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ero lì come un animale che andava a trovarsi un luogo per morire.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo alcune ore vidi dei fari in lontananza, era un camion. Mi alzai di scatto e alzai il braccio per farlo fermare. Il camionista fece fermare il camion facendo fischiare i freni. A bordo c’era un tipo grasso e unto, con la barba sfatta, che fumava il sigaro, mi invitò a salire. Gli dissi che dovevo arrivare nella città più vicina per fare una telefonata e lui rise. Salii a bordo. Partì senza dire parola e senza troppi fronzoli. L’importante per me era aver trovato un passaggio, fosse stato anche un pazzoide.</p>
<p style="text-align: justify;">Proseguiva sulla strada ad alta velocità mentre alla radio passavano musica folk con organetto. Buio pesto fuori, solo la radio ti faceva capire che eri comunque vicino, non so quanto, a qualche centro abitato, o almeno a qualche fottuta antenna! Pensavo a quello che mi era successo. Cos’era avvenuto prima di partire non lo sapevo più e non aveva più importanza. Il motivo per cui ero partito era diventato una cosa irrilevante. Il fatto era che ormai ero partito ed ero dentro al gioco. Non avevo preso droghe. Si, certo, avevo bevuto tanto, ma ero rimasto lucido. . Semplicemente chiusi gli occhi, senza sapere dov’ero, con chi ero e perché, e mi addormentai. Ero stanco e non mi poteva succedere nient’altro, non avevo l’energia nemmeno per pensarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi svegliai quando il camionista prese un burrone che mi svegliò di botto, fece 200 metri su una via sterrata e si fermò sotto un dirupo. Con la fortuna che avevo non poteva che essere un maniaco. Lo capii subito. Era il mio sesto senso acquisito per le disgrazie.</p>
<p style="text-align: justify;">-          Ragazzo esci fuori! – urlò.</p>
<p style="text-align: justify;">Saltò fuori da un baldacchino sul retro un ragazzo imbavagliato. Un ragazzo giovanissimo e pieno di lividi che chissà dove cazzo aveva trovato. Probabilmente lo stronzo rimorchiava e si inculava i passanti, pensai. Doveva essere un camionista pazzoide che si sarebbe inculato anche una vecchia lavatrice arrugginita.</p>
<p style="text-align: justify;">-          Ecco, ti ho trovato un amichetto! –</p>
<p style="text-align: justify;">-          Siamo di nuovo a cavallo &#8211; pensai.</p>
<p style="text-align: justify;">Raccolsi tutta la mia rabbia e tutta la mia energia e tutto lo sdegno verso quel cazzo di mondo che non si decideva a filare per il verso giusto senza un intoppo e tentai di dargli un pugno in faccia. Ero talmente lento e stanco che mi bloccò. Tirò fuori una pistola e mi colpi sulla in testa. Restai quasi svenuto sul sedile.</p>
<p style="text-align: justify;">–        Stronzo che volevi  fare? -. Disse.</p>
<p style="text-align: justify;">– Resta fermo e non farmi incazzare! –</p>
<p style="text-align: justify;">Si sistemò la pistola in uno stivale, saltò  dietro sul baldacchino, prese il ragazzo e iniziò a stuprarlo colpendolo in faccia. Era troppo anche per uno che non se ne sbatte un cazzo di nessuno come me.  Gli spaccai la birra in testa e gli tolsi la pistola dallo stivale. Partì subito un colpo. Lo presi  in faccia per caso facendogli schizzare il cervello sul ragazzo. Presi il suo corpo pesante e lo scaraventai giù dal camion.</p>
<p style="text-align: justify;">-Ora basta… &#8211; dissi. – Ragazzo chiunque tu sia, scendi da questo cazzo di camion e vattene!- .</p>
<p style="text-align: justify;">Mi implorò di portarlo in città.</p>
<p style="text-align: justify;">-          Scendi da questo cazzo di camion!!!  -</p>
<p style="text-align: justify;">Visto che non voleva scendere misi in moto il camion, partii e lo scaraventai giù con la forza, sull’asfalto freddo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi misi in marcia e mi ricomposi. Presi una birra nel piccolo frigo del camion e iniziai a bere. Sintonizzai la radio su 89.99, canzoni per i morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivai in città che il sole alla fine aveva deciso di sorgere,e forse avrebbe illuminato ancora di più tutto la merda che c’era nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sangue e sperma. E maniaci malati di AIDS.</p>
<p style="text-align: justify;">La notte, infondo, non era stata da buttare.</p>
<p>Foto &#8211; Hopper &#8220;donna nuda alla finestra&#8221;</p>
<p>Foto: Hopper, <em>donna nuda alla finestra.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/vBwWUfLlglw&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/vBwWUfLlglw&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>PICCOLO DIZIONARIO DI SABOTAGGIO DELLA REALTA’ (INGIUSTA) DATA</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 18:19:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alta Irpinia luogo dell'Italia e dell'Europa: verso il nuovo municipio]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michele Fumagallo</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-432" title="Nino Migliori" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/foto-al-sud-di-Nino-Migliori-300x208.jpg" alt="Nino Migliori" width="300" height="208" />Scrivere un piccolo dizionario morale (chiedo scusa), sia pure come uno scherzo, è sempre una presunzione. Tuttavia ci provo, correndo questo rischio. E’ un elenco che non ha nessuna pretesa di essere esaustivo, anzi è un puro elenco occasionale. Sono 24 parole in cui si articola la nostra vita o parte della nostra vita. Naturalmente di ogni parola dò soltanto un flash, nessuno si aspetti dei piccoli saggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché sabotaggio? Ma perché la speranza è che queste parole, voglio dire la mia interpretazione, siano abbastanza fuori dal senso comune. Anzi, per la verità, la speranza è che siano del tutto “sgradevoli”. Altrimenti lo scherzo non è riuscito, ho fatto semplicemente un buco nell’acqua.<span id="more-430"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dalla A di Amore alla B di Bellezza, dalla C di Contraddizione alla D di Denaro e Dolore, dalla F di Felicità e Fratellanza alla I di Identità e Istituzione, dalla L di Lavoro e Libertà alla M di Merda e Movimento, dalla O di Ottimismo alla P di Politica, Povertà e Progresso, dalla R di Ricchezza alla S di Solidarietà e Solitudine, dalla V di Vacanza, Verità e Violenza alla U di Uguaglianza: è un elenco che spero non annoi più di tanto per la sua lunghezza. Buona lettura.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>1) </strong><strong>AMORE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’amore è uno dei due pilastri su cui si regge la vita dell’animale, intendo la nostra vita (l’altro è il lavoro). Però è del tutto bistrattato, non capito, usato malissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Si va dalle illusioni e tragedie dell’ottimismo: l’amore, antipotere per definizione, a differenza di quanto dice un luogo comune, non tollera l’ottimismo, che è espressione squisita del potere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad altre tragedie espresse dalle paure di realizzare ciò che tanto si desidera: l’amore non perdona le esitazioni nevrotiche dei pavidi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’amore è misterioso tranne in un punto: non è catturabile, inquadrabile. E’ “evanescente”, soggetto a scomparire in tempi ragionevoli e sempre all’improvviso. Nello stesso tempo, l’amore esige la fedeltà, metro di misura assoluto del suo valore. Insomma, teorici dei legami indissolubili e don giovanni (e don giovannine) sono avvisati: l’amore non è per loro.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>2)  BELLEZZA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La bellezza non esiste, ovviamente.</p>
<p style="text-align: justify;">A differenza di quello che pensano i conformisti di tutte le risme, la bellezza è pura astrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Essa esiste soltanto quando un individuo comincia ad amare (ritorniamo al pilastro di sopra): lì inizia la “storia” della bellezza, la sua avventura.</p>
<p style="text-align: justify;">Si comincia a vedere la bellezza dove è “realmente”, la scoperta della verità nascosta.</p>
<p style="text-align: justify;">La bellezza è figlia della merda, ovviamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Se vediamo una bella donna (anzi, quel che si pensa sia una bella donna; la bellezza autentica la scopriremo, se esiste realmente, soltanto dopo averla conosciuta), forse è utile ricordare che senza il nutrimento della sostanza di cui sopra, la sua bellezza non ci sarebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ bene non dimenticarlo, ci sono in giro tanti tipacci, figli dell’idealismo più bieco, che vogliono a tutti i costi nascondere la verità di questa contraddizione (e di tutte le altre contraddizioni).</p>
<p style="text-align: justify;">A pensarci meglio, potremmo però fare un’eccezione all’esistenza della bellezza. Essa, in effetti, esiste soltanto nelle cose. Nell’arte, per esempio, che è un puro gioco degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se, a ripensarci ancora meglio, pure lì… .</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>3)  CONTRADDIZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">“Spirito di contraddizione e di verità” è l’attributo che il Vangelo dà al suo protagonista principale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque la verità è nella contraddizione, altrimenti esiste soltanto la menzogna e l’ipocrisia.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi non sa amare molte persone non sa neanche essere fedele a una sola; chi non sa voltare l’altra guancia non sa neanche usare la violenza al momento opportuno e viceversa; e si potrebbe continuare a lungo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la politica, ad esempio, è utile ricordare che chi non sa coniugare movimento e istituzione è destinato o al Potere (p maiuscola, cioè morte) o al rimbambimento di manifestazioni liturgiche.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>4) </strong><strong>DENARO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il denaro, cioè la quintessenza delle “cose”, è ciò che allontana la nostra vita dall’animale, dal rapporto autentico con l’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Denaro è sinonimo, in alcuni sacri testi, di Demonio: bella accoppiata.</p>
<p style="text-align: justify;">Chissà se se ne ricordano i teorici dell’accumulazione privata.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>5) </strong><strong>DOLORE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">“Dammi dolore / cibo cotidiano”, oppure “Non m’hai tradito, Signore / d’ogni dolore</p>
<p style="text-align: justify;">son fatto primo nato”: sono versi di Salvatore Quasimodo. Belli. Anche se il poeta non ne fa l’anticamera di una possibile felicità.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque il dolore è la quintessenza della vitalità e il concime della gioia.</p>
<p style="text-align: justify;">Diffidare di chi ne ha paura.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>6) </strong><strong>FELICITA’</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Felicità? No grazie, verrebbe da rispondere agli ipocriti uomini del potere e ai loro servi che ne promettono a piene mani.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché: no grazie? Ma perché la felicità è cosa quanto mai intima e delicata, una lotta struggente con gli altri e con se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma una cosa che non tollera inganni o ottimismo di maniera.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">7<strong>)  FRATELLANZA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">“Siamo tutti fratelli” è un’espressione retorica che si usa spesso soprattutto in luoghi di preghiera (o di ipocrisia, è quasi lo stesso) come le chiese.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente è vero esattamente il contrario. Non siamo tutti fratelli purtroppo.</p>
<p style="text-align: justify;">O meglio lo siamo anche nelle estremità in cui si dipana la vita degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Sapere che il più incallito degli assassini è un nostro fratello è cosa che rende la vita terribile ma di un fascino, appunto, estremo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><strong>8)   IDENTITA’</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Senza identità non potremmo vivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Vallo a spiegare ai teorici della vita senza radici, foglie destinate a volare e a perdersi appena si alza il vento.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, c’è identità e identità.</p>
<p style="text-align: justify;">Per esempio ce ne sono di pericolose e nevrotiche: vedi l’identità leghista.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non è una buona ragione per buttare insieme all’acqua sporca anche il bambino.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>9<strong>)  ISTITUZIONE</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’Istituzione è una grande conquista degli uomini. L’ordine contrapposto al disordine del movimento? No, semmai l’ordine intrecciato al disordine del movimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi non capisce il ruolo assegnato a questi due concetti “contrapposti” (diciamo la “conservazione” per l’istituzione, l’ ”innovazione” per il movimento) non è in grado di usare né l’una né l’altro. Parlo di uso democratico, naturalmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda l’uso dittatoriale dell’una e dell’altro (esistono anche movimenti reazionari che preparano istituzioni dittatoriali, vedi il movimento dei fascisti prima della dittatura), le cose diventano molto tragiche e complesse e ne parleremo magari un’altra volta.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>10)  LAVORO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il lavoro è l’altro grande pilastro su cui si regge la vita dell’animale (la nostra vita). Parlo ovviamente del lavoro, che è libero per definizione, e non della fatica dello sfruttamento che è il suo opposto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma chi ha il coraggio di ricordare che lavoro e fatica sono “opposti”?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>11)  LIBERTA’</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La libertà è una grande conquista degli uomini liberi. Non sembri un gioco di parole né una contraddizione negativa (esistono anche quelle negative).</p>
<p style="text-align: justify;">La libertà non è per tutti, infatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha un costo molto salato che non tutti sono disposti a pagare.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, se la libertà costasse quanto una qualsiasi cosa che gli uomini possono comprare, che grande conquista (e che libertà) sarebbe?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>12)  MERDA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">“La bellezza nasce dalla merda” (vedi alla voce “bellezza”): ecco uno slogan, o anche una bella pubblicità, che mi piacerebbe leggere ovunque.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piacerebbe ricordare a una bella donna che la sua presenza è il frutto della merda che porta dentro di sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Se mi manda al diavolo, pazienza: vuol dire che quella bellezza era pura finzione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>13)  MOVIMENTO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il movimento è l’essenza della vita (occhio, però, alla sua “qualità”).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non solo nel senso banalmente vero che ogni movimento vitale si contrappone alla realtà data.</p>
<p style="text-align: justify;">Il movimento è essenza della vita perché tutto dipende da esso, compresa la nascita o la sua trasformazione in istituzione. Che quindi, senza l’apporto vitale del movimento, è destinata a perire in tempi abbastanza rapidi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>14)  OTTIMISMO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’ottimismo è il linguaggio del potere.</p>
<p style="text-align: justify;">Chissà quando ci metteremo in testa una concezione così elementare della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando accade, infatti, che gli uomini decidono di andare a scavare la verità per portarla alla luce (“la verità è rivoluzionaria” come si sa e come vedremo nella voce apposita) e si dotano quindi di una metodologia pessimistica (scavare con un piccone dentro l’ipocrisia dominante non può far ridere, ovviamente) è l’inizio della fine per qualsiasi potere costituito.</p>
<p style="text-align: justify;">Semmai, il problema è come liberare l’ottimismo intelligente (raro) dal potere.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>15)  POLITICA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La politica è la più grande invenzione degli uomini per la risoluzione dei loro problemi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma allora, se è vero questo, perché essa è ridotta così male?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, è ovvio: quella che viene definita politica è semplicemente una sua scimmiottatura, un’imitazione di uomini piccoli che rendono piccola anche quella cosa così grande andata per un periodo in vacanza.</p>
<p style="text-align: justify;">E, si sa, quando manca il gatto, i topi ballano.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>16)  POVERTA’</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La povertà è alla base di ogni progresso, oltre che essere alla base di ogni rapporto autentico tra gli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Vallo a ricordare ai falsi “progressisti” di tutte le risme, ai rimbambiti che pensano che il progresso sia figlio della ricchezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma che manipolatori dei fatti, che nascondono la spinta potente della povertà sempre e ovunque nella storia (vedi, nel passato recente che ci interessa, la spinta progressista della povertà della guerra e del dopoguerra)!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>17)  PROGRESSO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Mai parola è stata più imprigionata dalle ideologie (le forme che coprono la realtà) come questa. Liberarla dalle ideologie (tutte) è fondamentale per capire il suo valore. Si è andati avanti invece fingendo che il progresso sia una cosa, appunto, “progressiva”, quando invece l’unica cosa accertata nella storia dell’umanità è l’altalena tra il suo riproporsi ciclico e il suo scomparire dall’orizzonte.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi, beffa delle beffe, mai progresso è stato più falso quando gli uomini ne hanno proclamato a gran voce le sue “magnifiche sorti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma una cosa che si rassomiglia al periodo attuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Occhio quindi ai falsi profeti del progresso continuo e illimitato: in genere hanno portato l’umanità nel vicolo cieco delle grandi tragedie.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>18)  RICCHEZZA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La ricchezza è decadentistica.</p>
<p style="text-align: justify;">In quanto tale è nemica di ogni progresso, perché tende alla difesa di ciò che c’è.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progresso vero tende invece al cambiamento di ciò che c’è.</p>
<p style="text-align: justify;">E questo è “patrimonio” soltanto dei poveri che hanno dalla storia l’ ”esclusiva” della spinta al cambiamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque la ricchezza è fuori dal contesto del progresso.</p>
<p style="text-align: justify;">A meno che essa non venga “coniugata” al plurale, come ricchezza collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questa è un’altra storia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>19)  SOLIDARIETA’</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Mai parola è stata tanto soggetta ad ipocrisia.</p>
<p style="text-align: justify;">La Solidarietà è cosa squisitamente privata (e segreta, naturalmente: Vangelo docet).</p>
<p style="text-align: justify;">In pubblico il termine corretto è Diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Si continua invece ipocritamente a confondere le cose.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>20)  SOLITUDINE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La solitudine è una compagna della nostra vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Una compagna dolorosa, da cui bisogna imparare, per un motivo molto semplice: essa è alla base della socialità forte e autentica.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna diffidare delle persone che tendono a rifiutare la solitudine.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>21)  VACANZA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La vacanza è una delle cose più cretine inventate dagli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa vuol dire vacanza?</p>
<p style="text-align: justify;">E’ il vivere che è una vacanza.</p>
<p style="text-align: justify;">O no?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>22)  VERITA’</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">“La verità è rivoluzionaria”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco un’espressione pronunciata infinite volte nella storia degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Degli uomini liberi, intendo.</p>
<p style="text-align: justify;">E mai definizione è stata più vera.</p>
<p style="text-align: justify;">La verità, che è nascosta (che gli uomini nascondono), è il primo passaggio per giungere alla conoscenza e, quindi, al “dominio” sulla realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo un grande protagonista della storia dell’umanità (che non nomino per pudore) la verità è anche il primo passaggio per la libertà e per la felicità.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque nessuna cosa è più rivoluzionaria della scoperta della verità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>23)  VIOLENZA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La violenza è dentro di noi, non fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">Non considerare questa verità espone gli uomini a confusioni enormi, a ripiegamenti nelle ideologie, siano esse guerrafondaie o “nonviolente”.</p>
<p style="text-align: justify;">Governare la violenza che è dentro di noi non è facile, perché occorre non tramutarla in sopraffazione degli altri ma anche usarla per difendere gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>24)  UGUAGLIANZA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Guardare un uomo negli occhi (meglio se è una donna, per quanto mi riguarda) e capire che siamo in fondo legati, nulla può avvenire a discapito dell’altro: ecco una grande conquista dell’umanità, una grande conquista delle persone libere.</p>
<p style="text-align: justify;">Foto dal sud di  Nino Migliori</p>
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		<title>La narrazione e il paese</title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2009/09/la-narrazione-e-il-paese/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 18:16:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Teatro Reale]]></category>

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		<description><![CDATA[di Francesco Prudente INTRO SFOGO , ANTI BLOGGHISTA. (parole a caso,o, fate caso alle parole) Camminando per le strade di questi finti borghi più belli d’italia, trovi,tante, poche persone. Tra...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesco Prudente</p>
<p>INTRO<img class="alignright size-medium wp-image-437" title="ascolini" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/ascolini1-300x199.jpg" alt="ascolini" width="300" height="199" /></p>
<p>SFOGO , ANTI BLOGGHISTA.</p>
<p>(parole a caso,o, fate caso alle parole)</p>
<p>Camminando per le strade di questi finti borghi più belli d’italia, trovi,tante, poche persone.</p>
<p>Tra cui molti adulti e pochi giovani.</p>
<p>Ormai i giovani scelgono l’andar via.</p>
<p>Chi per bisogno economico, chi per realizzazione personale, e chi perché si è rotto i ciglioni del microcosmo paesano e aspira al macro cittadino.<span id="more-428"></span></p>
<p>Non voglio assolutamente fare l’apatica e disfattista analisi arminista*,sull’emigrazione e sulle depressioni dei paesi, anche se forse è l’unica cosa che ci resta da fare quando si sentono parlare i nostri politici, amministratori, e anche scrittori-artisti-musicisti, ma, a me, serve un cazzo di cappello, un introduzione al post.</p>
<p>Quindi ho deciso di scrivere in questo modo balordo perché è trandy e qualcuno mi ha detto che serve farmi commentare, visto, però, che non c’entra una mazza con la mia rubrica, vi dico VAFFAAAAAANCULOOOO!!!!!!!!!!!</p>
<p>SVILUPPO</p>
<p>LA NARRAZIONE DI PAESE ,</p>
<p>In teatro dalla metà degli anni ottanta gira un genere, moderno ma allo stesso tempo antico, classico, quanto il mestiere più vecchio del mondo, è il teatro di narrazione, in pratica un attore sprovvisto di trucco, scenografia e costumi, avente nel caso solo il sottofondo musicale possibilmente dal vivo, che racconta storie.</p>
<p>Inventate, o per la maggiore vere, di solito di denuncia, (ricordiamo Marco Paolini* e il racconto del Vajont), un narratore, che si muove in proscenio, solo, con l’uditorio che non apprezzerà movimenti, balli, sgargianti e colorate scenografie, ma semplicemente l’uso delle parole.</p>
<p>Come un normale cliente di un qualsiasi bar, o un frequentatore di una qualsiasi piazza o villetta di paese, che attirando l’attenzione del suo pubblico racconta distaccato una storia, che non sempre avrà una morale, che spesso si concluderà rimanendo tutti con l’amaro in bocca, o che si svilupperà con un crescendo che farà concludere il tutto in una fragorosa risata, coltivata, dalla prima parola del narratore.</p>
<p>Genere antico, certo, da sempre esistono gli oratori, chi per mestiere, chi per diletto, chi per vita consumata da saggezza, il raccontare storie è tipico dei paesi dove non succede niente, e dove, al primo intrigo la gente fa “capannella” e ascolta le varie versioni allestite di nuovi elementi man mano che cambia il narratore, ra filo ri paglia diventa travo (da filo di paglia diventa trave in legno),il racconto si arricchirà progressivamente di nuovi elementi per rendere il racconto sempre più interessante.</p>
<p>I narratori spesso sono i vecchi saggi. Personaggi mitici, barbuti, “stampellati”, saggi oracoli di vita, che ti raccontano le storie della grande guerra.</p>
<p>Erano giovani, e a causa della guerra, partirono per l’Albania.</p>
<p>E tu nella speranza che ti raccontassero spaventosi combattimenti di trincea o azioni eroiche dello stesso narratore, non perdendoti nessun passaggio dalla loro infanzia consumate tra campi di patate e pecore da pascolo, fai l’interessato uditore, finche non scopri che il fucile, al vecchio saggio serviva per appoggiarsi nelle lunghe camminate di dietrofront e che in realtà i capi dell’esercito dove erano stati addestrati non glielo aveva neanche spiegato, come funzionava, e loro per vergogna di non essere considerati veri uomini, non avevano mai posto il problema a nessuno ed erano .andati in guerra senza paura, forse,  in prima linea.  Per fortuna che la guerra finì subito e che il nostro narratore non ebbe mai il bisogno di usare l’arma.</p>
<p>In paese se ne trovano molti narratori anche tra i giovani ci sono quelli che ti raccontano di miracolose partite di calcio, poi ci sono quelli che ti raccontano di favolose compagnie femminili o di strabilianti performance amorose, come se dopo il gesto atletico, fosse andato un presidente di giuria con tanto di targa e valletta annessa a  premiarlo.</p>
<p>I migliori sono gli emigrati, finti emancipati che tornano spesso solo nel periodo estivo e ti voglio raccontare le loro esperienze, solo e prettamente, lavorative, nessun altro svago nemmeno una sera al ristorante o ad un cazzo di cinema, e ti raccontano di quanto stavano qua e zappavano la terra e ora che se sono andati e lavorano in una catena dove si “inbarattolano” piselli sono orgogliosi della cambiata posizione sociale da produttori di piselli a operai d’inscatolamento in una fabbrica di piselli in qualche posto sperduto al nord, o in svizzera dove tutto è migliore e tutto è più bello.</p>
<p>Divertito, artificioso, critico, polemico e a volte molesto, questo è il teatro di narrazione, mai tramontato, che continua giorno per giorno nei microcosmi e che si perde nelle macro realtà. Questo è il paese che narra.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Legami indissolubili</title>
		<link>http://www.sonarweb.it/2009/09/legami-indissolubili/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 18:08:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[ContemporaneaMENTE (nei deserti dell'anima)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tiziana Rullo L’analisi dell’ambiente primario e della sua influenza sullo sviluppo dell’individuo è caratteristica del pensiero di vari autori che hanno concentrato gran parte dei propri studi sulle condizioni...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tiziana Rullo</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-439" title="levi carlo Amanti" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/levi-carlo-Amanti-300x226.jpg" alt="levi carlo Amanti" width="300" height="226" />L’analisi dell’ambiente primario e della sua influenza sullo sviluppo dell’individuo è caratteristica del pensiero di vari autori che hanno concentrato gran parte dei propri studi sulle condizioni che sono alla base dello sviluppo evolutivo normale del bambino.</p>
<p style="text-align: justify;">Ragionevolmente, oggi, si dà molta attenzione alla qualità dell’esperienza del neonato nei primi mesi di vita, attraverso cure adeguate e bisogni soddisfatti; negli ultimi decenni, infatti, è avvenuta una grande sensibilizzazione dell’opinione pubblica sull’importanza di una sana crescita psico-fisica dell’infante, e una conseguente divulgazione di notizie sulle modalità di cure necessarie relativamente alle fasi di sviluppo.             <span id="more-426"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Tra gli obiettivi dei genitori c’è quello di creare, nel figlio, una solida base che gli permetta di costruirsi serenamente un futuro, lontano da pressioni ambientali violente, creando uno spazio fisico e psichico, all’interno del quale il bambino è protetto senza sapere di esserlo, quello che D.W. Winnicott chiamava <em>holding</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Emerge però, talvolta, una esagerata volontà nel creare intorno al bambino un luogo perfetto, con giochi perfetti e persone perfette e una conseguente situazione di stress nel voler realizzare tutto questo e mantenerlo costante. Il problema emerge quando questa forma di protezione si prolunga e si espande durante tutta l’adolescenza, diventando “cronica” nell’età adulta. Genitori sempre più stanchi e in affanno, che perdono la spontaneità del loro ruolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Padri e madri in conflitto con se stessi, sempre alla ricerca dell’eccellenza nei propri figli, che sono tenuti sotto stesso controllo, seguiti in ogni compito e in ogni ambito, tenuti lontani dalla mediocrità. Figli inattivi, cullati, sempre giustificati.</p>
<p style="text-align: justify;">Presi da questa corsa frenetica verso la perfezione, ci si dimentica, molto spesso, che i bambini e i ragazzi per poter crescere hanno bisogno di sbagliare, devono vivere le proprie esperienze da soli, devono scoprire il mondo da soli, non è giusto pensare di volerglielo presentare su un piatto d’argento ed acquietare le proprie angosce, è una prepotenza. Il risultato è che, durante questo percorso o alla fine del tragitto, ci si ritrova naturalmente insoddisfatti e frustrati, con il crollo dell’autostima e sentimenti di tristezza che prendono il sopravvento. Essere genitori non è facile, ma probabilmente, molto spesso, ci dimentichiamo che è una funzione naturale ed in quanto tale assolutamente spontanea e che non richiede artificiosità.</p>
<p style="text-align: justify;">Tengo a precisare che, la mia, non vuole essere un’accusa, ma semplicemente una presa di coscienza di un situazione reale che sempre più insistentemente sta mettendo le radici nella nostra società. Un problema da considerare o una nuova forma di educazione?</p>
<p style="text-align: justify;">Foto: Amanti di Carlo Levi</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>SEGNI DI ITALIANITA’</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 18:05:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze mediate: realtà, musica e linguaggi.]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianpaolo Faia E così, dopo la pausa agostana, rieccoci di nuovo quì, a condividere sensazioni, emozioni, esperienze. Soddisfatti dell’estate? Personalmente si, soprattutto perché, nell’ultimo mese, non mi sono limitato...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gianpaolo Faia</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-443" title="michael-jackson-jeff-koons" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/michael-jackson-jeff-koons-300x232.jpg" alt="michael-jackson-jeff-koons" width="300" height="232" />E così, dopo la pausa agostana, rieccoci di nuovo quì, a condividere sensazioni, emozioni, esperienze. Soddisfatti dell’estate? Personalmente si, soprattutto perché, nell’ultimo mese, non mi sono limitato a stazionare entro i ben conosciuti confini locali, ma ho coadiuvato la necessità e la voglia di “tornare alle origini” con una propensione al viaggio, al divertimento e alla conoscenza di luoghi e comunità “altre”. Fin troppo facile, diremmo, criticare il “divertissment” proposto (proposto o negato?) dalla e nella nostra cittadina, che va via via avviandosi verso una melanconica involuzione autoreferenziale.<span id="more-424"></span> Problemi atavici. Un tempo centro ed attrazione, fulcro di movimento e scambio intergenerazionale… addirittura avanguardia locale, per certi aspetti. Questa non è assolutamente un’accusa verso un’ipotetica entità malevola né una patetica nostalgia verso le tanto incensate “età dell’oro” di virgiliana memoria. Non credo nell’assolutezza della validità di un passato migliore rispetto ad un futuro prossimo venturo. Sono legato alle conquiste della post-modernità. Non esiste un “j’accuse”: ciò è piuttosto ed esclusivamente una constatazione di una realtà costituitasi, un dato di fatto acclarato. Rimango ogni volta affascinato dalla bellezza naturalistica e paesaggistica di questa terra; ne teorizzo le enormi potenzialità così come ne evidenzio le lacunose carenze. Ma è la vacuità della prospettiva a sgomentare, una vacuità esasperante e strutturale e tangibile nell’aria cristallina che caratterizza le nostre notti limpide. Forse la nostra terra è una piccola Italia. E’ la piccola Italia. Un microcosmo statico e irrequieto che riflette, filtrandole attraverso una calma piatta e apparente, le contraddizioni in cui versa l’intero Paese. Un’incomunicabilità costante pervade gli sguardi degli individui che ostentano sicurezza predicando la dottrina dell’egoismo fine a se stesso. Quegli stessi sguardi che nascondono in realtà il timore del prossimo, ma ancor più il timore di se stessi. Io non sono un filantropo, né un misantropo. Non porgo l’altra guancia né schiaffeggio per primo. Constato. Un’involuzione reazionaria, conseguenza neppure troppo velata di un libertinismo esasperato di un passato piuttosto recente, abbraccia come una nebbia fitta i cuori dei nuovi automi, uomini robotizzati spesso neppure per loro scelta, espressione di un libero arbitrio deformato e contorto, spesso indirizzato. Inconsapevolezza? Eppure… i segni dell’italianità, quell’italianità funzionale alla crescita onnicomprensiva della cultura umana, sono ancora presenti e pulsanti tra di noi e dentro noi. Addirittura tra le culture “altre”. Veniamo considerati e ci consideriamo in declino inesorabile, stereotipi vanesi e vanagloriosi in via di estinzione, caricature di un prototipo giullaresco, eppure non possono fare a meno di noi come noi non possiamo fare a meno di noi stessi. Dilemma cervellotico, questo. “Italians do it better”… italiani causa e fine dei propri mali, nonostante le immense fortune… Mi sorprende la colonizzazione classicista che, ad esempio, la nostra moda e il nostro cibo hanno silenziosamente effettuato, senza imposizioni di costume americaniste. Questo lo sanno tutti, certo, ma essere presenti di persona a Dubrovnik o Igalo, per esempio, dà al tutto un altro sapore e una nuova consapevolezza. I fatti dicono che il nostro paese (comune e nazione) si avvia verso il “big crunch”. Cos’è il “big crunch”? E’ un collasso, una contrazione, un ritorno al punto zero… è uno dei possibili destini dell’Universo. Uno dei possibili, non l’unico. Il nostro micro(macro)cosmo non ha un destino già scritto. Anche se le parole che per ora ricorrono maggiormente nella coscienza collettiva sono due: inesorabile declino.</p>
<p style="text-align: justify;">Michael jackson in un&#8217; opera di Jeff Koons</p>
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		</item>
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		<title>E SE DOMANI…ALL’IMPROVVISO PERDESSI TE. (Acqua capitolo 1)</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 18:04:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Succede (nel mondo globalizzato)]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tanja Contino Da qualche anno la questione idrica si pone prepotentemente all’attenzione del mondo e sempre più frequenti sono gli allarmi in proposito a livello globale, nazionale, e locale....]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tanja Contino</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-446" title="girl-before-a-mirror-pablo-picasso" src="http://www.sonarweb.it/wp-content/uploads/2009/09/girl-before-a-mirror-pablo-picasso-239x300.jpg" alt="girl-before-a-mirror-pablo-picasso" width="239" height="300" />Da qualche anno la questione idrica si pone prepotentemente all’attenzione del mondo e sempre più frequenti sono gli allarmi in proposito a livello globale, nazionale, e locale. L’acqua è la risorsa per eccellenza, indispensabile alla vita e a garantire il diritto ad una esistenza dignitosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Spiegare il perché di questa acuta attenzione non è quindi necessario; essa è strettamente correlata allo sviluppo umano; è talmente connessa ai bisogni dei singoli, delle comunità e dei territori che l’ipotesi di una diminuzione della sua disponibilità apre scenari di crisi intollerabili. Da tre decenni si è entrati in una nuova fase della storia dell’umanità, caratterizzata dalla presa di coscienza dei limiti fisici del nostro pianeta. Alle soglie del terzo millennio per la prima volta è emerso un vincolo al potenziamento della dotazione idrica degli individui su scala globale. Se nel XX secolo la dotazione idrica pro-capite per abitante del pianeta è raddoppiata, questo non sarà più possibile in futuro. La questione è ormai così strategica sul piano geopolitico, simbolico ed etico da condizionare i governi e da mobilitare imponenti interessi economici e finanziari.<span id="more-422"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’acqua, come l’aria, è una risorsa anomala: è rinnovabile e, quindi, non si esaurisce, ma esiste in quantità date, non incrementabili. Il rinnovamento delle fonti idriche avviene attraverso un processo definito il “ciclo dell’acqua”. A fronte della continua crescita delle attività produttive e dell’espansione demografica, il ciclo dell’acqua tende ad essere alterato, non tanto sul piano quantitativo quanto su quello qualitativo per l’immissione di sostanze inquinanti, che compromettono la quantità finale di acqua disponibile. Come è ovvio la disponibilità si riduce se aumenta la domanda, se l’attività dell’uomo deteriora grandi quantità di acqua e se aumentano gli sprechi. Gli sprechi vanno imputati all’assenza di adeguata attenzione da parte delle amministrazioni pubbliche e di sensibilità da parte dai consumatori. 1/3 dell’acqua prelevata dai bacini ogni anno non arriva agli utenti, ma va dispersa a causa delle perdite in rete e/o del cattivo stato di manutenzione degli impianti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per alcuni i numeri non consentono comunque di parlare realisticamente di grave problema di disponibilità e di emergenza idrica. L’acqua sarebbe, infatti, sufficiente a coprire i bisogni dell’intera umanità se fosse distribuita in modo più omogeneo tra paesi e aree geografiche.  Il problema principale, quindi, risiederebbe essenzialmente in una corretta gestione. A causa delle differenti condizioni climatiche l’acqua è una delle risorse distribuite nel mondo con maggiore disuguaglianza: abbondanza in alcuni luoghi e periodi, penuria in altri. Questa realtà fisica, geografica e climatica è aggravata da due trasformazioni che hanno caratterizzato il XX secolo: l’incremento demografico e lo sviluppo tecnologico.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">A complicare il quadro vi è il fatto che le soluzioni a questo problema globale sono quasi sempre da sviluppare e realizzare a livello locale e tenendo presente che l’oggetto in questione non è un bene scontato o appartenente a delle minoranze, ma è un bene collettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi è un forte squilibrio attuale fra consumi smodati da un lato e penuria idrica dall’altro, che vede l’esistenza di paesi in cui l’abbondanza legalizza lo spreco e altri per i quali questa risorsa è un lusso. Si deve oggi parlare di risorsa comune dilapidata, per principio libera e accessibile a ogni individuo per diritto naturale, ma di fatto inegualmente distribuita su scala globale.</p>
<p style="text-align: justify;">La più indispensabile delle risorse naturali per la maggior parte degli esseri umani è razionata; solo i paesi industrializzati, e non sempre, sono ancora capaci di dare l’illusione ai propri cittadini della disponibilità illimitata di acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Se per oltre un secolo e mezzo la crescita economica si è basata sulla convinzione della disponibilità illimitata della risorsa acqua, oggi la sua gestione è una delle principali sfide che l’umanità dovrà affrontare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tanja Contino</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per approfondimenti:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Comeau A., Benoit G., <em>A Sustainable Future for the Mediterranean</em>, Sophia Antipolis, Plan Bleu, 2005.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">De Villiers M., <em>Acqua: Storia e destino di una risorsa in pericolo</em>, Milano, Sperling &amp; Kupfer, 2003.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Federici, G., “Misure e Risorse”,<em> Rivista Geografica Italiana, </em>annata CXII-Fasc. 3-4, settembre-dicembre 2005, pp. 597-605.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ferragina, E., (a cura di), <em>L&#8217; acqua nei paesi mediterranei: Problemi di gestione di una risorsa scarsa; Atti del Convegno Internazionale (Napoli, Istituto Motori del CNR, 4-5 dicembre 1997), </em>Il Mulino, Bologna, 1998.<strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Lacoste Y., <em>L’acqua e il pianeta. La lotta per la vita</em>, Milano, Rizzoli-Larousse, 2003.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Lasserre, F.,<em> Acqua : Spartizione di una risorsa; traduzione di Stefano Valenti</em>. Ponte alle Grazie, Milano,  2004.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Leone, U., “L’acqua: un’emergenza?”, <em>Parole Chiave, </em>27, 2002, pp. 21-29.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Sironneau<em>, </em>J.,<em> L&#8217;acqua : Nuovo obiettivo strategico mondiale, </em>Asterios, Trieste, 1997.<em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Per approfondimenti:</p>
<p>Comeau A., Benoit G., <em>A Sustainable Future for the Mediterranean</em>, Sophia Antipolis, Plan Bleu, 2005.</p>
<p>De Villiers M., <em>Acqua: Storia e destino di una risorsa in pericolo</em>, Milano, Sperling &amp; Kupfer, 2003.</p>
<p>Federici, G., “Misure e Risorse”,<em> Rivista Geografica Italiana, </em>annata CXII-Fasc. 3-4, settembre-dicembre 2005, pp. 597-605.</p>
<p>Ferragina, E., (a cura di), <em>L&#8217; acqua nei paesi mediterranei: Problemi di gestione di una risorsa scarsa; Atti del Convegno Internazionale (Napoli, Istituto Motori del CNR, 4-5 dicembre 1997), </em>Il Mulino, Bologna, 1998.<strong><em> </em></strong></p>
<p>Lacoste Y., <em>L’acqua e il pianeta. La lotta per la vita</em>, Milano, Rizzoli-Larousse, 2003.</p>
<p>Lasserre, F.,<em> Acqua : Spartizione di una risorsa; traduzione di Stefano Valenti</em>. Ponte alle Grazie, Milano,  2004.</p>
<p>Leone, U., “L’acqua: un’emergenza?”, <em>Parole Chiave, </em>27, 2002, pp. 21-29.</p>
<p>Sironneau<em>, </em>J.,<em> L&#8217;acqua : Nuovo obiettivo strategico mondiale, </em>Asterios, Trieste, 1997.</p>
<p>Foto:girl before a mirror pablo picasso</p>
<p><em> </em></p>
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